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G.Garavini - Lettera a Nicolosi Caro Nicolosi,mi permetto di scriverti perché sono uno di quei “giovani” che aspetta proprio l’esito del prossimo congresso della Cgil per iscriversi, la prima volta, al sindacato. (...) E spero che saranno sempre di più i giovani, in special modo non iscritti e “precari” che, proprio attraverso la dialettica congressuale, saranno portati ad avvicinarsi con curiosità e sete di partecipazione alla vita del maggiore sindacato italiano: l’unico a mettersi in discussione. Ho vissuto in prima persona il disagio nei confronti di un’organizzazione che mi sembrava prendere molte decisioni sbagliate che hanno contribuito ad accentuare in Italia, più ancora che negli altri Paesi europei, una tendenza diffusa allo spostamento del reddito nazionale in direzione di rendite e profitti e un indebolimento del salario reale dei lavoratori. Ricordo un giorno del 2006 in cui, fiducioso, sono andato a Corso Italia a sentire un attuale membro del Segreteria confederale tirare le fila del ragionamento della Cgil sui precari: secondo i dati che egli, e il suo gruppo di esperti avevano radunato, i giovani si sarebbero dichiarati favorevoli ad un aumento delle loro aliquote previdenziali come principale strumento di lotta contro il precariato. Quel dirigente non aveva capito nulla, non aveva fatto alcun sondaggio e non aveva aperto le orecchie, nel qual caso avrebbe facilmente scoperto che i giovani vogliono salari più alti, pari dignità con gli altri lavoratori e prospettive di futuro, non un maledetto aumento della loro aliquota previdenziale. L’allontanamento dal mondo del lavoro e dalle sue esigenze è inesorabilmente partito con la firma degli accordi del luglio 1993 in cui proprio ai lavoratori dipendenti si faceva carico per intero della partecipazione italiana all’avventura dell’euro. Gli errori sono proseguiti quando, a cospetto di un costante arretramento nella capacità d’azione nei luoghi di lavoro, si è voluto continuare ad enfatizzare il tema dei diritti. La strada delle peggiori dittature è lastricata di costituzioni latinoamericane stracolme di diritti: ma questi diritti non hanno alcun valore se non si hanno dalla propria adeguati rapporti di forza nell’economia, nella società, nei luoghi di lavoro. Ed è per questo che la grande manifestazione voluta da Cofferati nel 2002 sul tema della articolo 18, per quanto abbia garantito un sussulto di dignità e accreditato un gruppo dirigente, si è risolta in un sostanziale fallimento: gli imprenditori, sia privati che pubblici, hanno semplicemente sfruttato il potere che detenevano nei luoghi di lavoro per promuovere un dilagante sistema di precariato giovanile, che non è protetto né da articolo 18 né da nessuno dei diritti di base del lavoratore. E a conferma di questa sostanziale inadeguatezza, c’è stata la stagione disastrosa del governo Prodi, quando la Cgil rivendicò un protocollo che non faceva nulla contro il precariato, quando prima delle elezioni aveva promesso mari e monti. Per il sindacato non esistono governi amici, mentre la Cgil sembrava e sembra ancora oggi vivere nel dogma dell’attesa del prossimo governo amico. Mi rivolgo a te perché Lavoro e Società l’ho
sempre vista con le sue pettorine dalla parte giusta, quella della critica
al sistema della concertazione, quella di chi è sceso in piazza il 20
ottobre del 2007 contro il protocollo, per la dignità del mondo del lavoro
precario e quindi contro la linea di Guglielmo Epifani. Con tutta franchezza ti dico che le tue accuse mi convincono solo parzialmente e che non capisco perché Lavoro e Società nel suo insieme non contribuisca al tentativo di formulare una diversa impostazione strategica per la Cgil. E non dico questo solo perché mi sembra che i metalmeccanici abbiano dimostrato sul campo di non essere semplicemente interessati, come tu dici, a uno “scontro tra oligarchie”, né lo dico perché ho visto il lavoro spesso ingrato dei compagni della Rete28Aprile, lo dico perché, al di là dei singoli commi contenuti nei due documenti che si prestano entrambi ad interpretazioni faziose, non mi sembri aver capito tutta la portata politica generale del prossimo congresso. Non si tratta infatti di spostare più a “destra” o più a “sinistra” il principale sindacato italiano, ma di far si che muti per intero il suo orizzonte strategico: da “sindacato dei diritti” a “sindacato del lavoro”, da “sindacato della concertazione” a “sindacato della partecipazione e del conflitto”, da “sindacato degli iscritti” a “sindacato di tutti i lavoratori”. Così facendo la Cgil ritroverebbe un rapporto più sano con la sua storia e la possibilità di restare un punto di riferimento per gli altri sindacati europei. Perché ciò accada occorre anche che cambino le leadership che più hanno rappresentato l’orizzonte strategico della Cgil nell’ultimo ventennio, dall'ultimo Trentin a Cofferati, fino oggi a Epifani; peraltro tutte persone degne e appassionate. In una tua lettera (http://lavorosocieta.cgil.it/Attualità/2009/2009Nov13UnaBologninaperlaCgil.pdf), in cui criticavi il documento “La cgil che vogliamo”, hai citato questo passo ivi contenuto come dimostrazione del fatto che i suoi estensori abbiano rinunciato al conflitto per abbracciare una prospettiva partecipativa alla tedesca (diciamo di “cogestione”) estranea alla tradizione italiana: “bisogna prevedere forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori e dei consumatori, attraverso le forme duali di governo del diritto societario”. Nel far questo però hai dimenticato di citare questa righe a p.14 del documento che tu stesso hai sottoscritto: “bisogna prevedere forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori e dei consumatori, attraverso le forme duali di governo del diritto societario”. Dov’è la differenza? Ma il problema è un altro. Nel documento di
Epifani il termine “partecipazione” figura per ben 23 volte in 29 pagine,
ma in termini talmente vaghi da essere svuotato di contenuto concreti. Ne
emerge una visione riduttiva della partecipazione, che sembrerebbe
limitata alla possibile ratifica o meno degli accordi confederali da parte
dei lavoratori. E invece la partecipazione (non certo quella azionaria che
è semplicemente "corresponsabilità") è la chiave di ogni futuro
cambiamento, sia in ambito sociale che politico, e deve significare un
contributo diretto alla gestione e, in prospettiva, una trasformazione in
senso socialista della società. Su questo punto permettimi di citare un
passo di Sergio Garavini, che difficilmente può essere collocato fra
coloro interessati agli “scontri fra oligarchie”, se non nel senso della
lotta all’oligarchia fascista, e poi a quelle finanziarie e industriali;
passo contenuto in un testo pubblicato nel 1999 che, con il nome di
“Rispensare l’illusione”, ritengo anche il suo testamento politico: Nella speranza che questo importante appuntamento della Cgil si svolga con regole chiare, alla luce del sole e che ad esso prestino attenzione e si appassionino anche tanti che finora si erano tenuti distanti dalle organizzazioni confederali, ti saluto cordialmente, 20 Novembre 2009
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