Prove tecniche di fascismo. Non
tanto ideologico quanto padronale. Ma anche gli
squadristi non sono più quelli di una volta, e quindi un
padrone – in questo caso Samuele Landi, ex
amministratore delegato di Eutelia – è costretto ad
affittarli da una delle tante agenzie private che
gestiscono la «sicurezza».
Ieri mattina, alle 5 e un quarto, una quindicina di
bodyguard in assetto «teste di cuoio» (divisa nera,
passamontagna, piedi di porco e maxitorce bi-uso in
mano) sono penetrati all’interno dello stabilimento
romano, sulla via Tiburtina. All’interno dormivano una
ventina di lavoratori che presidiano da giorni – qui
come in tutta Italia – gli impianti del gruppo.
Un’irruzione pianificata in modo militare, da due
ingressi contemporaneamente, con compiti prefissati per
ognuno degli uomini all’assalto, supportati da un
furgone Ducato attrezzato in stile «swat» (tipo Ocean
Eleven...).
Al grido di «carabinieri, tutti fuori» hanno aggredito i
dipendenti che dormivano, puntando loro le torce in
faccia. Il primo ad essere fermato, però. era un
cameraman della Rai – al lavoro per un’inchiesta –
rimasto in fabbrica la sera prima causa l’ora tarda.
«Chi cazzo sei, perché stai qua dentro, dammi i
documenti». La possibilità di uno sgombero era stata
ovviamente valutata dai lavoratori, e non prevedeva
resistenza. Consegnato il documento, però, è aperti
davvero gli occhi, diventava chiaro che l’alto
energumeno alla testa del «commando» non indossava
nessun simbolo delle forze dell’ordine. Controrichiesta:
«lei non è un carabiniere, mi faccia vedere il
tesserino». Che non esce fuori. Anzi, i dipendenti
tirati fuori dalle varie stanze riconoscono il «capo» e
la tensione sale. Urla, spintoni. Il cameraman chiama la
polizia, accende la telecamera e comincia a girare. Gli
aggressori si fanno più cauti, pur se sempre minacciosi.
Costringono i lavoratori a restare nell’atrio, senza
potersi muovere nemmeno per andare in bagno. Il più
esaltato e sprezzante di tutti è sempre Landi, che
ordina ai suoi spetznaz di raggiungere le «postazioni
prestabilite». Poi si sentono rumori di porte sfondate e
scrivanie forzate, come se stessero cercando documenti.
La polizia arriva nell’arco di 40 minuti dall’inizio
dell’irruzione. E non fatica a capire cosa è accaduto. I
15 mercenari vengono identificati e trattenuti in una
stanza, mentre Landi viene portato in questura. A quel
punto le «teste di cuoio» – tranne due o tre che più
tardi si rifiuteranno di abbandonare gli uffici –
appaiono per quel che sono: ragazzi, quasi tutti, a
parte gli «anziani» che manifestamente condividono col
«capo» trascorsi comuni tra i paracadutisti. Lavorano
per il Barani Group, specializzato in sorveglianza
privata. Davanti ai poliziotti veri si qualificano come
«addetti al portierato».
La Fiom convoca una conferenza stampa dai toni
durissimi. «Avevamo presentato un esposto alla procura
di Milano» per chiedere verifiche sul gruppo
Agile-Omega, che avrebbe acquisito l’ex Eutelia. Da
settimane chiedono al governo un tavolo per discuetere
non solo della condizione dei dipendenti (da tre mesi
senza stipendio), ma anche della pericolossima deriva di
una società che gestisce servizi informatici vitali per
lo stato (ministeri chiave come gli interni, la difesa,
Banca d’Italia, ecc). Denunciano le intimidazioni
mafiose a un sindacalista di Catanzaro (sede di un altro
stabilimento). Gianni Rinaldini fa notare che non è il
primo episodio del genere (un precedente ad Ascoli
Piceno, addirittura con i cani); «non vorrei fossimo di
fronte ai primi segnali di uso di strumenti impropri e
inaccettabili, che mettono a rischio la democrazia in
questo paese». Rievoca persino la Pinkerton, antesignana
della polizia privata antisindacale negli Usa.
Sembra evidente, nella tempistica, un legame diretto tra
l’esposto al tribunale e l’irruzione nella sede romana.
Passato il primo momento, in cui i lavoratori hanno
pensato che gli aggressori stessero facendo danni per
poi incolpare loro, è apparso chiaro che stavano invece
cercando di recuperare qualcosa di molto importante. La
stanza blindata in cui sono custoditi i server
strategici delle attività più delicate (quelle per lo
stato, da cui dipende l’80% del fatturato), non è stata
però toccata. Cosa cercavano i più maturi tra gli
squadristi a cottimo? L’ipotesi che puntassero soltanto
a buttar fuori quanche dipendente e «reimpossessarsi»
dell’impianto, a sentir tutti, non sta in piedi. Da
quando questo gruppo fantasma ha preso in mano
l’azienda, infatti, di tutto si è occupato tranne che di
farla funzionare. Anzi, ha perseguito con tenacia
l’obiettivo esattamente opposto.