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Cernobbio - da Rassegna Sindacale della Cgil - 6.9.09
Le aperture di Emma Marcegaglia potrebbero chiudere la fase
dell’esclusione per il più importante sindacato italiano. La rabbia dei
lavoratori stana le imprese. Il dialogo incontra molti ostacoli: l’accordo
separato sui contratti, Cisl e Uil, il governo
Prevista da molti, è arrivata da Cernobbio una notizia speciale:
l’apertura della Confindustria alla Cgil. Il 6 settembre, nel corso
dell’edizione 2009 del seminario Ambrosetti, il presidente degli
industriali Emma Marcegaglia ha rivolto infatti un appello ai sindacati
affinché - con Confindustria - facciano “parte integrante di un progetto
Paese”. “La Cgil è un grande sindacato - ha detto in particolare
Marcegaglia rivolgendosi a Guglielmo Epifani – e in un momento difficile
come questo bisogna far prevalere le cose che ci uniscono, rispetto a
quelle che ci dividono”. “Conviene a tutti affrontare la crisi più
uniti”, ha risposto a stretto giro il numero uno della Cgil, chiedendo
però “fatti concreti”.
Il rilancio del dialogo chiesto dalle imprese industriali alla maggior
confederazione sindacale italiana ha molte ragioni e molte letture. Ma
la ragione numero uno sta sicuramente nel timore, sul versante delle
imprese, che la conflittualità nei luoghi di lavoro, ora che la crisi si
fa sentire più duramente proprio sull’occupazione, diventi una guerra
ingestibile, e paralizzi le imprese. Il mondo del lavoro è in subbuglio,
attraversato da timori e disperazioni che sfociano sempre più spesso in
gesti eclatanti, in micro-vertenze “fai da te”, che appaiono a
tutto’oggi faticosamente governate dai sindacati, o in qualche caso
assolutamente non governate. Nel frattempo gli ammortizzatori sociali si
stanno esaurendo e soprattutto le piccole e medie imprese rischiano a
migliaia la chiusura o lunghi stop. La riapertura dopo le ferie estive è
stata dura per tutti, ma per qualche azienda è apparsa perfino
drammatica. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro. È ovvio che in
questa situazione i big degli industriali in Viale dell’Astronomia
abbiano giustamente pensato a un qualche escamotage tattico. Gli
industriali più avveduti cominciano cioè a pensare che interloquire con
i lavoratori, in questa fase drammatica, continuando a escludere la
Cgil, il più grande sindacato confederale, sarebbe davvero un’impresa
impossibile. Da qui quella nuova “voglia di Cgil”, come l’ha definita
con una certa punta di invidia e gelosia Giuliano Cazzola, ex
cigliellino, oggi uno dei battitori “liberi” più tenaci contro Corso
Italia. La carta della Cgil, insomma, sono proprio quelle lavoratrici e
quei lavoratori la cui rabbia fa improvvisamente paura. Lavoratrici e
lavoratori che il sindacato di Corso Italia ha dimostrato di saper
rappresentare meglio di altri.
La necessità delle imprese è chiara: un po’ d’acqua sul fuoco
dell’autunno caldo. Ma in che modo? Cominciando a firmare i contratti,
ad esempio. O almeno cercando di impostare le trattative in un modo tale
che si possa giungere ad accordi di compromesso. Cosa che però dal lato
Cgil non risulta semplice, visto il nuovo regime, il nuovo modello
sancito con l’accordo separato voluto proprio da Marcegaglia, insieme a
Cisl, Uil e governo (in particolare il ministro del lavoro, Maurizio
Sacconi) che non è stato accettato dal sindacato di Corso Italia. E non
viene accettato tuttora dalla confederazione.
Marcegaglia sicuramente non ride. La presidente degli industriali ha le
sue belle gatte da pelare. Ha bisogno di ristabilire un contatto con la
Cgil e con le sue categorie, ma nello stesso tempo deve tenere ferma la
barra sull’accordo del 22 gennaio, dal quale le imprese non vogliono
tornare indietro, pena la rottura con il governo e magari anche con Cisl
e Uil, che in questo momento preferiscono il silenzio diplomatico. Il
ministro Sacconi, invece, arrota i coltelli e comincia a minacciare
chiunque receda dal “contratto” di gennaio. Ma il ministro del Lavoro,
della salute e del welfare, che proprio in questa settimana si appresta
a dare il via alla trattativa sulla partecipazione dei lavoratori (ma
quale?), non può controllare tutto. Qualcosa comincia a sfuggirgli di
mano come succede (con le banche per esempio) anche al suo collega
Tremonti.
Dunque qualche segnale di movimento c’è. E sarà importante seguire nei
prossimi giorni gli sviluppi delle “aperture” di Cernobbio. Si tratta di
verificare se una svolta – in un senso o nell’altro – risulti nelle cose
possibili e vada oltre il teatro mediatico. Ma oltre il piano delle
dichiarazioni pubbliche, è fondamentale seguire i reali rapporti
sindacali tra le parti. Importanti categorie manifatturiere attendono i
rinnovi: metalmeccanici, alimentaristi, chimici... Cosa offrirà di
concreto la Confindustria? E se si arrivasse a mettere in stand-by
l’accordo separato, con una sorta di moratoria, come reagirebbero Cisl e
Uil, e il governo?
Ci sono anche fronti più “facili”, almeno sulla carta. Un fronte sul
quale sindacato e imprese possono saldarsi più facilmente, è per esempio
la richiesta al governo di rimpolpare i fondi per gli ammortizzatori
sociali. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha parlato di “fondi
oltre l’immaginabile”. Su questo terreno è facile pensare a un’asse
delle forze produttive che provi a stanare l’esecutivo, ora che si entra
nella fase della nuova finanziaria. Si tratta di fare come a poker:
“vedo”. Ci sono poi altri due “fronti” che sono stranamente trascurati:
il fisco e le pensioni. Sul primo punto tutto si può dire fuorché cose
positive per i lavoratori. La pressione fiscale è aumentata oltre il
43%. Colpa della crisi e delle banche, dice Tremonti, che al tempo
dell’ingresso in Europa aveva fatto fuoco e fiamme contro Prodi e la sua
tassa Ue.
Per capire la scena, dobbiamo infine tenere conto del piano più
politico. L’apertura di Marcegaglia deve fare i conti con una Cgil che
sta entrando nella sua fase congressuale. Ed è un congresso dal quale
dovrà uscire la nuova leadership. La Confindustria ha però necessità di
trovare un’uscita di sicurezza, anche se non è detto che tutti questi
sforzi portino i lavoratori giù dai tetti.
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