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Cgil, se vale tutto e il suo contrario
18 novembre 2009
Liberazione - Giorgio
Cremaschi - Ma davvero è indifferente per i lavoratori se il salario
dei contratti nazionali ha una decorrenza di due oppure di tre anni?
Davvero siamo arrivati a questa superficialità e insensibilità sulle
retribuzioni dei lavoratori? E’ bene ricordare che il contratto nazionale
una volta effettivamente durava tre anni. C’era però una piccola
differenza, assieme al contratto nazionale c’era la scala mobile. Per cui
anche se il contratto nazionale durava più a lungo o non garantiva il
salario dagli improvvisi aumenti dei prezzi, c’era un meccanismo
automatico di tutela delle retribuzioni. Che fu abolito il 31 luglio del
1992. (...)
Proprio a compensazione di quel disastroso
accordo l’anno successivo, nel luglio del ’93, fu sottoscritta un’intesa
che stabiliva un nuovo regime contrattuale, dove la durata dei contratti
veniva accorciata a due anni per la parte salariale. Il ragionamento fatto
da noti salarialisti, come l’allora presidente del Consiglio Ciampi, era
che se si toglieva la garanzia automatica dei salari rispetto
all’inflazione, la durata dei contratti doveva essere più breve di prima
proprio per evitare che tutto il rischio salariale si scaricasse sui
lavoratori.
Quel sistema ha comunque compresso i salari perché li ha vincolati per
lungo tempo all’inflazione programmata a livello nazionale e alla
flessibilità a livello aziendale. Tuttavia l’accordo separato di
quest’anno tra Confindustria, Governo, Cisl e Uil, è riuscito persino a
peggiorare l’intesa del ‘93 perché ha semplicemente allungato i tempi del
contratto senza aggiungere alcuna garanzia. Fin qui tutto chiaro, in
questo giudizio sta una delle motivazioni del no della Cgil all’accordo
sottoscritto dagli altri.
Tuttavia a questo punto stiamo assistendo a una serie di eventi che
contraddicono proprio questo giudizio. Tutte le categorie della Cgil,
esclusa la Fiom, hanno sinora presentato piattaforme su tre anni e, quelle
che hanno sottoscritto accordi, non hanno inserito nel testo alcuna
garanzia di recupero automatico dei salari come compensazione del
contratto più lungo. Nella sostanza hanno accettato l’impostazione
salariale della Confindustria, di Cisl e Uil. Da ultima la Fillea-Cgil,
nel settore industriale del legno, si prepara addirittura da sola a
disdettare il contratto normativo che dura due anni e che scade nel marzo
del 2012, per passare al sistema salariale e normativo di tre, quello che
nei metalmeccanici hanno fatto Fim e Uilm.
Inoltre, non c’è una sola categoria, a parte la Fiom, che nei contratti in
corso rivendichi e pratichi il referendum tra le lavoratrici e i
lavoratori. Questo sia quando le piattaforme sono unitarie, sia quando
sono separate.
Naturalmente nelle sedi ufficiali della Cgil la cosa non suscita
particolare discussione, hanno ragione i meccanici che lottano contro
l’accordo separato e difendono i due anni, e anche quelle altre categorie
che fanno accordi e piattaforme che già entrano nel nuovo sistema. Ha
ragione la Fiom che considera discriminante nei rapporti unitari la
democrazia sindacale, ma anche tutti coloro che invece la considerano meno
importante dell’unità. Hanno ragione tutti quelli che fanno il contrario
di tutti, viva la libertà.
Sarebbe questa un’intelligente tattica di depistaggio della Confindustria
e del governo, se non corresse il rischio di mettere in confusione proprio
le lavoratrici e i lavoratori più esposti sul fronte della lotta e dei
contratti. Le poche volte che vanno in assemblea, i rappresentanti della
Fim e della Uilm usano un solo argomento per contrastare la Fiom, visto
che tutti gli altri sono indigeribili dai lavoratori: la Fiom fa una cosa
e la Cgil e tutte le altre categorie un’altra. La Fiom è antiunitaria,
mentre le altre categorie della Cgil no.
Mi si chiederà, ma c’è stata una discussione in Cgil su che linea
affrontare per i contratti, come comportarsi, che strategie assumere? No.
Una vera discussione, di quelle che si facevano una volta, nelle quali
magari si aveva il coraggio di scontrarsi su posizioni contrattuali
diverse, tutto questo non c’è stato. Eppure non stiamo parlando di accordi
a sé stanti, ma di sistema contrattuale. Non stiamo parlando di un solo
contratto, ma di come dovrebbero o dovranno essere i contratti nei
prossimi dieci anni. E’ chiaro che su questo piano le scelte degli uni
inevitabilmente riguardano, aiutano, o danneggiano tutti gli altri.
E’ per questo che, meglio tardi che mai, è necessario usare il congresso
per fare un’operazione che dovrebbe essere scontata e che invece da tempo
non si fa. Discutere della contrattazione sindacale, delle sue linee guida
e delle scelte da compiere, delle regole effettive di democrazia sindacale
che si vogliono adottare. Definire dei punti e delle pratiche comuni per
misurarsi con le controparti e anche con gli altri sindacati, adottare
tutti lo stesso atteggiamento di fronte all’accordo separato. Questa è
confederalità. Quella che manca oggi alla Cgil.
Giorgio Cremaschi
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