Sul contratto delle T.L.C.

Giovedì 29 Ottobre 2009

E’ difficile dare un giudizio serenamente obiettivo e approfondito a un contratto come quello appena sottoscritto del settore delle T.L.C., (...)

per chi come me non se lo dovrà vivere quotidianamente nei prossimi tre anni. Perché un contratto di lavoro è questo: un’ipoteca su una parte decisiva della tua esistenza.
Penso che questo contratto si possa inserire, come quello degli alimentaristi, in una logica di modello di compromesso, come lucidamente ha definito, in un’intervista al Manifesto, Farina della FIM/CISL; quindi non il semplice adattamento settoriale dell’accordo del 15 aprile 2009, ma una struttura contrattuale parallela, senza gli elementi più indigesti dell’accordo non sottoscritto dalla CGIL. Diversamente dal passato, da oggi ogni contratto che si firmerà non sarà più un compromesso tra le richieste datorili e quelle dei lavoratori, ma una mediazione tra un vecchio modello contrattuale (che detto per inciso aveva ampiamente dimostrato tutti i suoi limiti di erosione progressiva del reddito) e un nuovo modello ancora più pericoloso e iniquo, qual è quello del 15 aprile. Sono certa che i compagni e le compagne della delegazione trattante si siano battuti come furie per non far passare in questo contratto alcune aberrazioni, che altre organizzazioni sindacali erano disponibili a sottoscrivere, però questo dimostra che ormai il termine controparte non può più essere limitato alle aziende.  Gli ultimi rinnovi contrattuali, sono caratterizzati non solo da aumenti salariali contenuti o insufficienti (anche se questo è in genere la prima informazione richiesta dai lavoratori) ma da una logica contrattuale che responsabilizza i sottoscrittori sindacali verso un nuovo schema di relazioni sindacali, e un modello di welfare sempre più corporativo. Anche nel contratto delle TLC, come in quello degli alimentaristi e dei metalmeccanici, aumentano ruolo, funzione e peso degli enti bilaterali; si estendono i meccanismi del welfare non più volontari, e la cui gestione corromperà il ruolo dei sindacati come garanti d’interessi generali, unificanti e democratici.
In questi ultimi due anni di crisi economica e sociale, non solo le scelte reali ed effettive dei governi occidentali, nascoste sotto un tripudio di demagogia democratica, sono un’ulteriore ripartizione della ricchezza sociale verso un vertice esiguo di capitalisti, ma anche questi modelli contrattuali fanno parte di questa logica redistributiva: ben altre e opposte linee dovrebbero avere dei contratti che svolgano un ruolo anticiclico.
Nelle assemblee che si terranno nelle aziende TLC, i lavoratori e le lavoratrici decideranno della validità di questo contratto, anche se gli interventi contrari saranno inevitabilmente “schiacciati”, da valutazioni positive o trionfali, e le dipendenti delle TLC, saranno in grado di valutare, soprattutto nel lungo periodo dei risultati effettivi e reali del contratto sulla loro vita lavorativa, solo quelli e quelle che si opporranno, daranno un senso e una possibilità diversa al proprio futuro e a quello di tutta la classe lavoratrice di cui facciamo orgogliosamente parte.


Delia Fratucelli   Direttivo SLC/CGIL