|
Cgil, la ricetta per sbloccare i rinnovi
Parla la segretaria confederale, Susanna Camusso:
l'accordo separato non funziona, ma può essere un'occasione per ritrovare
l'unità. Serve una risposta salariale concreta, la difesa della funzione
del contratto, l’attenzione ai temi dell’occupazione
di Susanna Camusso*
A gennaio, il governo annunciava in pompa magna che la missione di
dividere il sindacato era compiuta ed il nuovo modello contrattuale –
separato appunto – sarebbe stata la panacea per la crisi. Ora che molte
vertenze contrattuali sono alle porte, l’entusiasmo del governo-datore
di lavoro sfuma nel nulla, e il ministro della Funzione pubblica critica
il modello e dichiara, nei fatti, la sua inapplicabilità. Con il rischio
che ciò diventi l’inaccettabile alibi per non rinnovare i contratti dei
lavoratori pubblici. Nelle categorie regna sovrana l’articolazione.
Nei meccanici, Cisl e Uil si sono assunte l’onere di
alfieri della rottura, non solo con una piattaforma separata, ma
attraverso la disdetta del contratto nazionale che non è e non può
essere un loro patrimonio privato, non solo per la firma della Fiom, ma
ancor più per il voto dei lavoratori che lo approvarono. Se nei
meccanici abbiamo visto una voglia di cesura della loro storia, nelle
altre categorie si verificano soluzioni diverse ed alleanze diverse, e
nei fatti una difficoltà delle categorie di Cisl e Uil ad applicare
l’accordo separato.
Abbiamo già raccontato le piattaforme: l’avvio e la rottura
unitaria degli alimentaristi, la discussione degli edili, il confronto
tra piattaforme diverse nelle telecomunicazioni, nei chimici, nei
tessili e via enumerando. Si apre quindi una stagione contrattuale molto
complessa che - come non ci stancheremo mai di dire - è l’opposto di
quel che servirebbe nella crisi, è l’opposto delle attese dei
lavoratori. I fatti si sono già incaricati di dimostrare che non
funziona costruire un meccanismo che sottrae alla realtà la misura
dell’inflazione e alle parti la funzione negoziale. In tempi non
sospetti evidenziammo che l’Ipca depurata, pensata per non tutelare i
salari, si sarebbe rivelata un boomerang. Si preferì la rottura.
Per la Cgil, il filo conduttore delle piattaforme è
tracciato: una risposta salariale concreta, la difesa della funzione del
contratto, l’attenzione ai temi dell’occupazione. Durante l’estate,
abbiamo assistito al moltiplicarsi dei paladini di mille forme diverse
di “contrattazione”, dalle gabbie salariali, alla partecipazione agli
utili; una rincorsa a distrarre dai problemi dell’autunno. Proposte
diverse, ma tutte con un tratto comune, indebolire il contratto
nazionale di lavoro, aumentare le diseguaglianze, un’idea di
contrattazione decentrata contro, non per allargare e redistribuire.
La constatazione che il modello non funziona è sotto
gli occhi di tutti. Può essere un’occasione, un’opportunità positiva,
per ritrovare conclusioni unitarie ai tavoli contrattuali. Può essere
l’occasione, a partire dai segnali lanciati da Confindustria, per
scrivere una nuova agenda di priorità e proposte per contrastare la
crisi e immaginare un futuro, affermando un ruolo autonomo delle parti
sociali. Se no meglio decidere una fase di transizione – un ponte – che
dia risposte ai salari, per uno, due anni e concentri le energie sulle
proposte per uscire al meglio dalla crisi.
*segretaria confederale della Cgil
10/09/2009 10:00
|