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di Francesco Piccioni
PREZZI L'indice Istat segna +0.8% nel
2009: è colpa della crisi. Aumenti sostenuti, invece, per
alcune tariffe
Inflazione mai così bassa, ma non è una
buona notizia
Ci voleva una crisi come questa per portare i prezzi italiani
al record negativo degli ultimi 50 anni: +0,8% nel 2009. Ma
non è, nel suo insieme, una buona notizia. I prezzi si sono
infatti fermati a causa della seria diminuzione dei consumi. E
non può davvero essere condivisa la propaganda del ministro
Scajola, secondo cui questo significa che «i cittadini non
hanno perso potere d'acquisto». No, hanno semplicemente perso
il lavoro o il reddito (i cassintegrati percepiscono assai
meno di un «livello vitale» decente).
Disaggregando i dati per settori merceologici la situazione
diventa ancora più chiara: ad aumentare di più sono state le
merci dei «vizi» (alcolici e tabacchi), seguite da
ricreazione-spettacoli (compresi gli stadi) e i trasporti.
Variazioni nulle o negative si registrano invece per gli
alimentari, le comunicazioni, servizi ricettivi e di
ristorazione, e i servizi per casa (acqua, elettricità, ecc)
che hanno goduto - ma hanno restituito quasi per niente - del
tracollo dei prezzi del petrolio nel 2009.
In ogni caso il 2010 si preannuncia meno «caritatevole» dal
lato dei prezzi. Nel mese di dicembre, infatti, l'Istat ha
rilevato un incremento dello 0,2% rispetto a novembre,
cosicché il tendenziale annuale diventa dell'1%. Anche qui
l'impagabile ministro vede una «ripresa dei consumi e delle
attività economiche» che invece si rivela un brutale aumento
dei prezzi energetici o delle tariffe autorizzate (come nelle
ferrovie).
Va ricordato infatti che proprio a metà dicembre, in occasione
dell'inaugurazione della nuova tratta alta velocità tra
Firenze e Bologna, i biglietti degli eurostar - in seconda
classe - sono stati aumentati di quasi il 18% (+9,5% in
prima). Su alcune tratte lunghe, prima sottoposte a regimi
tariffari «spezzettati» - come la Palermo-Torino -
l'incremento arriva al 31,9%. Non sono state risparmiate
neppure le tratte regionali (quelle che più interessano i
pendolari), con aumenti fino al 10%.
Stesso discorso per le autostrade - costruite con soldi
pubblici e ora date in gestione a privati «per garantire
prezzi più bassi e una migliore efficienza» - dove i pedaggi
sono tutti aumentati, dall'1,4 al 15,8%. A completare il
cerchio, sono stati annunciati anche aumenti del gas e
dell'elettricità, visto che il petrolio ha ricominciato a
correre (ieri a New York ha superato gli 81 dollari al
barile). In un paese come il nostro, dove oltre l'80% delle
merci viene trasportato su gomma, questi aumenti non
mancheranno di riversarsi sui prezzi finali delle merci
indispensabili. Come gli alimentari. Se n'è accorta anche l'Isae,
guardando ai corsi delle materie prime.
In sintesi: i beni sottoposti almeno alle «regole di mercato»
(domanda/offerta) sono in generale rimasti stazionari, mentre
quelli decisi in regime di monopolio (quasi sempre privato,
ormai) sono cresciuti. E di molto. Del resto, il mercato c'era
anche nell'antico Egitto, e funzionava meglio del capitalismo
alla Ghino di Tacco che domina l'Italia attuale.
Manifesto 5
gennaio 2009 |