11.12.09

Quattro nuove domande alla mozione di presunta magggioranza

Nella migliore delle tradizioni, il primo firmatario della mozione di presunta maggioranza non ha risposto ai nostri circostanziati quesiti. (...)

In compenso, continua la delegittimazione della mozione “La CGIL che vogliamo”, sull’onda di dichiarazioni e assunti che prescindono completamente dal merito delle posizioni espresse, ripetendo ossessivamente alcuni tormentoni accattivanti che, manco a dirlo, fanno leva sulla paura del cambiamento. Dev’essere lo spirito del tempo. 

Il risultato però è, ripetiamo, una sorta di Congresso preventivo, che si spera possa pregiudicare o peggio vanificare quello vero che sta cominciando.

Siccome siamo testardamente convinti e convinte della legittimità e giustezza della nostra battaglia, rincariamo la dose con una nuova lenzuolata di considerazioni di merito e relative domande. 

Prima domanda: Il primo firmatario della mozione di presunta maggioranza ha sostenuto che la presentazione della mozione “La CGIL che vogliamo” è un errore, oltreché soprattutto un regalo che non avremmo dovuto concedere in questa fase difficile. A chi, chiediamo noi? Al Governo? E non è sufficiente il regalo concesso dal primo firmatario più e più volte in questi mesi, opponendosi ai suoi atti a partire dalla Finanziaria solo con parole e dichiarazioni alla stampa, rifiutando all’ultimo direttivo persino di discutere la richiesta di sciopero generale avanzata dai sostenitori della mozione “la CGIL che vogliamo”? Vogliamo parlare poi dei regali alla Confindustria? A fronte di un accordo separato, a proposito di una CGIL che non fa quello che dice e che vota, l’unico sciopero nazionale con manifestazione, quello del 13 febbraio, è stato  proclamato da FIOM e FP, sciopero per giunta prima demonizzato come un colpo al cuore alla confederalità, poi  osannato e poi ancora immediatamente archiviato. La stessa manifestazione del 4 aprile ha non casualmente rimosso il tema “accordo separato”, dirottando energie e generosità della stessa verso un traballante e inesistente tavolo col Governo. Parallelamente è però  proseguita la nostra partecipazione acritica ai tavoli con Confindustria e le altre controparti ed un’attività diplomatica tanto intensa quanto inconcludente. In sintesi, la domanda al primo firmatario è: perché tutti questi regali alle nostre controparti? 

Seconda domanda: su cosa si basa il giudizio per il quale la mozione “La CGIL che vogliamo” sarebbe costruita dall’alto, frutto delle pulsioni di un gruppo di oligarchi che vogliono imporre a lavoratori e pensionati una divisione che essi non comprendono e non condividono? Non ci risulta che sia stato effettuato un sondaggio di opinioni in proposito.

Inoltre quello che vale per gli uni vale anche per gli altri, e non ci risulta neppure che la mozione di presunta maggioranza sia nata dal basso, forgiata negli altiforni dell’Ilva, tessuta dai telai biellesi o elaborata in rete tra i call-centers italiani.

Né ci sembra rispettosa dell’intelligenza dei nostri iscritti una concezione, questa sì davvero vecchia, che, riservando l’esclusiva della discussione e del confronto ai sindacalisti a tempo pieno, sembra volere proteggere i primi dal trauma della divisione. Come se essi non fossero in grado di comprendere la portata delle differenti opzioni su cui, laicamente, sono chiamati ad esprimersi. Come se la partecipazione democratica determinasse sconquassi nelle coscienze e cesure irreparabili con l’organizzazione di cui fanno parte. Non è piuttosto questa una concezione elitaria e oligarchica, ormai superata dai tempi?

Quanto poi all’altro rilievo di cui è fatta oggetto la mozione: perché si continua a sostenere che essa è nata a freddo dopo una lunga stagione di decisioni assunte all’unanimità? Tiro sbagliato. “La CGIL che vogliamo” non rinnega le decisioni che sono state condivise negli organismi direttivi. Essa sottolinea invece la crescente, penosa distanza tra ciò che è scritto nei documenti ufficiali e l’azione concretamente messa in atto, i risultati che ha  prodotto. Ciò che è più importante però è interrogarsi seriamente sulle prospettive future e ricercare le innovazioni necessarie a dare maggiore efficacia alla nostra iniziativa. In sintesi la domanda è: se non in un Congresso, quando?

Terza  domanda: il mantra in questione recita che la mozione “La CGIL che vogliamo” parla di noi e non parla al Paese. In verità, i Congressi servono proprio a valutare le strategie, confermarle o correggerle per parlare al Paese in modo tale da essere ascoltati. Quando si verifica che il Paese ci ascolta poco e la nostra gente non porta a casa nessun risultato, è giocoforza chiedersi come proseguire, cosa mantenere dell’impianto strategico, cosa ritarare, cosa modificare proprio per farsi ascoltare dal paese e consentire alla nostra gente il beneficio non solo di partecipare ma anche, vivaddio, di vincere. Dunque la mozione “La CGIL che vogliamo” si interroga sulla strategia fin qui seguita, o meglio sulla sua assenza, verifica la sua inefficacia, e propone un nuovo impianto: insomma , vuole fare un Congresso, sic et simpliciter. In sintesi la domanda è: perché non si vuole fare il Congresso?

Quarta domanda: siamo al capo di imputazione più grave: la lesa confederalità. Dove, nella mozione, sarebbe  ravvisabile tale attentato?  Nel fatto che tra i firmatari si annoverano i segretari generali di alcune importanti strutture della CGIL? Oppure nel processo intentato alle loro intenzioni? Può costituire indizio di una perversa volontà di annacquare il valore e la funzione della confederalità quanto scritto nella mozione “La CGIL che vogliamo” a proposito di contratti più larghi nella loro area di applicazione e di accorpamenti di categorie che rappresentino meglio l’evoluzione avvenuta nell’organizzazione delle produzioni e dei servizi? Oppure l’esigenza di rafforzare lo SPI, consentendogli di raccogliere un maggior numero di adesioni attraverso il coinvolgimento delle categorie dei lavoratori attivi?

L’esigenza di semplificare la struttura contrattuale riducendo il numero dei contratti di lavoro non ci sembra una grande novità. Piuttosto andrebbe perseguita con ben diversa determinazione, sfidando le resistenze burocratiche delle controparti, a partire dalla Confindustria. Quanto alla proposta di proseguire nella politica degli accorpamenti che da molto tempo la CGIL sta portando avanti e che ha determinato la nascita di importanti poli di rappresentanza sia nel  pubblico che nel privato, essa esige di essere esaminata e discussa per quello che è. Può valere infatti la tesi contraria, e cioè che la perpetuazione dell’assetto attuale risponda all’esigenza di conservazione degli apparati e dei gruppi dirigenti piuttosto che alla riorganizzazione di un sistema di rappresentanza in linea con i cambiamenti intervenuti a modificare e confondere i confini tra le categorie tradizionali. A proposito dello SPI, infine, il tasso di strumentalità è talmente evidente che non permette di soffermarcisi più di tanto. Sarebbe interessante invece soffermarsi con grande attenzione sullo stato complessivo delle nostre strutture organizzative che, malgrado la recente Conferenza di organizzazione, non ci sembra particolarmente brillante. La troppa autoreferenzialità, e quel tanto di  chiusura burocratica che segna i loro comportamenti, rischiano di allentare pericolosamente il rapporto con i nostri iscritti, che è certo fatto di rappresentanza delegata, di tutela individuale, di servizi offerti, ma non può essere solo questo. Perché è soprattutto nella partecipazione democratica, nella possibilità di ciascuno di sentirsi accolto e protagonista della vita del sindacato che si ravvisa il segno più forte della confederalità. E questa caratteristica non è data una volta per sempre, ma va coltivata e aggiornata quotidianamente per fare della CGIL un luogo di incontro, di scambio, e non solo uno sportello di servizio. Il tema della confederalità non può essere brandito come una clava, né c’è qualcuno, per quanto autorevole, che è detentore unico del metro di giudizio. Chiediamo pertanto al primo firmatario perché i nostri iscritti non possono partecipare a questa discussione: sta qui, nella partecipazione, nel confronto, il valore più alto della confederalità. In sintesi la domanda è: o no? 
 

da www.lacgilchevogliamo.it