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Il congresso CGIL di fronte a un bivio, subire o lottare Giorgio Cremaschi, 10 settembre 2009, Liberazione. E’ cominciata nella Cgil la discussione sul congresso. Un congresso sul quale si appuntano attenzioni diverse, alcune amichevoli, altre malevole, comunque tutte profondamente interessate a cosa succederà nel principale sindacato italiano. Il nodo del congresso può essere così riassunto: dopo l’accordo separato sul sistema contrattuale e nel pieno della più grave crisi economica degli ultimi decenni quali sono il programma, l’iniziativa di un sindacato che non si rassegna ad accomodarsi all’esistente? (...) Con l’accordo separato Cisl, Uil, governo e
Confindustria stanno tentando di stabilire un nuovo regime di
collaborazione sindacale che dà per scontato che l’eguaglianza dei diritti
dei salari, delle garanzie sociali debba essere progressivamente
abbandonata in nome di una competitività attenuata dall’assistenza e dalla
sussidiarietà. L’aggravarsi degli effetti sociali della crisi, invece che
spingere verso una riforma profonda delle politiche economiche, sta
portando a una riaffermazione brutale degli stessi meccanismi che l’hanno
generata. Si mandano messaggi tranquillizzanti sulla ripresa perché si
vuole ricominciare, come prima, peggio di prima, a speculare sul lavoro e
sui diritti. Così il nuovo slogan vincente - legare ancor di più il
salario alla produttività – propone in realtà una brutale selezione
sociale nel mondo del lavoro. Si daranno i soldi e diritti solo a quella
parte del mondo del lavoro che si salverà nella guerra della competizione,
mentre per tutti gli altri ci sarà sempre meno. La frantumazione sociale e
la precarietà, la guerra tra i poveri, le gabbie salariali,
l’aziendalismo, sono tutte conseguenze e aspetti della stessa scelta di
fondo: mantenere in piedi l’economia liberista anche quando questa non è
più in grado di mantenere la promessa di alti ritmi di sviluppo. Cisl e
Uil, al di là della propaganda, sono rassegnate al fatto che il sindacato
non possa più modificare rapporti di forza e scelte di fondo, e quindi
possa solo adattarsi ad amministrare la frantumazione sociale. Da qui la
rinuncia a difendere il contratto nazionale e la scelta non tanto a favore
della contrattazione aziendale, ma del salario di merito e aziendalistico.
Il progetto del governo, sulla distribuzione delle azioni al posto dei
salari, suggella questo disegno. Esso non c’entra nulla con la
partecipazione e la democrazia industriale, da quando in qua i piccoli
azionisti hanno contato qualcosa nelle grandi imprese? Il progetto in
realtà attiene a un’altra scelta, quella di addossare ancor di più ai
lavoratori i rischi del mercato dell’impresa. Si chiede ai lavoratori
prima di rinunciare al salario del contratto nazionale in nome del salario
di produttività, poi di sostituire quest’ultimo con le azioni. Si chiede
ai lavoratori, semplicemente, di rinunciare al salario certo e di essere
ancor di più disponibili a rischiare la propria condizione sociale per la
competitività nell’impresa. Mentre l’intervento pubblico ha salvato la
grande finanza, mentre per i ricchi ci sono stati interventi di stampo
socialista, per i lavoratori e per i poveri c’è, ancor più di prima, il
rischio di mercato. Si taglia il salario, si chiudono le fabbriche, si
licenziano i precari pubblici e privati, si prepara una nuova aggressione
alle pensioni, alla sanità, a tutto ciò che resta di pubblico. Giorgio Cremaschi
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