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La scoperta tardiva e sospetta dell'ingiustizia fiscale Dino Greco
Ciò che sorprende, nelle parole di
Bonanni, di mestiere sindacalista, è che c'è un altro
terreno sul quale egli dovrebbe esercitare - direttamente
- un ruolo da attore protagonista nella redistribuzione
della ricchezza: è quello negoziale, attraverso il quale,
dentro i luoghi di produzione di merci e di servizi, si
contratta quanto del valore generato è appannaggio della
retribuzione. Qui il conto non torna. Perché la
moderazione rivendicativa e il contenimento dei salari
sono stati l'alfa e l'omega delle politiche sindacali da
oltre vent'anni a questa parte. Sino alla paradossale
sottoscrizione - meno di un anno or sono - dell'accordo
separato che mette in conto e legittima una scientifica
riduzione del salario. Questa pratica deleteria si è
sommata ad altri due concomitanti processi, nessuno dei
quali è stato mandato dal cielo: da un lato la selvaggia
deregolamentazione del mercato del lavoro, portatrice di
precarizzazione, cancellazione di diritti individuali e
collettivi, sottosalario e voragini previdenziali che le
nuove generazioni pagheranno nel tempo; dall'altro,
l'impoverimento della già fragile rete degli
ammortizzatori sociali, proprio quando gli effetti
devastanti della crisi raccomanderebbero di rafforzarne
gli argini. Su tutto ciò, la latitanza del sindacato è di
un evidenza solare. E sarebbe disdicevole se la neonata,
meritoria attenzione sul fisco servisse a spostare
l'attenzione dal rapporto, immediatamente dato, fra
capitale e lavoro. Va da sé che un'assunzione di
responsabilità, una profonda revisione di cultura,
modelli, strategie rivendicative si imponga, a partire
dalla più grande confederazione di lavoratori, attesa ad
uno dei congressi più impegnativi della sua storia
recente. D'altra parte, il fatto che tutta la contesa
politico-elettorale si possa permettere di non sfiorare
neppure tangenzialmente questi problemi, non rivela forse,
più di ogni chiacchiera, la totale ininfluenza dei
lavoratori sull'agenda politica del Paese? Sempre ieri,
Vincenzo Visco, chiamato da Corradino Mineo a commentare
le parole di Bonanni, si è detto più che convinto
dell'urgenza di un intervento che attenui il peso
tributario esorbitante storicamente accumulatosi sul
lavoro. Bene. C'è semmai da domandarsi perché, quando il
centrosinistra ne ha avuta l'opportunità, ha agito sul
cuneo fiscale per ridurne il peso solo ed esclusivamente
dal lato dell'impresa, mentre ha destinato al sistema
degli ammortizzatori sociali risorse talmente risibili da
risultare insufficienti persino per la manutenzione
ordinaria di quegli istituti. Ora Tremonti ha annunciato
un intervento organico sul fisco. Tocchiamoci, perché
l'uomo ci ha abituato a togliere ai poveri per dare ai
ricchi. Ma quand'anche una riduzione delle imposte
alleviasse le condizioni dei ceti più deboli, bisognerà
compensarla con un aggravio del carico sui piani alti
dell'edificio sociale. Altrimenti tutto si ridurrà in un
ulteriore depauperamento del welfare ed in una ancor più
spinta esternalizzazione e privatizzazione dei servizi
sociali, ridotti a merci da acquistare sul mercato. Di
questo dovrebbero parlare - facendosi capire dagli
elettori - le forze che in queste settimane definiscono il
quadro delle alleanze con cui si contenderanno il governo
delle regioni. Ma non è così. Le geometrie elettorali, le
logiche politiciste sono di gran lunga prevalenti e il Pd
sembra esserne prigioniero. Ma c'è un prezzo politico che
inesorabilmente si paga a tanta disinvoltura tattica.
Quando l'alleanza con l'Udc di Casini - perseguita ad ogni
costo e mettendo in conto la recisione di ogni rapporto a
sinistra - dovrà trasformarsi in concrete opzioni
programmatiche, se ne vedrà sino in fondo il carattere
tutt'altro che alternativo alla gestione affaristica e
socialmente iniqua a cui ci si continua a dichiarare - con
sempre meno credibilità - alternativi.
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