Il tormentone .... ossia .. il "buffo naturale" di Lavoro Società

Diceva Gaber che certi comici riescono a fare ridere per la loro capacità innata di ripetersi all'infinito con frasi sempre identiche, tipo tormentone appunto, e questa loro capacità viene così chiamata "buffo naturale".

Una condizione questa che sembra avere attecchito con successo in Lavoro e Società che ormai da settimane (nel tentativo di giustificare la sua scelta congressuale) ripete in continuazione le solite cose contro il documento alternativo. Di spiegare invece il perchè del loro documento neppure ci pensano .. chissà come mai.

Comunque abbiamo visto cimentarsi su questo filone un po tutti, dal coordinatore nazionale, ai più modesti coordinatori regionali di lavoro e società. Pensavamo fosse finita ma ecco invece, puntuale l'ennesimo intervento sempre sulle stesse righe.

Questa volta a scrivere contro il documento alternativo al congresso Cgil è Leo Ceglia della Cgil Lombardia.

Preso da un attacco di ipervalutazione di se stesso, titola il suo articolo "per una critica al documento alternativo", parafrasando così il vecchio e buon Marx che per scrivere cose sicuramente più fondamentali aveva sottotitolato il suo "il Capitale" con "per una critica all'economia politica".

Cotanto titolo faceva ben sperare. Si sperava cioè che finalmente (vista l'ambizione del titolo) si fosse messo a parlare qualcuno che ci capisse un poco di più di quanti avevano scritto precedentemente sullo stesso argomento, ma la delusione è stata invece ancora peggiore.

Cosa dice il compagno Celia ? Del suo documento neppure una riga che di cose da fare accapponare non scarseggia, mentre sul documento alternativo si ripete, come gli altri ... cioè cade nel suo "buffo naturale" del tanto abusato "tormentone".

Rilancia, al pari e dopo tutti gli altri che già hanno scritto, il suo stupore sull'idea delle primarie per l'individuazione dei gruppi dirigenti, sottolinea il forte sospetto che il documento alternativo si sia schierato sulla scelta della compartecipazione con le imprese, grida il suo dolore per l'attacco alla cofederalità, ecc. ecc.

E su queste cose scrive, cita, richiama, rimanda, dando una sua libera interpretazione alle due o tre frasi che lui estrapola dal documento alternativo e che poi con cura sezione nel suo scritto. Ma sopratutto si pone la domanda su dove sia la differenza tra i due documenti .... e non la trova, proprio non riesce a vederla.

Allora cerchiamo di dirglielo noi ......

Il dato centrale dell'opposizione tra i due documenti sta nella contrattazione.

Mentre il documento di Ceglia, nella sostanza, non fa che riproporre la pratica attuale (per capirci quella degli ultimi Ccnl firmati dopo l'accordo separato di Cisl-Uil-Confindustria, e che con quell'accordo sono nei fatti compatibili) il documento alternativo parte da due fatti precisi:

La rottura di Cisl e Uil non è un incidente che si può recuperare con un po di manutenzione, ma è una rottura decisiva poichè contrappone un modello sindacale neocorporativo a quello contrattuale, partecipativo.

1- Da qui la necessità, non solo di dichiarare il disaccordo con la scelta in materia di modelli contrattuali fatta da Cisl e Uil, ma di sostenere un altro modello contrattuale ancorato ai bisogni che il mondo del lavoro esprime. Cioè una pratica rivendicativa salariale libera da vincoli e prederminazioni di ogni sorta. E' vero o no che in 15 anni il potere d'acquisto dei salari ha perso almeno il 15-20%? Visto che così la pensa anche Ceglia (crediamo e speriamo) cosa avrebbe mai contro questa proposta che il documento alternativo avanza e che il suo documento (quello di Epifani) tace ?

2 - Da qui la necessità non solo di lamentarsi con Cisl e Uil perchè cercano di isolare la Cgil, ma rispondere a ciò ridando più potere ai lavoratori col diritto di esprimere con referendum vincolante il mandato su piattaforme ed accordi, iniziando a praticare questa scelta come Cgil e chiedendo una legge nazionale che sancisca questo diritto.

 

Ma il compagno Ceglia queste cose non le ha lette nel documento. Abituato ormai (come gli altri) a vedere le cose solo per l'influenza che queste hanno sugli equilibri tra le burocrazie, ragiona in politichese, e con questa mentalità legge il documento alternativo.

Al compagno Ceglia, ed agli altri, proponiamo di smetterla di ripetere i soliti tormentoni (utili solo a  dichiarare il loro disagio) ma di provarsi a intervenire per spiegare cosa ci sia di così innovativo nel documento che loro sostengono, e del perchè hanno deciso di sostenerlo. O meglio, per pensarla come ragionano loro (sopratutto il Montagni) ..... ci spieghino perchè il documento di Epifani è più a sinistra di quello alternativo.

 

3-12-2009                COORDINAMENTO RSU

 

 

Per una critica sul merito al documento "La Cgil che vogliamo"
di Leo Ceglia, Cgil Lombardia

Premessa: A leggere attentamente il documento 2 dal titolo “la CGIL che vogliamo” si possono sottolineare 3 caratteristiche di fondo:
1. le differenze davvero di merito rispetto al documento 1 ( dal titolo “i diritti e il lavoro oltre la crisi”) si limitano a 2 questioni ed ambedue sono delle vere e proprie novità nel dibattito in CGIL.
2. Il bilancio della attività e della linea della CGIL dal precedente Congresso ( e segnatamente nell’ultimo periodo) è severo e inappellabile. Lo stesso dicasi per la vita democratica interna all’organizzazione.
3. La parola chiave che riassume e rappresenta la “nuova linea” che la CGIL dovrebbe intraprendere con questo Congresso è <<DISCONTINUITA’>>. La sua declinazione sembra assumere una forte connotazione ideologica tipo: <<no alla concertazione sì al conflitto>>.

Le questioni di merito

Si tratta di 2 questioni
· Quella del nuovo sistema contrattuale (per i CCNL <<l’evoluzione della contrattazione nazionale verso una dimensione di più ampi aggregati>> e per il 2° livello le <<nuove frontiere della democrazia economica>>.)
· Quella delle “primarie” per l’elezione degli organismi dirigenti.

Prima questione. Il nuovo sistema contrattuale oltre l’accordo separato: 3 grandi aggregati contrattuali e nuove frontiere della democrazia economica.

Scrive il documento 2. ( tutte le sottolineature nelle citazioni sono nostre)

<<(p. 27) Il contratto nazionale deve rafforzarsi come elemento di unità e solidarietà per difendere e aumentare la retribuzione reale (…) nel porsi il problema della sua evoluzione è alla dimensione europea che occorre guardare (cioè) all’evoluzione della contrattazione nazionale verso una dimensione di più ampi aggregati ( industria, servizi privati, servizi pubblici, ecc.)>>.

Dunque la problematica da molti anni presente nel dibattito sindacale sulla riduzione e l’accorpamento degli oltre 400 contratti nazionali di lavoro viene risolta drasticamente. Sembrerebbe di capire 3 grandi aggregati ( 3 contratti ?). Non ci sono altre parti del documento che aiutano a capire di più sul senso di tale proposta.
Tuttavia un’autorevole esponente del documento 2, la segretaria confederale Nicoletta Rocchi, in una intervista al “Corriere” del 12 agosto 2009 spiega in questo modo la sua idea su questa questione:
<< (Rocchi) Bisognerà dire con chiarezza la nostra proposta. Io credo che si debba immaginare un sistema dove, al termine di un processo di aggregazione dei contratti di categoria, si arrivi a 3 macroaree: industria , servizi e pubblico impiego. Qui il contratto nazionale dovrà essere leggero, indicare i diritti di base e il minimo salariale garantito a tutti, compreso precari e lavoratori a progetto da stabilizzare col contratto unico. Tutto il resto dovrà passare alla contrattazione decentrata, aziendale o territoriale.>>.

La posizione della Rocchi non è quella del documento 2. Quest’ultimo prevede non un contratto nazionale leggero ma uno che aumenta la retribuzione reale. Tuttavia l’evoluzione verso tre contratti di macroaree è comune sia nell’intervista che nel documento. Vi è poi una corrispondenza curiosa, quella tra le 3 macroaree proposte e i 3 segretari generali di categoria promotori del documento 2: Rinaldini ( FIOM-industria), Moccia( FISAC-servizi privati), Podda (FP-servizi pubblici). Se immaginassimo per un istante la realizzazione di tale evoluzione vedremmo immediatamente crescere a dismisura il peso delle categorie e dei suoi segretari generali a scapito della confederazione e del suo segretario generale.
Si vuole questo? Si intende questo quando si richiama la dimensione europea dove la confederalità dei sindacati è debolissima? Così fosse noi saremmo contrari. La storia della CGIL è una storia del primato della confederalità, una storia che ha sempre ricercato la corrispondenza tra i diritti del lavoro e i diritti di cittadinanza previsti nella nostra Costituzione ( cui la CGIL ha contribuito proprio in virtù della sua confederalità). Non ci serve oggi nel nostro paese una CGIL che si indebolisce sul piano confederale.

Quanto al secondo livello di contrattazione viene suggerita con linguaggio kennediano l’idea di una “nuova frontiera” della democrazia economica.
Si scrive nel documento 2.

<<(p. 28,29) La contrattazione di secondo livello , aziendale , territoriale, di settore, di sito o filiera produttiva e distretto è per la CGIL di altrettanta importanza e crucialità e va quindi estesa in qualità e quantità. Essa deve intervenire su tutti gli aspetti della condizione di lavoro, compreso l’incremento della retribuzione aziendale. (…) l’iniziativa contrattuale decentrata deve accompagnarsi al grande obiettivo di riunificazione del lavoro contro la sua frantumazione e precarizzazione. (…)Tutto ciò non significa affatto negare l’importanza di spostare in avanti la frontiera della democrazia economica), allargando e qualificando le sedi di informazione e confronto sui tanti e complessi aspetti della vita dell’impresa, temi oggetto oggi di semplice comunicazione. Tali avanzamenti sono la condizione per sperimentare forme più avanzate di assetti societari partecipativi quale quello duale, valutando a tal fine esperienze di altri paesi ).>>.

Occorre subito, per valutare questa proposta, dire che essa trova spazio nella nostra Costituzione all’art. 46 ove è scritto:
<< Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.>>.

Ora, se le parole hanno un senso, se si propone di andare oltre l’informazione e la consultazione, nel confronto sindacale con le aziende, e si propone di sperimentare <<forme più avanzate di assetti societari partecipativi quale quello duale>> valutando l’esperienza di altri paesi ( supponiamo che il riferimento sia alla Germania, alla Francia, ecc.) è inevitabile approdare alle altre due forme possibili nel rapporto con le aziende ( sia quelle sperimentate , sia quelle teoricamente previste nella nostra Costituzione e nel dibattito accademico e politico sulla materia). Si tratta:
1. della presenza dei rappresentanti dei lavoratori nei CdA e/o negli organismi di controllo e vigilanza.
2. della partecipazione economica e finanziaria dei lavoratori al rischio di impresa e/o al capitale di impresa (azionariato, compreso quote di salario in forma di azioni).

Tutto legittimo e interessante. Occorre però ricordare che i presupposti culturali di tale discussione sono la pace sociale e la prevenzione del conflitto aziendale come bene supremo per la collettività. Detto in termini antichi si tratta delle problematiche legate alla cogestione. Detto in termini recenti, e che rimandano al libro bianco di Sacconi e al congresso della CISL di Bonanni, il riferimento è alle problematiche della cosiddetta “complicità tra capitale e lavoro”.
Discutiamone pure, soprattutto perché la crisi morde. Ma è facile capire che una CGIL su tale sentiero non sarebbe più la CGIL che abbiamo conosciuto. Un mix di proposte sui due livelli di contrattazione che cambierebbero natura alla CGIL che conosciamo.

La seconda questione. Le primarie.

Il giudizio sulla vita interna dell’organizzazione è molto severo nel documento 2 e tra i possibili rimedi si propongono anche le primarie.
<<(p.4) (La CGIL viene presentata come una organizzazione tesa…) a consolidare un’immagine e un vissuto di organizzazione chiusa e burocratizzata, governata da una sorta di patto di non belligeranza tra leaderships in carica e aspiranti alle medesime>>.(occorre perciò-p.44-) costruire pratiche di selezione democratica dei dirigenti che escludano la cooptazione dall’alto e favoriscano il rinnovamento (…) non escludendo il ricorso alle primarie tra gli strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti>>.

Da alcuni esponenti della mozione 2 tale proposta è sottolineata come finalmente <<una cosa di sinistra>> in casa CGIL.
Pur non condividendo il giudizio severo sulla vita interna dell’organizzazione e segnalando l’assenza di una doverosa e necessaria di autocritica di chi improvvisamente esprime legittimamente quel giudizio essendo loro stessi corresponsabili di quella presunta degenerazione burocratica ( sono tutti dirigenti ai massimi livelli i firmatari del documento 2 e non è serio addebitare le responsabilità solo agli altri!), occorre chiedersi se davvero la CGIL ha bisogno delle primarie per la selezione democratica dei suoi dirigenti. Si tratterebbe infatti di una vera e propria novità nella vita dell’organizzazione. Di certo è la prima volta che se ne discute ( e anche l’occasione, nella forma e nei modi, per discuterne – il congresso- è una novità).
Le primarie, nella sfera della politica, sono una delle forme possibili di partecipazione democratica dei cittadini agli appuntamenti previsti dalla “democrazia delegata e rappresentativa”, vale a dire le elezioni politiche a tutti i livelli. Le primarie negli USA sono le più famose. Ma anche in Italia con tale sistema abbiamo avuto la selezione di Niki Vendola alla candidatura nella regione Puglia e recentemente abbiamo assistito alle primarie nel PD.
Si può trasportare questa forma di partecipazione nel sindacato e tra i lavoratori iscritti?
Si potrebbe rispondere sì se si guardasse alla elezione per le RSU.
Le RSU sono il luogo dove la democrazia delegata e rappresentativa permette ai lavoratori iscritti e non iscritti di scegliere i loro rappresentanti. In CGIL scegliamo i candidati nella lista RSU di posto di lavoro, pubblico o privato, nel comitato degli iscritti. Ove il comitato degli iscritti esiste e nei luoghi di lavoro medio grandi, non ci sarebbe nulla di male, in presenza di un numero di candidati superiore al numero previsto nella lista, a svolgere le primarie così da selezionare anche l’ordine di lista. Noi abbiamo la tradizione di ospitare anche non tesserati ad alcun sindacato nelle nostre liste e quindi alle primarie potrebbero partecipare anche loro. Ugualmente al voto delle primarie potrebbero partecipare tutti i lavoratori e non solo gli iscritti. Non vi sarebbe nulla di male in ciò. L’eletto RSU rappresenta tutti, iscritti e non iscritti, dunque la coerenza della rappresentanza tra rappresentati e rappresentanti sarebbe rispettata. Limitare invece le primarie per le RSU solo agli iscritti non avrebbe molto senso, avendo noi nel comitato degli iscritti un ambito democratico più che idoneo a selezionare i nostri candidati alle RSU.
Tutt’altra cosa sarebbero invece le primarie tra gli iscritti (e solo per essi, per la coerenza del concetto di rappresentanza, per cui i cavoli dell’organizzazione non possono essere decisi anche da chi dell’organizzazione non fa parte) per la elezione dei dirigenti nei vari gradini della organizzazione. Qui le cose si complicano e rendono impossibile un simile metodo nella selezione dei gruppi dirigenti. Per due ragioni essenziali.
La prima riguarda la ripartizione solidale delle risorse umane nell’organizzazione. E’ prassi consolidata e direi obbligatoria per una grande organizzazione come la CGIL eleggere negli organismi dirigenti a tutti i livelli compagni e compagne sulla fiducia e confidando sulla affidabilità della segnalazione, provenendo essi/e da altre categorie o da altre regioni e territori. A quali primarie potrebbero partecipare in tale condizione i/le candidati/e in questione? Nè si può pensare per loro a tempi di campagne elettorali per farsi conoscere, che il lavoro quotidiano non manca e viene prima.
La seconda ragione riguarda il processo di selezione dei dirigenti sindacali che rende possibile la fiducia e l’affidabilità di cui sopra. I dirigenti sindacali in CGIL hanno alle spalle verifiche quotidiane di anni di lavoro sia nel posto di lavoro che nell’organizzazione. Il loro valore non può essere affidato al voto di simpatia momentaneo e “cieco” delle primarie. Nella sfera della politica è prevalso il leaderismo e la personalizzazione nei partiti, nel nostro sindacato è quasi impossibile che ciò possa accadere ( e abbiamo meccanismi rigidi di mandato a presidio di tali rischi).
Si dirà che molti dirigenti sindacali provengono per cooptazione ancora dai partiti di sinistra e viceversa in uno scambio che rimanda ai tempi della cultura e pratica della cosiddetta “cinghia di trasmissione” tra essi. E’ vero, ma si tratta di una debole sopravvivenza di un passato che è durato quasi un secolo ed era storicamente giustificato. Ora ci sono moltissimi dirigenti sindacali senza tessera di partito. E nei partiti di sinistra non ci sono più le sezioni e il lavoro quotidiano nei territori che ne selezionavano i dirigenti. Cosa che invece permane nel sindacato dove dai luoghi di lavoro è ancora possibile selezionare dirigenti con alle spalle lunghi anni in cui da delegati hanno rappresentato la CGIL. No, il sindacato non è un partito.
Un’ultima cosa. Le primarie vengono dagli USA. In quel paese, culturalmente, questa forma di partecipazione alla vita politica si identifica con la delega. Negli USA ciò vale persino per i partiti che assomigliano più a comitati elettorali e che come è noto si dissolvono dopo le elezioni in attesa delle successive. La partecipazione alla politica si risolve nel voto ad ogni scadenza elettorale, si delega (si vota) e poi a casa, e arrivederci alla prossima. Anche da noi sta penetrando questa cultura nella sfera della politica e tra i partiti di sinistra, non lasciamo che essa prenda piede anche nel sindacato, noi abbiamo bisogno di iscritti e delegati che quotidianamente lavorano per far vivere il sindacato nei luoghi di lavoro. No, meglio che stiano fuori dal sindacato le primarie.

Conclusioni: Bilancio e discontinuità.

Come gia detto la parola che ricorre continuamente e che riassume la proposta del documento 2 è DISCONTINUITA’. Essa viene invocata perché dopo l’accordo separato: << non bastano i no della CGIL>> (p. 38), perché rispetto al quadro politico e la crisi: <<dal precedente congresso la CGIL ha smarrito la sua strategia>> (p.2), infine perché si sarebbe ormai in presenza di una: << organizzazione chiusa e burocratizzata>>(p.4).
Si tratta di un pesante bilancio negativo dell’operato esterno e interno della CGIL.
Quale periodo si prende in considerazione per questo bilancio? E chi lo propone?
Sulla prima questione, il bilancio. A quando risale l’ultima divisione in CGIL e su che cosa?
Era il maggio 2008. Dichiararono la loro contrarietà alla firma sulla piattaforma unitaria per un nuovo modello contrattuale Lavoro Società, Rete 28 Aprile, la FIOM. Poi quella piattaforma finì nel cestino perché negli stessi giorni si insediava il Governo Berlusconi e tra esso e Confindustria e CISL e UIL maturò da subito il disegno di isolare la CGIL, ultima “cosa di sinistra di massa” rimasta nel nostro Paese. Da allora la CGIL all’unanimità disse NO a tutti i provvedimenti del Governo a cominciare dalla finanziaria di Tremonti. E manifestammo subito, da soli, nelle 100 piazze. Poi la Crisi. Poi lo sciopero generale della sola CGIL il 12 dicembre. Con l’anno nuovo l’accordo separato del 22 gennaio 2009 e la CGIL disse no. Poi la manifestazione con sciopero FP-FIOM (13 febbraio), poi il referendum osteggiato da CISL e UIL contro l’accordo separato (marzo), poi la manifestazione del 4 Aprile a Roma, poi le Europee, poi a giugno la presentazione del documento di lavoro e società consegnato a tutta la CGIL come contributo aperto all’avvio della fase congressuale ( da alcuni ex esponenti dell’area squalificato come documento alternativo a priori e contiguo alle posizioni di Rete 28 Aprile-!?-), poi le piattaforme unitarie ( poche ) e separate ( tante ) e i primi accordi unitari (buoni) e separati (pessimi). Poi ancora la manifestazione sulla libertà di stampa e quella contro il pacchetto sicurezza, poi la manifestazione del 14 novembre, nel mezzo decine di manifestazioni locali e territoriali, a giorni le manifestazioni per il mezzogiorno e più in là lo sciopero generale sul fisco ( si spera e si lavora perché sia unitario, ma non si è detto mai che non si farà se unitario non sarà ). Ovunque e in continuazione le bandiere della CGIL. Dunque da un anno e mezzo ogni cosa fu decisa insieme, facemmo quadrato a difesa delle posizioni e iniziative, senza proposte alternative o dissensi.
Dopo l’estate invece, la “Via di Damasco”. Ha iniziato Cremaschi il 27 settembre annunciando a nome della sua area un documento alternativo. Poi, preannunciato sulla stampa nell’ultimo mese, il documento 2. il 29 ottobre con le ormai famose 4 pagine e le prime firme.
Se si risale indietro fino al precedente congresso si registrano altre due divisioni in CGIL, quella sul 23 luglio 2007 (protocollo sul welfare) e quella in occasione della prima finanziaria Prodi( cuneo fiscale) con manifestazione del 4 novembre 2006 a Roma. Anche in queste due occasioni si trovarono assieme Lavoro Società, Rete 28 Aprile, FIOM.
Se si volesse tornare ancora più indietro, le forti divisioni in CGIL rimandano a Genova 2001, alla pace e alla “contingente necessità della guerra giusta”, al pacchetto TREU del 1996, alla (contro)riforma DINI del 1995, al protocollo 23 luglio 1993. Tutte divisioni che portarono chi oggi si trova in Lavoro e Società a proporre documenti alternativi.
Oggi invece il documento 2 lo propone una “aggregazione nuova”. Nel segno della discontinuità. I cui esponenti hanno davvero un passato alle spalle che qualche sorpresa la suscita. Ma tant’è!
Propongono una CGIL tutta conflitto e niente concertazione. Va bene.
A idee nuove possono corrispondere aggregazioni nuove (la coerenza è un valore ma lo sono anche le idee nuove se sono buone). In tal caso ben venga la discontinuità. Staremo a vedere. Certo riguardo alla “nuova aggregazione” che la sostiene questa volta la parola è azzeccata.


PS: Ci sono altre differenze tra i due documenti che sono significative, ad esempio sul fondo INPS sulla non autosufficienza ( ultim’ora: pare che nel documento 2 la proposta venga ritirata), sul legame che gli iscritti SPI dovrebbero intrattenere con la categoria di appartenenza, su quale nuovo modello (o sistema) contrattuale dovrebbe sostituire quello separato, ecc. Differenze importanti, ma, a parere di chi scrive non tali da giustificare due documenti. Su tutto il resto, ma proprio su tutto, è solo questione di accenti e di “carica ideologica” per così dire.