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di Gigi Roggero (Manifesto 29-10-09)
UNIVERSITÀ
- Entriamo nel «merito»
Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano
"Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema
universitario, di personale accademico e di diritto allo studio"
presentato ieri può tranquillamente cominciare dalla fine:
«Dall'attuazione delle disposizioni della presente legge non devono
derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Ecco la cosa
importante: la strategia del governo consiste in tagli e dismissione,
punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le
trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il
senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che
ogniqualvolta si parli di "Ministero" ci si riferisca a quello
dell'istruzione, mentre in realtà l'altro Ministero - dell'economia e
delle finanze - è citato in ugual misura a proposito delle questioni di
centrale rilevanza.
Il Ddl è suddiviso in tre parti: governance, meritocrazia, personale
accademico. È un progetto di aziendalizzazione dell'università, potrebbe
dire qualcuno. Preferiamo però non concedere con troppa facilità
all'avversario la perversa dignità di una parola che - per accordarci
subito con il leit motiv del testo - non "meritano", né per intelligenza
né per coraggio strategico. Vediamo infatti in cosa consiste la via
italiana all'aziendalizzazione, da tempo sognata dagli algidi ideologi
della Bocconi e del Corriere della Sera.
Da sempre, si sa, le imprese italiane hanno avuto un ruolo parassitario
rispetto al sistema formativo, succhiando forza lavoro istruita e non
versando una lira prima e un euro poi; i baroni, dal canto loro, hanno
potuto riprodurre privilegi e posizioni di rendita, affidate loro dallo
Stato. Questo Ddl cerca forse di modificare il ruolo del privato-parassita
e scalfire le rendite di posizione del pubblico-feudale? Niente affatto.
Anzi, rafforza entrambi. Da un lato, garantisce alle aziende la condizione
migliore per continuare a succhiare indisturbate senza investimento e
senza rischio. L'articolo 2, che disegna «organi e articolazione delle
università», attribuisce maggior peso decisionale al consiglio di
amministrazione, che deve essere composto da «personalità italiane o
straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale e di
un'esperienza professionale di alto livello», con una «non appartenenza di
almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell'ateneo a
decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata
dell'incarico» (lettera g). Insomma, il piccolo o medio imprenditore del
Nord-est, iperspecializzato nella produzione di un pezzo ultraspecifico
nella filiera globale dell'occhiale o dello scarpone da montagna, che
sfrutta ad alta intensità forza lavoro a bassa scolarizzazione o pagata
come tale anche quando non lo è (i migranti), non verserà certo soldi
nelle esangui casse degli atenei. In compenso, potrebbe però condizionarne
la politica e le scelte: se nel brevissimo periodo servono tecnici
specializzati in un campo di cui si fa fatica perfino a pronunciare il
nome, perché non aprire un corso di laurea a veloce obsolescenza finché il
mercato non sarà saturo e tagliare inutili e costosi dipartimenti, che non
servono nemmeno a sfornare un operaio specializzato?
I baroni, dal canto loro, possono rallegrarsi delle «norme in materia di
personale accademico e riordino della disciplina concernente il
reclutamento». L'istituzione dell'«abilitazione scientifica nazionale» per
i docenti di prima e seconda fascia, di durata quadriennale, è decisa da
una commissione nazionale formata mediante sorteggio tra professori
ordinari. Ciò che viene fatta passare per una norma che scavalca le lobby
accademiche locali, non solo lascia l'«abilitazione» nelle mani delle
cricche degli ordinari a livello nazionale, ma poche pagine più avanti
(articolo 9, comma 2, lettera c) fa rientrare dalla finestra ciò che era
apparentemente uscito dalla porta. La decisione finale, infatti, spetta
alle commissioni locali composte da ordinari e, nel caso dei ricercatori,
da alcuni associati. Il posto da ricercatore, poi, come già stabilito
dalla legge Moratti nel 2005 è posto in esaurimento, quindi sostituito da
contratti di soli tre anni rinnovabili - previa valutazione - un'unica
volta, aumentando così la ricattabilità dei ricercatori stessi nel vincolo
individuale con il docente di potere. Inutile dire che la frase «senza
oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica» ricorre, in questi
articoli come in tutto il testo, in modo ossessivo come premessa e
sostanza. Non solo: se non ci sono adeguate risorse, professori e
ricercatori possono essere «collocati a riposo». Amen.
In questo quadro di governance di un'università abbandonata alla sua
inerziale rovina, gli studenti devono essere resi complici della nave che
affonda: i loro «rappresentanti» vengono quindi «integrati» come
stakeholder (del fallimento), ovviamente subalterni e privi di potere
decisionale. Non solo: di fronte alla «razionalizzazione» dei fondi (forma
elegantemente manageriale per definire la mannaia che, brandita dai
consigli di amministrazione, si abbatte sulle risorse residue del sistema
formativo), gli studenti devono dimostrarsi «meritevoli». Ciò garantisce
l'accesso ai prestiti d'onore, nome curioso con cui si etichetta quel
sistema del debito che, fallito negli Usa, è alla radice della crisi
contemporanea. Ma è il Ministero (quello dell'economia e delle finanze,
prima ancora di quello dell'istruzione, dell'università e della ricerca),
attraverso il "Fondo speciale per il merito finalizzato a sviluppare
l'eccellenza e il merito dei migliori studenti, individuati tramite prove
nazionali standard", a disciplinare i ferrei criteri per avere accesso al
prestito. Insomma, ci sono molte più possibilità con "Win for Life"!
Vorremmo a questo punto poterci dedicare a dimostrare come il lessico
della meritocrazia sia la mistificante retorica che rovescia la realtà del
declassamento e della precarietà nelle illusioni giustizialiste di un
mitologico mercato non corrotto e di una competizione moralmente pulita.
Purtroppo dobbiamo partire da molto più indietro, dicendo che la
meritocrazia (come le riforme) non si fa a costo zero: il caso americano e
i miliardi di dollari pubblici e privati investiti nelle università sono
un noto esempio. In Italia va innanzitutto evidenziato che la
meritocrazia, prima ancora di tutto il resto che si può dire su di essa,
funziona al contrario, ovvero è ciò che giustifica i tagli. Anziché essere
un (peraltro discutibile) premio per pochi, significa peggioramento delle
condizioni di vita e dequalificazione del sapere per tutti. Al limite,
stabilisce una gerarchia per vedere a chi andrà molto male e a chi meno.
Prendiamo i cosiddetti percorsi di "eccellenza". Negli Stati Uniti sono
delle classi riservate alle élite in cui gli studenti vengono a contatto
con lo star system dell'università globale. In Italia si rinomina il
vecchio corso di laurea come percorso di eccellenza, recintandone
l'accesso, e si abbassa ulteriormente la già scarsa qualità dei restanti
piani di studio, che sono resi ancor più rigidi e insulsi. La
"meritocrazia" è così utilizzata per scaricare sugli studenti la mancanza
di qualità dei docenti.
Solo che si pone ora la questione: come si ripiana il debito? Con corsi
aggiuntivi, che peserebbero sulle già dissestate casse dell'ateneo? O
esigendo un numero maggiore di crediti di quello previsto, allungando così
i tempi della laurea triennale, procurando costi aggiuntivi e mandando
ulteriormente in fumo il già svanito obiettivo della riforma del 3+2, cioè
l'eliminazione del "fuoricorsismo"? Nessuno sa rispondere. Nel frattempo,
però, lo studente - con o senza "merito" - deve essere formato ad essere
precario indebitato. E la crisi dell'università, così dice il coro unanime
da via Solferino a viale Trastevere, passando per senati accademici e
consigli di amministrazione, la paghino gli studenti attraverso l'aumento
delle tasse. Noi che la combattiamo sappiamo che l'aziendalizzazione è una
cosa seria. In attesa di trovare un nemico all'altezza, diciamo con
chiarezza che questa riforma dell'università si chiama, banalmente,
truffa.
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