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03 Settembre 2009
G.Garavini - Tutto il futuro della CGIL in un pugno di
settimane Ci sono cose la cui importanza è
sovrastimata dalla stampa e dalla televisione. Vedi: le abitudini sessuali
del Presidente del Consiglio oppure il congresso del Partito democratico
in cui si confrontano candidati che rappresentano tutti una diversa faccia
della fallimentare medaglia blairiana circolante nei disastrosi anni
Novanta. E poi ci sono cose che peseranno sul nostro futuro almeno per i
prossimi decenni. E tra queste, particolare rilevanza rivestirà il
prossimo anno l’esito del congresso della CGIL, il più grande sindacato
italiano, secondo per importanza in Europa solo al sindacato tedesco.
(...)
La CGIL si presenterà al momento della verità con un passivo pesante. A
partire dagli anni Ottanta, secondo le stime dell’OCSE, vi è stato uno
spostamento massiccio di ricchezze dai salari verso profitti e le rendite:
esattamente 185 miliardi di euro fra il 1985 e il 2008, oltre 8 punti
percentuali di Pil. I salari italiani risultano oggi i più bassi di tutta
l’Europa occidentale, i livelli di sicurezza nelle imprese sono anche essi
fra i più bassi e hanno generato drammi come quello della Thyssen di
Torino, lo scambio sociale del 1993, che attraverso la concertazione
avrebbe dovuto garantire moderazione salariale alle imprese in cambio di
investimenti privati e pubblici nei servizi, si è rivelato un completo
fallimento. La battaglia recente più significativa della CGIL, quella cioè
in difesa dell’articolo 18 nel 2002, ha ottenuto da un lato un successo,
perché ha consentito un sussulto di combattività e ha accreditato un
gruppo dirigente, ma è stata accompagnata dall’accettazione di uno
straripante sistema di precariato che oggi non è tutelato né dall’articolo
18 né da altro.
La CGIL resta la più grande organizzazione sociale in Italia e i margini
di democrazia interna perché il prossimo sia un congresso vero, segnando
un’inversione di rotta, ci sono tutti. A partire dal 2006 la presenza di
una solida opposizione interna alle pratiche della concertazione e del
“governo amico” si è mostrata in crescita. Il 4 novembre 2006 erano scesi
in piazza oltre 150mila precari, sindacati di base, e solo anonimi
iscritti alla CGIL contro le politiche del governo Prodi sul precariato.
Poi, come protesta contro gli accordi del luglio 2007 che nulla mettevano
in opera contro il precariato, il 20 ottobre sono scesi in piazza
centinaia di migliaia di giovani e lavoratori, compresi iscritti a Rete 28
Aprile, Lavoro e Società, nonché alla FIOM, trasgredendo alle direttive
del resto dell’organizzazione. Più recentemente l’inedita manifestazione
unitaria della FIOM e della Funzione Pubblica, contro il nuovo modello
contrattuale che ha eccitato CISL e UIL in un abbraccio incestuoso con il
Governo e la Confindustria, ha significato per il resto del sindacato
l’obbligo a non adeguarsi. In questa estate i lavoratori della Insse hanno
dimostrato che con la battaglia si può anche vincere contro i
licenziamenti, e che l’autunno potrebbe essere combattivo e vincente se
solo i lavoratori non venissero lasciati soli.
A questo punto la CGIL è in mezzo ad un guado dal quale non potrà uscire
se non profondamente mutata. Non avendo aderito al nuovo modello
contrattuale del 16 aprile, che prevede tra l’altro l’indebolimento del
contratto nazionale e l’abbassamento del salario minimo in favore di
rapporti più diretti tra lavoratori e aziende, essa non può che
riallinearsi alle posizione della CISL, che vede i rapporti tra lavoratori
e imprenditori esenti da conflitto e improntati a cauta subordinazione,
oppure tornare a rappresentare gli interressi di un’autonoma elaborazione
del mondo del lavoro e delle possibilità di riscatto, di creatività e di
lotta dei lavoratori.
Nell’introdurre la festa nazionale della Rete 28 Aprile, tenutasi a Parma
fra il 28 e il 30 Agosto, Giorgio Cremaschi ha sintetizzato che nel
prossimo congresso: “la CGIL deve tornare ad essere sé stessa, anche
contro sé stessa”. Eguaglianza tra lavoratori e battaglia sociale sono
nella storia di un’organizzazione che ha avuto radici anche nelle lotte
bracciantili e nella quale il comunismo, non ultimo quello dei consigli, è
stata la principale corrente politica. Nella festa di R28A è stato
ospitato un dibattito al quale hanno partecipato figure importanti del
nuovo fronte sindacale: Podda della Funzione Pubblica, Rinaldini della
FIOM, Nicolosi di Lavoro e Società. E’ del tutto probabile che questi
soggetti presenteranno un “documento alternativo” a quello del segretario
in carica nel prossimo congresso, e dal grado di successo riscosso da
questo documento si capirà anche in che direzione andrà a parare il
sindacalismo italiano.
A parere di chi scrive la battaglia di questa nuova e solo parzialmente
edificata “sinistra sindacale” non può restare dentro l’organizzazione,
combattuta solo dagli iscritti e dalla burocrazia sindacale, ma ha tutte
le carte per essere portata dentro la società nel suo complesso perché
parla all’Italia. Il documento della “sinistra sindacale” dovrà quindi
parlare anche fuori dalla CGIL e contenere: il rifiuto da parte del
sindacato all’imposizione di compatibilità e l’asserzione che i contratti
devono tutelare in primo luogo il benessere dei lavoratori e offrire una
prospettive di creatività e partecipazione; una critica esplicita del
gorgo burocratico in cui si è avvitato il sindacato confederale nella
troppa dimestichezza con i corridoi di Palazzo Chigi, anche presentando
concrete soluzioni alternative per contrastare questa deriva burocratica;
un’aperta sfida lanciata al mondo del precariato e dei più deboli come gli
immigrati finora totalmente ignorato dai confederali; e di conseguenza la
rinuncia al metodo concertativo che sempre più spesso fa del sindacalista,
nelle aziende private e pubbliche, la principale spalla di manager e
dirigenti. Solo se il sindacato ritornerà a dare protagonismo alle lotte e
alla partecipazione dei lavoratori, solo se non sembrerà vittima dei
giochi di congresso di partiti amici e delle maggioranze governative,
tornerà a giocare un ruolo attivo. Nel caso contrario la trasformazione
del sindacalismo italiano in ente di collocamento, in agenzia per regolare
la contribuzione fiscale o per la formazione professionale, centro di
potere per una burocrazia succube dei potenti, come già avvertito da molti
non iscritti, sarà inevitabile e nemmeno tanto lenta.
Giuliano Garavini
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