Treviso - Cgil, serve un cambio radicale di paradigma

Chiunque oggi intenda nascondere ai lavoratori quanto sta davvero accadendo, nelle assemblee sindacali piuttosto che nei dibattiti televisivi, parlerà sempre della “crisi” facendola derivare da una qualche causa specifica scatenante, dando cioè per scontato che il modo di vita e di produrre capitalistico in cui stiamo immersi sia immutabile e “naturalmente umano”.

Mentre eviterà sistematicamente di spiegare che la finanziarizzazione del-l’economia è soltanto uno stadio della manifestazione della crisi capitalistica in quanto tale: non la causa della crisi. E questo perché? Perché ciò potrà facilmente consentirgli subito dopo di sentenziare: «regoliamo i mercati finanziari e così tutto tornerà nel suo ordine naturale».
E invece no: quello che ci stanno raccontando sulla crisi sono balle colossali.
Le cose sono destinate inevitabilmente a peggiorare, perché la cosiddetta “causa” della crisi non è quella su cui insistono questi imbroglioni, ma è di tutt’altra e più profonda natura.
Essa consiste sostanzialmente nel fatto che, oggi, siamo di fronte all’impossibilità di riprodurre la domanda, e conseguentemente, con essa, di riprodurre il rapporto di lavoro salariato (come già aveva previsto il grande Marx). E’ immediatamente evidente che nell’ambito dei rapporti capitalistici di produzione, se non vi sono le condi-zioni per riprodurre il capitale privato non sarà possibile nemmeno riprodurre il lavoro, essendo quest’ultimo legato da un rapporto di assoluta subordinazione al capitale, cioè alle occasioni o meno di profitto per le imprese, unico fattore che può ricreare le condizioni d’acquisto della forza-lavoro. E’ ragionevole ritenere che a motivo di queste contraddizioni proprie del capitalismo maturo (già messe in luce a suo tempo da Marx), la disoccupazione di massa e la sottoccupazione torneranno a crescere, e non per breve tempo. Di questo dobbiamo essere consapevoli.
Impossibilità di riprodurre la domanda (se non attraverso l’indebitamento – vedi, ad esempio, la prigione dei mutui, o quella dei fondi pensione). Che significa? Significa che siamo di fronte al fatto che l’accumulazione capitalistica classica è oggi sostanzialmente preclusa alle imprese, dato che per effetto dell’innovazione tecnologica e del progresso scientifico è stata raggiunta da tempo una capacità produttiva assai eccedente la domanda (solvibile), già elevatissima a partire dagli anni ‘70. Cosicché, se la maggior parte della ricchezza (capitale) disponibile dovesse tornare nel circuito produttivo, emergerebbe con evidenza che essa è disponibile in misura assolutamente eccedente rispetto ai bisogni che la società (solvibile) è oggi in grado di esprimere, e dunque, ogni nuovo investimento risulterebbe incapace di realizzare un prezzo in grado di coprire i costi sostenuti dalle imprese nella produzione. Detto in altri termini, il protrarsi di un uso produttivo del capitale determinerebbe oggi una svalutazione dello stesso, ottenendo l’effetto esattamente opposto a quello che si prefigge ogni imprenditore (valorizzazione del capitale).
Ecco perché oggi l’economia di scambio è ferma, mentre si lavora alacremente per rianimare la salma finanziaria neoliberista.
Da questa situazione di crisi, che prende avvio da metà anni ’70, è derivata la spinta a riversarsi sul mercato dei titoli finanziari, così da usufruire di guadagni in conto capitale come soluzione sostitutiva al crollo della redditività dei capitali investiti produttivamente. Cosicché, a partire dagli anni ’80, si è assistito progressivamente all’affermarsi della finanza come forma mistificata di un arricchimento privato che sempre più ha preteso di fare a meno dell’accumu-lazione reale (quella che si realizza con lo sfruttamento del lavoro). Che altro sono infatti i sub-prime se non il tentativo disperato del Capitale di utilizzare tutta l’immensa forza produttiva esistente attraverso il meccanismo del debito? Provino una buona volta a rispondere a questo i Giavazzi, i Cazzola, i Cisnetto, che per anni ci hanno ammannito favole maldestre sullo sviluppo americano degli anni 90. La realtà vera che emerge da questa crisi è che per anni si è sostenuta la domanda attraverso il debito, così da riuscire in maniera artificiale a produrre tutto ciò che era producibile. Altrimenti l’economia capitalistica mondiale sarebbe crollata molto prima.
Peraltro, coloro che hanno studiato con un minimo di serietà l’evoluzione della crisi del ’29 sanno perfettamente che le “soluzioni” per questo tipo di crisi (sistemiche) non sono ne brevi ne indolori. Ed è bene aver chiaro che già allora,
per anni, ad ogni piccolo cambiamento, si è andati avanti a ripetere decine e decine di volte che “la crisi era finita”. Ma alla fine sapete quando finì per davvero la crisi capitalistica del ‘29? Nel 1939, col riarmo USA. E’ significativo ricordare che ad un certo punto fu lo stesso Keynes che arrivò a concludere che in assenza di soluzioni possibili, persino i terremoti e le guerre erano da auspicarsi per risolvere la crisi e salvare il capitalismo.
Tutto ciò per dire che (al di là della propaganda che ci ripete ad ogni ora che il peggio è passato, che i segnali di “ripresa” sono già tra noi, che nel 2010, seppur di poco, si tornerà lentamente a crescere; al di là delle dichiarazioni ufficiali di molti economisti a libro paga delle varie lobby o dei potentati economico-finanziari, supportate da stuoli di giornalisti al guinzaglio che amplificano ogni impercettibile segnale di rallentamento della più pesante contrazione che l’economia mondiale abbia subito nell’ultimo cinquantennio) la realtà, quella vera, che tutti noi lavoratori viviamo quotidianamente, mostra invece che stiamo dentro ad un aggravamento della crisi (che, è bene esplicitarlo, è crisi del capitalismo e del suo tentativo neoliberista di salvezza attraverso la finanza) che viene affrontata sempre più con una brutale politica di classe dal padronato italiano, che punta a gestire la crisi e la caduta dei saggi di profitto delle imprese riducendo l’occupazione, riducendo i salari e facendo lavorare di più a costo inferiore i lavoratori che restano. Tutto il resto s’intende affidato agli spazi per l’assistenza ai poveri.
E’ facile prevedere che da qui in avanti ci troveremo sempre più di fronte ad una situazione di crescente drammaticità sociale in cui l’attacco all’occupazione (licenziamenti di massa) e alla gestione della precarietà (che diverrà dilagante), si intreccerà con l’attacco al Contratto Nazionale (che significa taglio ulteriore ai salari) spalleggiato da Cisl, Uil e dalla cosiddetta sinistra istituzionale riformista.
Lo scontro sociale nel Paese è quindi destinato inevitabilmente a crescere.
Per reggere a questo scontro c’è bisogno di un grande sindacato di classe, in grado di unire la molteplicità di lotte disperse (che pur, oggi, ci sono), di dargli una prospettiva unificante, degli obiettivi chiari e all’altezza dei problemi (già tutti presenti da metà anni ’70 con la crisi dello Stato Sociale) riaperti oggi dalla crisi capitalistica, che parlino contemporaneamente a chi un lavoro ce l’ha, a chi è precario, a chi è disoccupato.
Un sindacato che riguardo alle scelte di fondo
- si ricostruisca sulla base di un identità forte, autonoma e indipendente, a partire da un salto politico-culturale che ambisca a rovesciare il punto di vista neoliberista sulla realtà, che ormai pare aver colonizzato l’anima della nostra gente (in primis di molti funzionari sindacali), facendolo passare come l’unico punto di vista oggettivo, sensato e praticabile, e non già come una particolare lettura ideologica della realtà, funzionale alla conservazione di una forma sociale dominante che ha da tempo esaurito il proprio ruolo storico (in tal senso investire e rafforzare la nostra presenza sindacale all’interno delle Università e del mondo studentesco è strategicamente essenziale);
- che parli il linguaggio della verità in tutti i luoghi di lavoro, indicando idee forti, piattaforme e orizzonti sociali per una via d’uscita reale dalla crisi, che non siano i soliti ripescaggi di minestre prekeynesiane fallimentari mutuate dalla nostra controparte, ne che dopo aver evocato nei congressi altisonanti “sfide poste dal cambiamento”, si finisca poi nel concreto con l’accettare sempre la logica del meno peggio (ammortizzatori sociali) in ossequio al quadro di compatibilità intercapitalistico dato, mai messo in discussione: si ponga con forza - facendone una bandiera di lotta vera per l’unità fra i lavoratori - il problema della redistribuzione del reddito, della redistri-buzione del tempo di lavoro fra tutti i lavoratori delle aziende in crisi, della riduzione della giornata lavorativa a parità di salario, del reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro (giacché, oggi, ai lavoratori non serve aumentare la produttività corrente lavorando di più per tenere in piedi un sistema in agonia, come chiede Sacconi: noi siamo già una società straricca, la cui base materiale dell’esistenza, grazie agli enormi aumenti della produttività del lavoro intervenuti dal dopoguerra, consente a tutti noi di vivere bene con sempre meno lavoro).
Tutto ciò non può realizzarsi se il sindacato, oltre a fare grandi discorsi di sinistra nei convegni, non decide di riorganizzarsi da protagonista in senso conflittuale e partecipativo, modificando in primis la propria struttura organiz-zativa, mettendo mano alla riallocazione delle risorse al proprio interno in senso antiburocratico, ripristinando un rapporto di ascolto e condivisione totale con la condizione ed i bisogni del mondo del lavoro.
Per questo è nata la Rete28Aprile.
Per questo noi ci battiamo per una svolta congressuale vera dentro la Cgil.

25.09.09                    Rete28aprile Cgil di treviso