Contratto unico, tre ipotesi a confronto
Le proposte Boeri/Garibaldi, Ichino e Pd-Associazione
20 maggio per il superamento della precarietà. I temi in campo: risolvere
il dualismo nel mercato del lavoro, difendere tutele e diritti, non
mettere padri contro figli. Un nuovo patto tra produttori
di Davide Imola
Negli ultimi mesi si è riaffacciata con
forza una discussione su come affrontare la questione della precarietà e
del dualismo presente nel mercato del lavoro italiano, che vede da una
parte i lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato, in
particolare quelli dell’industria, tutelati e protetti sia sul lavoro
contro i licenziamenti ingiustificati con l’Articolo 18 sia dagli
ammortizzatori sociali in caso di licenziamento. Dall’altra parte ci
sono oltre 4 milioni di lavoratori a termine e a collaborazione o
partita iva individuale con scarse tutele sul lavoro e con scarse o
nulle tutele sociali in caso di perdita del posto.
La discussione si è riaccesa quando gli economisti Boeri e Garibaldi
prima, il senatore Ichino poi e da ultimo i parlamentari del
coordinamento PD contro la precarietà promosso dall’Associazione 20
maggio – Flessibilità Sicura, hanno presentato ognuno una loro proposta
di legge. Nessun disegno di legge su questo tema, al contrario, è stata
presentato per il momento dal centro destra e dalle altre opposizioni.
A seguito della presentazione di queste tre proposte, in particolare
quella di Ichino, si sono accese numerose polemiche e non sempre si è
andati a fondo sul contenuto delle stesse. È per questo che ci è
sembrato giusto proporre una scheda comparativa che prende in
considerazione i tre testi fino ad oggi presentati e li mette a
confronto dando un quadro su cui ognuno possa farsi un’opinione compiuta
partendo dai reali contenuti di questi disegni di legge senza sottrarci
dal dare un nostro quadro della situazione della precarietà italiana e
un giudizio sull’efficacia delle soluzioni ipotizzate.
Negli ultimi trenta anni in Italia si è verificata una fuga dal “costo
dei diritti”, su cui si sono affrettate molte imprese italiane,
direttamente o attraverso le esternalizzazioni. Questo fenomeno ha
prodotto, oltre all’incertezza permanente e all’assenza di tutele e
diritti universali per milioni di lavoratori, anche la perdita di vigore
della nostra competizione economica sul piano qualitativo e su quello
dell’innovazione. È dunque giusto l’obbiettivo, posto da più parti, di
superare il mercato duale del lavoro che tanti danni economici, sociali
e culturali sta producendo nel nostro Paese. Le risposte date, però,
nell'ultimo decennio si sono rivelate inefficaci e le indicazioni
alternative troppo ideologiche sono risultate impraticabili.
Oggi sono in campo, come abbiamo detto, alcune proposte sul “contratto
unico”. Le prime, presentate dagli economisti Boeri e Garibaldi e dal
senatore Ichino, hanno avuto l’indubbio merito di riaprire la
discussione e di tentare di dare delle risposte concrete mettendo in
gioco idee e saperi su questo importante tema. A nostro avviso però
siamo ancora prigionieri di un dibattito troppo ideologico che vede
contrapporre padri contro figli e il nucleo di lavoratori con diritti e
tutele contro chi ha meno protezioni sociali. A queste due proposte se
ne è aggiunta di recente un’altra presentata dai parlamentari del PD
contro la Precarietà che si pone lo stesso obbiettivo prendendo, però,
una strada diversa. Se il vero obbiettivo è quello di superare il
dualismo del lavoro e la precarietà, vediamo se queste proposte
rispondono ad alcuni obbiettivi fondamentali.
ASSORBIMENTO DEI CONTRATTI PRECARI
In realtà i testi presentati da Ichino e Boeri non superano le forme
attuali di lavoro precario. Infatti, nella proposta del senatore Ichino
si adotta il nuovo sistema solo su base volontaria con accordo tra
imprese e sindacati. È ovvio che adotteranno questo sistema,
teoricamente più costoso, solo le imprese che non utilizzano contratti
atipici o che hanno provveduto a utilizzarli attraverso
l’esternalizzazione d’attività verso altre imprese collegate a quella
principale.
Nella proposta Boeri/Garibaldi invece c’è il mantenimento di tutte le
forme di lavoro attuali, lasciando all’aumento dei costi previdenziali
parificati ai dipendenti, e all’aumento del costo del lavoro con
l’introduzione di un salario minimo legale, il compito di far assorbire
il lavoro precario dalla nuova regolazione contrattuale che supera
l’Art. 18 per tre anni. Qualsiasi forma di salario minimo per legge non
potrà che essere inferiore al più basso dei contratti nazionali di
lavoro, pena la crisi d’interi settori merceologici, e inoltre, va
chiarito che mediamente il salario minimo legale è più basso di un terzo
rispetto al salario medio se si guarda ai Paesi dove questo
provvedimento è stato adottato.
CONCORRENZA FRA CONTRATTI
Le collaborazioni a progetto e ancor più le partite iva individuali o le
associazioni in partecipazione risulterebbero, nei progetti Ichino e
Boeri, comunque più convenienti dal punto di vista economico, ma anche
rispetto alla possibilità di licenziare e a tutte le altre regole
lavorative non dovendosi applicare i contratti nazionali di lavoro.
Partendo dalla considerazione che un fenomeno così ampio come quello
della precarietà non è risolvibile senza una ampia condivisione delle
parti sociali e, quindi secondo noi, senza ridurre gli abusi e i vuoti
legislativi e contrattuali esistenti per tutte le forme di lavoro
atipico, e senza ridurre i costi del lavoro in ingresso per le imprese,
risulterà difficilissimo per qualunque proposta concorrere efficacemente
ed essere condivisa socialmente tenuto conto degli attuali vantaggi, sia
economici sia di assenza di tutele, a disposizione delle imprese.
INDEBOLIMENTO DELLE TUTELE COMPLESSIVE
Un altro limite è che, per come si presentano le proposte Ichino/Boeri,
l’assenza dell’Art.18 per ogni lavoratore durerebbe da 3 a 19 anni con
la stessa azienda e, considerata l’attuale mobilità dei lavoratori, si
tradurrebbe in un’abrogazione più o meno pesante, che porta con sé molte
perplessità. Le protezioni dello statuto dei lavoratori, infatti, sono
servite a rendere possibili le libertà di opinione e di organizzazione
sindacale, e a rendere meno facili le discriminazioni sul lavoro. Dire
che restano le tutele contro le discriminazioni ma è possibile
licenziare con facilità i singoli lavoratori per motivi economici,
tecnici od organizzativi, di fatto indebolisce anche le stesse
protezioni contro le discriminazioni: più facilmente passeranno come
“licenziamenti economici”. Basta vedere già oggi chi sono i primi a
finire in cassa integrazione o mobilità, o pensare a tutto il fenomeno
delle dimissioni in bianco nelle piccole imprese.
LA TERZA VIA
La terza proposta cerca di non mettere in concorrenza i diritti
acquisiti dai padri (che tra l’altro vuol dire facilitare la possibilità
di licenziamento dei lavoratori stabili delle grandi aziende che sono
meno del 10% del totale delle imprese) con le migliori condizioni
economiche dei figli.
Infatti il Contratto Unico d’Inserimento Formativo (Cuif), prendendo
come modello l’apprendistato, mira a lasciare nel mercato del lavoro
solo poche forme contrattuali regolandole meglio di oggi e punta a
divenire la principale forma d’ingresso al lavoro con contenuto
formativo e con fortissimi incentivi alla stabilità.
In questa proposta il superamento o l’assorbimento di alcune forme di
lavoro oggi abusate è esplicito e concreto, così come reali sembrano
essere le convenienze per le imprese sia in termini di flessibilità nei
primi tre anni che di convenienza economica: riduzione dei costi
contrattuali all’inizio, sgravi contributivi dopo l’assunzione a tempo
indeterminato che si estendono retroattivamente dall’inizio se l’impresa
ha fatto realmente la formazione. Infine, la formazione è un punto
centrale sia per rendere più competitive le imprese, sia per rendere più
occupabile il lavoratore in caso di perdita del lavoro.
Per ricostruire un equilibrio accettabile tra lavoro e capitale e
riprendere il controllo sociale dell’offerta di lavoro, occorre agire in
primo luogo sui costi e poi su una riforma sia degli ammortizzatori
sociali estendendoli a tutti, sia dei sistemi di ingresso al lavoro che
coniughino convenienza economica per le imprese che usano contratti di
lavoro standard, con la flessibilità iniziale e la successiva
stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
Se l’utilizzo della flessibilità fatto dalle imprese italiane è una
sostanziale fuga dai costi del lavoro, non è con un livellamento al
ribasso dei diritti per le generazioni future che si può ricomporre il
dualismo del mercato del lavoro italiano e creare migliori condizioni
competitive per le imprese e contemporaneamente migliori tutele per
tutto il mondo del lavoro.
Occorre quindi un nuovo patto fra produttori positivo e virtuoso, e che
sia in grado di dare risposte alla complessità dei problemi che abbiamo
di fronte senza scorciatoie. Un patto per il lavoro che dia vantaggi a
tutti tenendo in equilibrio le esigenze di flessibilità e di riduzione
dei costi delle imprese con la necessità di prospettive professionali,
stabilità e sicurezza sociale dei lavoratori.
Vedi allegato
30/11/2009 (Da Rassegna Sindacale)
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