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Congresso CGIL: Documento presentato in commissione politica
Lunedì 26 Ottobre 2009
La CGIL che vogliamo.
Allo stato attuale di elaborazione, il documento della commissione
politica non corrisponde al congresso di svolta che le firmatarie e i
firmatari di questo testo ritengono necessario.
Con esso si intende contribuire al lavoro della commissione politica, al
fine di verificare convergenze e divergenze.
La CGIL che vogliamo rinnova ogni giorno il suo impegno per la difesa e
l’estensione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, degli e delle
aspiranti ad un lavoro, dei pensionati e delle pensionate.
La CGIL che vogliamo si batte per la democrazia e per la pace, nel pieno
rispetto dell’art. 11 della Costituzione.
E’ così che la storia, il presente, la realtà economica, sociale e
produttiva non impone le sue regole ma viene attraversata dalle nostre
priorità, viene letta dalla nostra ottica, viene conosciuta e modificata
dalle nostre battaglie.
La CGIL che affronta oggi il congresso si è molto allontanata da questo
obiettivo: ad una società disgregata dal pensiero dominante della destra,
ad un mondo produttivo incapace di fare cultura d’impresa, ad un mercato
del lavoro impoverito e precarizzato, diviso nei diritti e nelle tutele,
non ha saputo proporre e imporre la propria coerenza, il proprio impianto
culturale e strategico fatto di solidarietà, contrattazione,
partecipazione, uguaglianza, democrazia, diritti, tutte grandi condizioni
che hanno segnato la nostra storia di emancipazione e libertà del lavoro.
Gli anni che ci separano dal Congresso precedente ci hanno visto
pericolosamente oscillanti lungo un asse segnato da continui aggiustamenti
tattici che progressivamente hanno oscurato la coerenza e la linearità dei
comportamenti, mettendo in forse l’esistenza di una linea strategica a
guida delle azioni quotidiane.
Il rischio più forte dell’assenza di una strategia, rischio puntualmente
verificatosi, è il non riuscire mai a provare a dettare l’agenda delle
priorità al governo, alle controparti, agli altri interlocutori sindacali,
con l’esito di non contrastare il disegno che governo, controparti,
interlocutori sindacali hanno ritagliato per noi, disegno di progressivo
isolamento, disegno reso possibile dalla pericolosa intercettazione di
quelle scelte con la nostra fragilità.
Quale affidabilità diamo ai lavoratori e alle lavoratrici non avendo
contrastato in tutti i modi un accordo confederale sulle regole della
contrattazione che palesemente li danneggia?
Quale fiducia comunichiamo ai lavoratori e alle lavoratrici non riuscendo
a definire una strategia confederale di gestione di un accordo separato?
Quale sicurezza diamo ai nostri rappresentati e alle nostre rappresentate
che con generosità e passione hanno partecipato alla manifestazione
nazionale del 4 aprile, indetta su una piattaforma troppo generica e
chiusa con la richiesta di un tavolo di confronto col Governo, richiesta
non solo inevasa ma perfino sbeffeggiata?
Nonostante queste gravi lacune nella nostra azione e dunque nel rapporto
con le persone che intendiamo rappresentare, esse guardano comunque a noi
come un punto di riferimento forte, a maggior ragione in un contesto
politico, economico e sociale così difficile.
Siamo loro debitori di una riflessione profonda sui nostri limiti, della
trasformazione di questa analisi in un rinnovato progetto strategico
segnato da radicale discontinuità, da forte cambiamento nei processi di
formazione delle decisioni, da ampia e aperta innovazione
nell’individuazione di proposte e obiettivi.
Per questo il Congresso deve essere un momento di confronto democratico
sul futuro della nostra Organizzazione, e non la riproposizione, come è
avvenuto nel passato, di una impostazione autoassolutoria, a sommatoria,
confusa, indistinta, priva di scelte e priorità forti e chiare, dalla
quale risulta per giunta completamente assente il tema vero di questa
fase: l’esigenza di una forte discontinuità.
Discontinuità nella consapevolezza, non sufficientemente acquisita, della
necessità di ridefinire il ruolo del sindacato confederale alla luce dei
profondi cambiamenti intervenuti sul piano politico, economico e sociale a
livello nazionale e globale.
Discontinuità nella gestione stessa dell’organizzazione per evitare di
incorrere nei limiti già registrati.
La realtà ci presenta oggi quattro priorità decisive per il nostro futuro:
* una lotta decisa alla crescente disuguaglianza delle condizioni e
delle opportunità, attraverso nuove politiche pubbliche, la
redistribuzione della ricchezza in termini di politiche fiscali, accesso
al Welfare, difesa dei beni comuni, contrattazione
* una lotta alla precarizzazione e alla riduzione dei diritti del
lavoro, attraverso l’unificazione del mercato del lavoro nel segno della
qualità e della stabilità, condizione prima perché le nuove generazioni
possano concepire e realizzare il proprio progetto di vita
* una lotta per sconfiggere il modello contrattuale nato dall’accordo
del 22 gennaio 2009 e per conquistare un nuovo sistema contrattuale. Lotta
che affermi nella pratica rivendicativa un’autonomia negoziale della
contrattazione confederale e categoriale a tutti i livelli, nel privato e
nel pubblico, fondata sulle nostre scelte strategiche
* una lotta per conquistare una compiuta democrazia sindacale dove sia
possibile misurare la reale rappresentanza e consentire la libera
espressione di voto dei lavoratori e delle lavoratrici sulle scelte che
li/le riguardano. Tale conquista è precondizione per la ricostruzione
dell’unità sindacale, strumento indispensabile per rafforzare la lotta dei
lavoratori e delle lavoratrici, che è stato messo in crisi dai
comportamenti e dalle scelte di CISL e UIL.
Discontinuità, cambiamento e innovazione sono indispensabili anche nella
vita interna della organizzazione. Troppo spesso alla percezione di
fragilità esterna si è risposto con tentazioni autocelebrative,
conformismo e asfissia della discussione tra noi, contribuendo così a
consolidare un’immagine e un vissuto di organizzazione chiusa e
burocratizzata, governata da una sorta di patto di non belligeranza tra
leaderships in carica e aspiranti alle medesime.
Non c’è futuro per un’organizzazione di massa che non viva la democrazia
come una risorsa positiva e non come un ostacolo.
Abbiamo bisogno di tutt’altro.
Alla CGIL serve oggi libertà di discussione, confronto, una continua
circolazione di idee, serve un massiccio ricambio di genere e di
generazioni che sconvolga gli incrostati assetti di potere, servono porte
e finestre aperte grazie alle quali la domanda delle persone che vogliamo
rappresentare si trasformi in proposte e battaglie per nuovi e vecchi
diritti.
La crisi finanziaria, economica e produttiva, la progressiva
svalorizzazione del lavoro, la continua messa in discussione dei diritti
di cittadinanza, la netta riduzione dei gradi di democrazia e libertà
mostrano l’urgenza della ridefinizione di un sindacato confederale forte,
autorevole, rappresentativo.
Occorre dunque invertire la percezione collettiva: il mondo del lavoro, la
società, le nuove generazioni devono poter guardare a noi non come a un
problema, ma come alla più efficace delle soluzioni.
Wilma Casavecchia
Giorgio Cremaschi
Domenico Moccia
Franca Peroni
Carlo Podda
Gianni Rinaldini
Nicoletta Rocchi
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