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Non è vero che il Governo non sta
facendo niente: smantella tutte le tutele del lavoro
di Gianni Rinaldini.
Il 2009 è stato segnato dalla crisi devastante che stiamo
vivendo e che al di là di frasi altisonanti non ha
prodotto alcun reale cambiamento rispetto alle ragioni,
alle cause che hanno originato questa situazione. Abbiamo
assistito ad un gigantesco utilizzo delle risorse
pubbliche per salvare il sistema finanziario, compreso il
ricorso a vere e proprie nazionalizzazioni di banche e di
imprese, non per segnare una nuova fase ma semplicemente
per socializzare il dissesto e riprendere illusoriamente
il cammino interrotto.
Dal punto di vista sociale questo significa che assieme
alla crescita della disoccupazione aumenteranno tutte le
diseguaglianze sociali, la devastazione ambientale e
l'universalità dei diritti saranno sostituiti dalla
discrezionalità e dall'assistenza caritatevole, dove il
ruolo dei soggetti sociali, dalle imprese ai sindacati,
corre il rischio di essere sempre più parte integrante del
sistema.
In assenza di una risposta globale e tanto meno europea
alla crisi del modello neoliberista, ogni paese sta
procedendo per conto proprio puntando sulle esportazioni
in una sorta di guerra commerciale totale che alla fin
fine si scarica essenzialmente sulla riduzione del costo
del lavoro.
Questo avviene agendo su diversi aspetti:
1 - la precarietà come norma, come condizione di
insicurezza sociale nel lavoro e nella vita che attraversa
in modo pervasivo l'insieme dell'assetto sociale, dal
pubblico al privato, dalla manifattura ai servizi e al
terziario. La precarietà come condizione di lavoro
totalmente subordinata alle condizioni di ogni impresa,
dove gli stessi aumenti retributivi aziendali sono
totalmente variabili;
2 - la chiusura di stabilimenti e il ricorso ai
licenziamenti per adeguare i livelli occupazionali, nel
migliore dei casi, ad una lunga fase di lenta ripresa
produttiva che probabilmente sarà inferiore alla crescita
della produttività. Quindi, contemporaneamente alla
disoccupazione, una politica di riduzione delle
retribuzioni, un maggior utilizzo degli impianti e un
aumento degli orari di lavoro. Questo è ciò che sta
avvenendo nel settore automobilistico, dagli Stati Uniti
alla Germania;
3 - una riduzione della spesa sociale per rientrare dal
deficit della spesa pubblica ridisegnando lo stato sociale
ed il sistema dei diritti universali attraverso
l'assistenza caritatevole per i più deboli ed una
molteplicità di polizze assicurative, fondi ed enti
bilaterali aziendali e di categoria gestiti dalle
Associazioni Imprenditoriali e Sindacali, dal collocamento
alla Cassa Integrazione;
4 - un utilizzo dello strumento fiscale per favorire
questi processi superando l'idea di un sistema fiscale di
carattere progressivo come previsto dalla nostra
Costituzione. Questo attraversa anche il lavoro
subordinato dove il Governo sceglie consapevolmente di non
intervenire sulle aliquote, ma di favorire fiscalmente la
crescita dei Fondi e degli Enti Bilaterali fino ad
intervenire direttamente sulla contrattazione per
incentivare la retribuzione variabile.
Relazioni tra imprese e sindacati fondate sulla complicità
è il termine utilizzato dal ministro Sacconi per spiegare
il significato dell'accordo separato sul sistema
contrattuale di Governo e Confindustria con Cisl e Uil,
siglato il 22 gennaio 2009.
Un accordo che non ha precedenti nella storia repubblicana
del nostro Paese, che nega intrinsecamente la democrazia
per la semplice ragione che nega l'autonomia negoziale e
rivendicativa del Sindacato.
Gran parte del mondo politico non ha capito quello che sta
succedendo sul terreno sociale.
Non è vero che il governo non sta facendo nulla, il
governo opera ed agisce quotidianamente per smantellare le
tutele sul lavoro e utilizza la crisi per ridefinire
l'assetto complessivo di questo paese lungo un impianto di
carattere autoritario.
La stessa operazione compiuta sugli ammortizzatori sociali
in questi mesi e riproposta nella finanziaria, non
soltanto è del tutto insufficiente ed inaccettabile per
definire una rete di protezione sociale, ma è stata per
cosi dire trasferita ad accordi tra Regioni, Associazioni
Imprenditoriali e Sindacali e ha determinato il paradosso
che il precario del Piemonte usufruisce di forme di
sostegno al reddito diverse dal precario della Lombardia.
Una molteplicità di situazioni differenziate che forse
hanno un qualche rapporto con l'universalità dei diritti e
la strategia federalista.
Colloco in questo quadro il significato dell'accordo
separato che va persino oltre il Patto per l'Italia e la
lotta guidata dalla Cgil per difendere l'articolo 18.
Paradossalmente, l'unica cosa che sopravvive della
concertazione sono i vincoli che vengono imposti alla
contrattazione nazionale ed aziendale, la quale assume
persino i criteri definiti dal Governo per gli incrementi
retributivi variabili nella contrattazione di secondo
livello, mentre si spalancano le porte per una
molteplicità di Enti Bilaterali.
L'autonomia negoziale, progettuale e rivendicativa del
sindacato viene concettualmente e praticamente cancellata.
Non si tratta per la Cgil di emendare un modello definito
da altri per modificarne i vincoli, caso mai proponendo,
come si evince dai lavori della Commissione Parlamentare
sull'accordo separato, che l'inflazione importata debba
essere pariteticamente caricata su governo, impresa e
lavoratori, ma di sconfiggere quel modello contrattuale
per riappropriarci di una nostra autonoma pratica
rivendicativa delle categorie e della confederazione
fondata sulle nostre compatibilità e con un solo vincolo,
quello della democrazia, della legittimazione delle
lavoratrici, dei lavoratori e dei pensionati.
Questo confronto ha attraversato tutta questa fase prima e
dopo l'accordo separato, ivi comprese le decisioni di
lotta e di sciopero che sono state assunte nel corso delle
trattative vissute da buona parte dell'Organizzazione come
delle forzature per impedire l'accordo unitario.
Cosi è stato ad esempio per lo sciopero e la
manifestazione nazionale di Fiom e Funzione Pubblica il 13
febbraio.
Il Congresso della Cgil, con la presentazione di due
mozioni, permette un esplicito confronto democratico.
Il dibattito congressuale deve accompagnare le iniziative
di lotta a difesa dell' occupazione, per l'estensione
degli ammortizzatori sociali e per una riforma fiscale che
riduca le aliquote del lavoro dipendente anche con la
proclamazione dello sciopero generale.
da Liberazione, 31/12/2009
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