Confederalità e struttura di classe ....... Bella analisi .... peccato però che ....

Il compagno Giancarlo Straini ci spiega in un suo intervento sulla rivista online di LS cosa è la confedariltà ma lo fa per un solo motivo e cioè per denunciare che presentare oggi un documento alternativo in Cgil vuol dire distruggerne il carattere confederale.

Fa bene Straini a ripercorrere l'evoluzione e ribadire l'importanza della confederalità come espressione dell'unità di classe, ma qui sfonda una porta aperta, non perchè lo dice lui, ma perchè dice una cosa ovvia. L'ovvietà comprende poi anche l'interesse generale a difendere il carattere Confederale del sindacalismo italiano e della Cgil in particolare.

Che in un dispositivo organizzativo, come la Cgil, il suo carattere confederale sia continuamente messo in difficoltà dal fatto che le burocrazie sindacali sopratutto dei territori e delle categorie forti (sindacalmente ed economicamente) tendano a divenire autoreferenziali è un dato assodato, un rischio sempre presente. Lo sono un esempio proprio i Chimici che mentre la Cgil teneva contro l'abbrogazione degli automatismi questi firmavano l'accordo per l'abolizione della indicizzazione automatica degli scatti di anzianità, e gli esempi potrebbero continuare anche per altre categorie e per i diversi accordi territoriali firmati col mal di pancia della Cgil nazionale.

E' successo e succede che, per valutazioni categoriali o settoriali, strutture e categorie della Cgil siano più interessate a difendere e tutelare i loro rapporti con Cisl e Uil, o con le loro controparti (categoriali e territoriali) mettendo in subordine la compattezza confederale dell'organizzazione.

 

Ma la denuncia di questo rischio ... che c'entra con il timore che sia presentato un documento alternativo al prossimo congresso? un congresso che per altro (e per fortuna) è sempre ed ancora confederale ??

Anzi, è proprio il rilancio di una più forte confederalità che pare essere la questione centrale di questo congresso, perchè, a guardar le cose come sono oggi, la confederalità Cgil risulta alquanto indebolita rispetto a qualche anno fa.

Esempio ??

Giustamente la Cgil non ha firmato l'accordo sui modelli contrattuali.

Giustamente ci si aspettava allora la messa in campo da parte della Cgil di una linea contrattuale di riferimento generale su cui vincolare i comportamenti di tutte le categorie per far saltare l'accordo separato.

Invece il direttivo Cgil si limita a dire che ogni categoria si dovrà muovere sulla base delle proprie condizioni ... unico vincolo ... non scrivere esplicitamente che l'accordo contrattuale faccia riferimento all'accordo separato.

Così ogni categoria è andata per conto suo, producendo accordi, più o meno difendibili economicamente, ma pasticciati, confusi nel loro accogliere (anche se mediandoli in parte sul piano formale) i contenuti dell'accordo separato.

La Cgil formalmente canta vittoria per la sua linea di tenuta e questo solo perchè ... nessun accordo riporta in maniera esplicita un rimando scritto all'accordo separato.

Ma intanto la Cgil sostiene la Fiom che si rifiuta di accettare la triennalizzazione e tutto ciò che questo comporta, e contemporaneamente celebra le altre categorie che invece la triennalizzazione l'hanno accettata e firmata.

 

Sai che linea ..... Un po poco per parlare della Cgil come di una organizzazione capace di un forte coordinamento confederale, per di più su una questione che non è difficile considerare strategica e cioè sui modelli contrattuali e relazionali che la deriva neocoprorativa vuole imporre per i prossimi anni. Una cosa che evidenzia chiaramente l'intenzione padronale di imporre un maggior livello di subordinazione del Lavoro al capitale ... mica briciole.

 

La questione posta da Straini è quindi mal posta. La questione non è confederalità si o confederalità no, ma semmai quale linea confederale.

E' su questo che si va al congresso e non su altro.

A confrontarsi al congresso sono due linee confederali.

Quella della maggioranza di Epifani che opera sul piano emendativo in merito alle  conseguenze dell'accordo separato riuscendo a mettere in campo qualcosa che si limita ad una opposizione formale e quindi destinata ad essere in qualche modo risucchiata dal progetto neocorporativo ..... ed un'altra linea ... diversa .. che chiede invece alla Cgil una iniziativa più coordinata e stringente sulla politica contrattuale capace cioè di mettere sul piatto del confronto sindacale generale un'altra linea rivendicativa, alternativa (sicuramente più impegnativa e difficile) a quella dell'accordo separato, ossia una svolta sul piano della rivendicazione salariale e sui diritti.

 

Nelle sue preoccupazioni sulla confederalità Straini fa pesare il fatto che il documento alternativo sarà sostenuto da consistenti parti di categorie Cgil e che questo liquida la positiva esperienza delle aree programmatiche.

A parte che, potremmo dire che non sono le categorie a presentare l'eventuale documento alternativo, ma iscritti alla Cgil (la cui aggregazione può essere particolarmente forte in alcune categorie e meno in altre) .. ma la vera domanda è ... dove sono oggi le aree programmatiche ???

L'area programmatica, esperienza positiva della Cgil di questi anni, si sostanzia nel fatto che rappresenti una idea programmatica, esplicitamente espressa, sulla quale misurare il consenso tra gli iscritti.

Tutto è oggi Lavoro e società meno che un'area programmatica ... almeno per come la intende anche Straini nel suo articolo.

Comunque condividiamo la preoccupazione di Straini sul fatto che ancora pesano negli schieramenti interni alla Cgil le influenze partitiche e correntizie all'interno dei partiti, ma allora anche lui dovrebbe concordare con noi che altrettanta preoccupazione dovrebbe produrre una divisione della Cgil per cordate, le quali non si sostanziano se non nella loro autoreferenzialità, assenti come sono da tempo di verifiche e misure del consenso tra gli iscritti, più capaci di fare accordi precongressuali che a confrontarsi esplicitamente sul merito.

Un po quel che fa oggi Lavoro e Società ..... che non è più area programmatica, almeno da quando non si sa più sulla base di quale mandato congressuale agisce, e sulla base di quali esplicite diversità programmatiche si colloca in Cgil.

Dalla padella alla brace .....

 

Se, come dice Straini, bisogna difendere e rilanciare la Cgil su una base confederale più forte e chiara .... a questo serve il congresso.

Dove stà quindi il problema ??

 

4-11-09                             COORDINAMENTO RSU

 

Confederalità e struttura di classe
di Giancarlo Straini

 
 

Scopo di questo scritto è fornire (anche per il dibattito congressuale) elementi che spiegano l'origine e la particolare rilevanza della confederalità in Italia, in confronto con altri paesi; confederalità che, semmai, deve essere aggiornata e rafforzata alla luce dei cambiamenti strutturali avvenuti negli ultimi anni.
Scopo più generale di questo scritto è sostenere la rilevanza dell'analisi di classe contro alcune teorizzazioni che ne dichiarano la scomparsa. Secondo queste teorizzazioni (molto pubblicizzate) l'appartenenza alle classi come fattore che determina le possibilità oggettive di vita, l'identità, il comportamento e le opportunità, avrebbe perso capacità di regolazione a causa dell'individualizzazione affermatasi con la globalizzazione, con la diffusione delle tecnologie informatiche, ecc.; regolazione che oggi sarebbe invece centrata sulle comunità di status postmoderne definite su stili di vita e modelli di consumo.
Molti altri studi (diffusi nella comunità scientifica ma che trovano scarso riscontro sui media) dimostrano invece che l'appartenenza alle classi sociali, intesa come collocazione nel mercato del lavoro e nel processo produttivo, spiega bene le differenze di reddito, salute e speranza di vita, risultati scolastici e possibilità di conseguire un titolo universitario, rischio di disoccupazione e possibilità di avere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, possibilità di ascesa sociale, ecc. E dimostrano che negli ultimi decenni quasi tutte queste differenze, dal reddito alla mortalità di classe, sono aumentate.
Esistono cioè delle condizioni oggettive (classe in sé) che agiscono anche quando i suoi componenti non si riconoscono in quanto classe (per sé), come succede oggi ai lavoratori con la crisi della sinistra.

Le decisioni assunte dalla CGIL, comprese quelle della Conferenza d'Organizzazione per promuovere la contrattazione sociale territoriale, decentrare le risorse, ecc. mostrano che l'analisi di classe è, di fatto, ancora utilizzata in CGIL.
Non altrettanto si può dire dell'eterogeneo schieramento che ha di nuovo preannunciato ma non ancora presentato alla commissione politica per il XVI Congresso un documento contrapposto.
Questo schieramento propone una dialettica per strutture e non, come previsto dallo statuto, per aree programmatiche. D'altra parte questo variegato schieramento, composto da chi è collegato alla destra franceschiniana del PD e da chi si pone all'estrema sinistra di Rifondazione e oltre, ha inevitabilmente qualche difficoltà a definire un programma che tenga insieme chi ha espresso giudizi contrapposti anche su questioni strategiche e si riduce a indicare generiche esigenze di discontinuità, senza spiegare se verso destra o verso sinistra.
E' difficile sottrarsi all'impressione che questo schieramento sia una coalizione di gruppi uniti non da ragioni di merito ma da disaccordi di potere, uniti solo dall'essere contro l'attuale gruppo dirigente della CGIL (non importa se per ragioni diverse), avendo peraltro, da settembre 2008 (quando è diventato evidente che si andava verso un accordo separato, come è poi avvenuto il 22/1/09), sempre approvato con un voto pressoché unanime tutte le risoluzioni politiche presentate dal Segretario Generale nel Direttivo nazionale.
Ciononostante emerge una concezione che, in qualche modo, sostiene questo essere diversamente contro: l'idea politicista, non sostenuta da un'analisi strutturale, di voler perseguire un “modello tedesco”, ovvero un sindacato in cui la confederalità è marginale ed è sostituita dalle categorie (nel nostro caso da FIOM e FP).

Può quindi essere utile analizzare, sia pure nei limiti di un breve scritto, senza pretesa di completezza, anzi in modo molto schematico, le condizioni strutturali che hanno portato alla confederalità in Italia e chiedersi se è sensato indebolire il nostro modello confederale alla luce dei mutamenti socio-economici del paese (ulteriore frammentazione del tessuto produttivo, ulteriore distacco del Mezzogiorno, aumento delle disuguaglianze sociali, crisi della rappresentanza politica, ecc.).

Le analisi di Gramsci e di altri dirigenti del movimento operaio, utilizzate nella sinistra per decenni a partire dal secondo dopoguerra e qui richiamate solo con alcuni titoli, ci dicevano: ritardo storico dell'industrializzazione e della formazione dello Stato nazionale, debolezza della borghesia italiana “stracciona” e “sovversiva”, presenza del Vaticano e diffusione del cosmopolitismo cattolico, squilibri territoriali e strutturali (questione meridionale), economie e rendite parassitarie che incidono sulla qualità dello sviluppo, ecc. Questioni che hanno portato ad una struttura delle classi con una ridondanza di ceti medi, alla polverizzazione delle imprese in piccole e piccolissime unità, ad una forte segmentazione e dispersione della classe lavoratrice.
Di fronte a questa situazione e utilizzando queste analisi, il PCI dovette prestare una forte attenzione alle alleanze con i “ceti medi produttivi” e, in una certa misura, la stessa composizione di classe del partito divenne “interclassista”, tuttavia, fino a metà anni '80, nel quadro dell'affermazione della “centralità operaia”, cioè dei temi legati al lavoro e al sistema di produzione di beni e servizi.
Centralità sostenuta anche da una parte di coloro che criticavano il PCI da sinistra, mentre un'altra parte ha sviluppato concezioni che hanno aperto la strada ad un successivo sbocco postmoderno.

Quindi, lo spazio politico per una rappresentanza diretta della classe lavoratrice italiana è stato storicamente coperto soprattutto dalla CGIL che ha sviluppato il suo specifico carattere confederale, di rappresentanza generale della classe.
Il ruolo della CGIL è stato decisivo e talvolta vincente nelle battaglie per la ricostruzione postbellica, la rinascita del Mezzogiorno, l'uguaglianza salariale con l'abolizione delle gabbie, i diritti delle lavoratrici, la crescita dei diritti con lo Statuto dei lavoratori, il diritto all'istruzione, alla salute, i diritti civili, la difesa dello Stato democratico, della Costituzione, dell'ambiente, della legalità contro le mafie, ecc.

In altri paesi, dove la polarizzazione tra le classi principali è più marcata, partiti e sindacati (e i rapporti tra essi) hanno assunto conformazioni diverse. Per esempio, in Svezia ancora oggi i partiti di destra e di sinistra si definiscono come “blocco borghese” e “blocco proletario” per rimarcare la propria rappresentanza di classe, cosa che neanche il PCI è riuscito a permettersi con la stessa nettezza.
In Germania la SPD ha riempito lo spazio della confederalità, mentre il sindacato ha seguito uno sviluppo più categoriale rispetto all'Italia. Per molti aspetti, in Germania, la SPD ha svolto il ruolo confederale più della DGB (la confederazione tedesca), che si è limitata ad una debole funzione di coordinamento di forti federazioni di categoria (quali la IG-Metall) e che si è limitata a contrattare il salario diretto nazionale, considerando il salario sociale, la lotta economica generale, e a maggior ragione gli obiettivi politici generali, materia non sindacale, di pertinenza della SPD.

Negli ultimi decenni, le socialdemocrazie, compresa la SPD, sono entrate in crisi perché non hanno saputo attualizzarsi e contrastare efficacemente l'egemonia liberista, assorbendone anzi la cultura, e hanno visto indebolire la loro rappresentanza di classe, mettendo in crisi anche il sindacato che gli aveva “affidato” una certa rappresentanza confederale.
Il recente successo di Die Linke si spiega anche con la capacità del suo gruppo dirigente, che vede la presenza di molti esponenti della sinistra sindacale, di inserirsi in questo vuoto politico lasciato dalla SPD, proponendosi quale rappresentante diretto degli interessi generali dei lavoratori.

In Italia, il PCI “interclassista” che pure intercettava il consenso della maggior parte dei lavoratori e, dichiarando la “centralità operaia”, ne rappresentava (più o meno bene) gli interessi, in stretto collegamento con la CGIL, è stato sostituito dal PDS-DS-PD liberaldemocratico che, in alcuni suoi settori, considera addirittura un ostacolo da superare la permanenza di una CGIL confederale e classista, e che ha perso la rappresentanza, anche sul piano elettorale, dei lavoratori.

A fronte di questa situazione, la CGIL ha opportunamente deciso negli scorsi anni di trasformare gli strumenti della dialettica interna dalle correnti di partito alle aree programmatiche (rifiutando la cislina dialettica per strutture).
Lo storico ruolo politico di rappresentanza diretta della classe lavoratrice italiana si è inevitabilmente ulteriormente rafforzato e la CGIL ha dovuto svolgere, suo malgrado, un evidente ruolo di supplenza alle carenze dei partiti di sinistra, essendo rimasta l'unica grande organizzazione che ha mantenuto una credibilità tra i lavoratori, pur con tutti i suoi limiti e nonostante gli elementi di frammentazione che dalla società si riversano anche al suo interno.
Tutto questo è stato possibile, non grazie alla “indipendenza” delle categorie, ma grazie al carattere confederale che la CGIL ha saputo mantenere, che è motivato dalle peculiarità della struttura di classe italiana (ipertrofia dei ceti medi, dispersione della classe in piccole e piccolissime imprese) e, ancora di più, dall'evoluzione storica degli ultimi decenni (globalizzazione liberista, diffusione del precariato, crisi dei partiti di sinistra, crisi economica).
Una forte confederalità non solo non esclude, ma richiede un forte ruolo delle federazioni di categoria. Sebbene si discuta “da sempre” nel sindacalismo italiano sui dettagli e sugli equilibri del rapporto tra categorie e confederazione, l'orientamento generale è solido nella cultura della CGIL (e permarrà anche nel prossimo Congresso).
Già un secolo fa, riferendosi a organizzazioni di categorie e di territori, il primo dirigente della CGdL Rinaldo Rigola scriveva: “se manchi qualsiasi intesa, qualsiasi durevole accordo fra questi organismi, ciascuno agisce per proprio conto prendendo norma soltanto dalle sue particolari convenienze, anche a rischio di danneggiare gli altri e senza avvantaggiare se stesso, perché nell’isolamento le difficoltà sono maggiori e talora insuperabili”. E aggiungeva: “La Confederazione è, per così dire, la città degli organizzati; è la classe in marcia; è il nuovo ordine in potenza”. Parole sante e attualissime!

Giancarlo Straini
della Segreteria nazionale FILCTEM-CGIL
 

3 novembre 2009