|
di Mario Pianta
Manifesto 9.1.2010
Più poveri e precari, il declino
italiano
Dieci anni fa, passato il capodanno del 2000, fugata
l'infondata inquietudine per il «baco del millennio» che
avrebbe dovuto far saltare i sistemi informatici di mezzo
mondo, l'ottimismo segnava gli sguardi sul futuro. La crescita
della finanza moltiplicava le rendite, la «new economy» negli
Stati uniti moltiplicava prodotti e servizi; l'Italia,
disciplinata dalla cura dimagrante per l'entrata nell'Unione
economica e monetaria europea - tagli di spesa pubblica,
riduzioni di debito, privatizzazioni - aspettava la propria
fetta di benessere.
Dopotutto il reddito pro capite (dati Ocse per il 1999 a
parità di poteri d'acquisto) superava quello di Francia e Gran
Bretagna e si era avvicinato molto a quello tedesco,
appesantito dagli effetti dell'unificazione con l'est.
Qualcuno - il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio
nella sua Relazione del 2001 - parlava di «nuovo miracolo
italiano».
La realtà ci ha riservato una sorpresa diversa: la crisi
finanziaria e la recessione più grave dagli anni trenta. Il
prodotto interno lordo (Pil) dell'Unione europea è caduto del
4,3% nel terzo trimestre 2009 sullo stesso periodo del 2008,
negli Stati uniti è calato del 2,3%, ovunque la disoccupazione
si avvicina al 10%. In Italia siamo scivolati del 4,6% ed è da
un anno e mezzo che l'economia peggiora rispetto all'anno
precedente: con questo avvitamento il Pil italiano in termini
reali è ora tornato al livello che aveva otto anni fa,
all'inizio del 2001.
Ma alziamo gli occhi da dove siamo caduti, guardiamo
all'insieme del decennio. Il Pil (in termini reali, senza gli
effetti dell'aumento dei prezzi) è cresciuto in totale del 10%
e il reddito per abitante del 4,5: in dieci anni l'Italia ha
avuto lo sviluppo che la Cina registra in un solo anno. Con il
Pil che cresce così poco, alcune voci sono rimaste ferme: i
consumi per abitante sono saliti di appena l'1,3% nell'intero
decennio. Ancora peggio è andata per gli investimenti in
macchinari, quelli che alimentano le possibilità di sviluppo:
nel decennio sono diminuiti del 9,8% e, se li rapportiamo alla
popolazione, la caduta è stata del 14,5% (mentre si sono
gonfiati gli investimenti immobiliari). Le imprese hanno
rinunciato a sviluppare le capacità produttive e rispetto a
dieci anni fa la produttività del lavoro è rimasta immutata (è
addirittura diminuita ogni anno in tutti i settori tra il 2000
e il 2004, secondo le «Misure della produttività» dell'Istat).
Non è stato sempre così, ancora nel decennio degli anni
novanta la produttivà era cresciuta del 20%.
Il ristagno della produttività è il risultato di una crescita
lenta e parallela sia del prodotto che dell'occupazione: nel
decennio si sono aggiunti circa due milioni di posti di lavoro
dipendente, ma tutti per lavoratori a termine, con quote
crescenti di donne e lavoratori immigrati (ricordiamoci delle
800 mila «badanti» al lavoro in Italia). Nel frattempo si
indeboliva l'industria, con il valore della produzione
immutato nel decennio, i dipendenti manifatturieri diminuiti
dell'8,8%, quelli delle grandi imprese (più di 500 addetti)
del 18%. La precarizzazione del lavoro e lo spostamento verso
settori a bassa produttività hanno avuto effetti pesanti anche
sulla dinamica dei salari.
Abbiamo così disegnato il primo circolo vizioso che segna il
nostro sistema produttivo. Le imprese riducono gli
investimenti, non aumentano la produttività e provano a
restare competitive sui mercati internazionali attraverso
riduzioni di costi e salari e precarizzazione del lavoro. Di
conseguenza i consumi non crescono; con investimenti in calo,
e una spesa pubblica anch'essa congelata, la domanda si affida
soltanto alla crescita delle esportazioni, che a sua volta è
fortemente limitata da una produttività immobile. Il risultato
è che la domanda non cresce e con essa ristagna la produzione.
Se questa è la vicenda dell'economia aggregata, altri
meccanismi del ristagno italiano vengono fuori da come si
distribuisce il reddito nazionale. Rendite finanziarie e
profitti hanno aumentato la loro quota sul Pil, a danno di
salari e stipendi. Come i dati dello «scudo fiscale» sui
capitali esportati illegalmente mostrano oggi, una parte
importante di rendite e profitti ha preso la strada di
speculazioni all'estero, riducendo le risorse per gli
investimenti delle imprese; queste, poi, hanno privilegiato i
nuovi impianti produttivi all'estero - Europa dell'est
soprattutto - riducendo le capacità produttive nazionali: è
così che la Fiat produce oggi più auto in Polonia e in Brasile
che non in Italia (altre analisi si trovano sul sito
www.sbilanciamoci.info).
Se guardiamo ai redditi degli italiani (dati Banca d'Italia),
il venti per cento più ricco della popolazione otteneva nel
2000 il 44% del reddito disponibile, mentre al venti per cento
più povero rimaneva appena il 6% del totale. Nel primo
decennio del duemila queste distanze sono ancora aumentate e
si sono aggravate quelle tra lavoratori dipendenti e autonomi.
I dati Istat mostrano redditi individuali netti da lavoro nel
2006 di quasi 16mila euro per i lavoratori dipendenti e di
appena 13.200 euro per i lavoratori autonomi; gli operai sono
sotto i 15mila euro, mentre i liberi professionisti non
arrivano a 29mila euro l'anno. Oltre alle disparità sociali,
ci sono i segni qui di un'evasione fiscale di grandi
proporzioni da parte dei lavoratori autonomi, che porta
un'ulteriore distorsione nella distribuzione del reddito.
Salari fermi, lavori peggiori e precari spingono in basso i
salari e i redditi dell'80% degli italiani; finanziarizzazione
e liberalizzazione per i capitali, stipendi d'oro per i
manager ed evasione fiscale spingono in alto i redditi dei
pochi ricchi. Gli effetti dell'impoverimento si fanno sentire
subito: nel 2007 un terzo delle famiglie italiane (e quasi la
metà al Sud) dichiara di non riuscire ad affrontare una spesa
imprevista di 700 euro e due terzi (quattro quinti al Sud) non
è riuscita a risparmiare nulla del proprio reddito.
Le cattive notizie, purtroppo, non sono finite. Un terzo
circolo vizioso riguarda finanza pubblica e apertura
internazionale, analizzato con lucidità nel volume di Marcello
De Cecco Gli anni dell'incertezza (Laterza, 2007, dove sono
raccolti i suoi articoli per Repubblica). Nel 2009, per la
prima volta, le entrate tributarie hanno registrato un calo in
valore assoluto (causa recessione ed evasione), portando il
disavanzo pubblico al 5% del Pil. Il deficit viene finanziato
con nuovo debito pubblico: il rapporto debito/Pil è ora al
115% del Pil e dovrebbe salire al 125% nel 2010 (nel 2008 era
il 106%).
Siamo tornati più o meno al livello di quindici anni fa,
all'avvio dell'Unione monetaria europea, quando ci siamo
impegnati col Trattato di Maastricht a far scendere
rapidamente lo stock del debito pubblico al 60% del Pil.
Quindici anni di tagli alla spesa, «riforma» delle pensioni,
privatizzazioni, «federalismo» fiscale non hanno lasciato
traccia. In più, i creditori sono cambiati; nonostante l'alta
propensione al risparmio del paese, oltre la metà del debito
pubblico italiano è ora nelle mani di investitori stranieri,
che, non appena si manifestano segnali di crisi, spingono al
rialzo i tassi d'interesse, aggravando conti pubblici e conti
con l'estero. E' il problema già scoppiato negli altri paesi
della «periferia» europea di cui si parla qui accanto. Tra il
2007 e il 2010 il rapporto debito/Pil è destinato a crescere
dal 25 all'80% per l'Irlanda, dal 36 al 62% per la Spagna,
mentre Grecia (e Belgio) avranno nel 2010 un rapporto
superiore al 100%.
La debolezza del sistema produttivo, la redistribuzione dai
poveri ai ricchi, il peso della finanza e la minaccia del
debito si intrecciano nel disegnare la traiettoria del declino
italiano. Se avete la sensazione di essere diventati più
poveri, più indebitati e più precari di dieci anni fa, ebbene,
le cifre vi danno ragione. |