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Non è più tempo di pace sociale
19 - 10 - 09
Di Giuliano Garavini. Le
recenti dichiarazione del ministro Tremonti sull’opportunità di ritornare
al “posto fisso” sono una lezioncina alla sinistra che ha tutto il sapore
della presa in giro. (...)
Tremonti predica il posto fisso. La Chiesa di Ratzinger
invoca la responsabilità sociale delle imprese e dei paesi ricchi. Sacconi
e la CISL chiedono la partecipazione agli utili delle imprese. E tutti
insieme intendono una società più gerarchica, depauperata di meccanismi di
partecipazione democratica, raccolta intorno alle elemosina che i ricchi
vorranno concedere ai poveri.
La verità che è finito il tempo della pace sociale: quella pace
continuamente invocata da Tremonti, Sacconi e Ratzinger. Questo tempo è
scaduto simbolicamente il giorno in cui il Governo e la Confindustria
hanno dichiarato guerra alla CGIL, dopo che per oltre venti anni questa
aveva pacatamente accettato riduzioni dei salari reali, aumenti dei prezzi
dei servizi e continue privatizzazioni, espandersi del sistema del
precariato che scarica sui giovani le incertezze della competizione
commerciale e finanziaria globale. La ricompensa per questo atteggiamento
“responsabile” è stata che, alla prima pesante crisi economica, si è colta
al volo l’occasione per scardinare l’unità dei sindacati e spezzare le
reni all’unico sindacato confederale che aspira a mantenere un rapporto
diretto con il mondo del lavoro e favorire la sua partecipazione ai
processi decisionali.
E siccome c’è gente che fraintende: che sia finita la pace sociale, non
significa ovviamente che sia iniziato il tempo delle rivolte armate.
Significa invece qualcosa di più complesso e di più duraturo.
Significa che a livello sindacale occorre mutare radicalmente la strategia
della concertazione per aprire una nuova stagione in cui si ricostruisca
il rapporto con i lavoratori e, soprattutto, con il mondo del precariato.
Occorre un cambiamento che porti, già dal prossimo congresso, alla guida
del maggior sindacato confederale chi lo considera un luogo indipendente
dalle contese interne ai partiti, in grado di leggere l’economia nazionale
e internazionale e proporre ricette autonome e non semplicemente farsi
trainare dalle analisi di organismi internazionali come l’OCSE o il Fondo
Monetario.
Significa, a livello politico, che il tempo delle microscissioni, il tempo
di quella che Corrado Guzzanti definirebbe “la strategia del
microrganismo” (vincere sparendo dal mondo del visibile), non ha più
senso. Non hanno più senso quelli che “Di Pietro non è di sinistra”.
Occorre un fronte comune di tutte le opposizioni sociali, da Rifondazione
a Di Pietro, che muovano una battaglia su alcune questioni comuni per
arginare la frana della costante privatizzazione di tutti gli interessi
pubblici: moratoria sui licenziamenti e su ogni ulteriore privatizzazioni
dei servizi pubblici, abolizione dei contratti precari, istituzione di
referendum obbligatori fra tutti i lavoratori sui contratti nazionali,
salvaguardia delle pensioni di anziani e giovani, fine della guerra in
Afghanistan, richiesta di referendum su ogni modifica dei trattati
europei. Poi come presentarsi alle prossime elezioni si vedrà, a seconda
di chi sia più concretamente (e non nelle assemblee) in grado di
interpretare questo desiderio di battaglia sociale.
E significa che ogni individuo di sinistra deve essere investito della
responsabilità di dar vita ad associazioni, gruppi che mettano insieme le
persone sulle questioni più disparate, operando concretamente perché la
cooperazione, il pubblico, la partecipazione e l’eguaglianza tornino,
delineate in modo nuovo ed attraente, ad essere egemoni nella società. La
cultura di sinistra deve smettere di trincerarsi nelle “riserve indiane” e
aspirare nuovamente a farsi sentire da tutti, perché il mondo è migliore
di quello che sembri a guardarlo in televisione.
Attendere che tutto questo accada dall’alto, magari scaricandosi la
coscienza con un voto alle primarie ad un bravo chirurgo o ad un bravo
amministratore regionale, è velleitario; perché la pace sociale deve
finire prima di tutto dentro ogni persona, che deve ritrovare la
convinzione di poter imporre concreti cambiamenti sociali e la forza di
battersi attivamente per le cose in cui crede. Non servono dei tifosi oggi
che la pace sociale deve andare in cantina, servono dei giocatori che si
impegnino ognuno al meglio delle proprie competenze.
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