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23.07.09 - Intervento del gruppo di continuità della R28A di Verona Il nostro intervento vuole essere un contributo alla riflessione sulla CGIL e sul ruolo della “Rete 28 Aprile”, non solo nella situazione contingente, ma sulla prospettiva di spostamento del nostro sindacato su posizioni di classe. (...) E' indubbio che l'analisi della posizione attuale della CGIL non può prescindere dall'analisi dei mutamenti delle posizioni delle forze politiche che l'hanno composta e la compongono. Attualmente la CGIl è a metà di un
guado, dobbiamo capire se, nelle condizioni date lo supererà o
rimarrà travolta dalla piena dell'ideologia "della complicità"
di stampo neodemocraticocristiano. Con il PCI forte degli anni '70 si
è avuto l'apice della stagione delle lotte operaie, che ha
portato allo Statuto dei Lavoratori (legge 300/70); questi
doveva essere la piattaforma di partenza per il rafforzamento
delle posizioni del mondo del lavoro in ambito, non solo
economico, ma anche politico e sociale. Invece è rimasto solo
una carta di diritti che, lentamente e senza troppe opposizioni,
(tranne qualche eccezione, come per l'art. 18) è stata ormai
destrutturata e svuotata. E' in quegli anni che maturano le
condizioni dell'abbandono della partecipazione dello Stato alla
programmazione economica e al controllo monetario. Nascono molte piccole e piccolissime imprese, che
sembrano il segno di un nuovo boom economico; ma in realtà non
sono che il segno di un arretramento anche sul piano sindacale.
E così crescono l'evasione e l’elusione fiscale, con ingenti
capitali che emigrano all'estero. E' negli anni '90 che, lentamente, ma inesorabilmente inizia una mutazione ideologica, politica ed economica che porterà alla finanziarizzazione sempre più spinta dell'economia, l'accordo di Maastricht e la concezione del mercato unico europeo delle merci, la privatizzazione di industrie, servizi e banche imboccando la strada che ha portato al disastro cui assistiamo oggi. Il Partito Comunista (PCI) scompare per lasciare
il posto ad un partito che sta perdendo le sue caratteristiche
ideologiche, ancora radicato nel sociale, ma meno strutturato e
destinato a diventare il "partito snello" che sarà poi di
D'Alema e Veltroni. Questo è lo snodo cruciale su cui si giocherà tutta la partita che porta all'odierno. L'accordo del '93 ha un significato che va ben aldilà del semplice accordo economico di moderazione salariale. Con la concertazione anche la CGIl accetta e fa sue le
ragioni del capitale, e si badi bene, non dell'impresa, ma del
capitale in quanto tale, con tutte le conseguenze che ne
derivano. La finanziarizzazione dell'economia assume un ruolo preponderante nel mutamento del lavoro: e qui si renderebbe necessaria un'analisi marxista di questi mutamenti (od almeno una rilettura del “capitale Finanziario” di Rudolf Hilferding, giusto di 100 anni fa!) che portano il rapporto classico “Denaro-Merce-Denaro” a diventare "Denaro-Denaro-Denaro" in cui la produzione e la circolazione di merci diventa un fattore secondario e semplicemente rappresentativo, ma non più sostanziale, rispetto alla produzione e circolazione del denaro, del profitto e, di conseguenza, anche il lavoro di produzione delle merci diventa fattore secondario nella circolazione del denaro. Le merci e il lavoro servono solo a giustificare i bilanci
finanziari, aldilà del loro valore intrinseco e persino
estrinseco. Due elementi ci confermano in questa teoria, e cioè che la produzione di merci per il consumo sia solo rappresentativa, e cioè: 1)la politica di contrazione dei consumi che va avanti dai
tempi di Maastricht; E questo ci conferma anche nel ritenere che questa crisi non è dovuta alla sovrapproduzione di merci ma, al contrario, al sottoconsumo delle stesse, intuizione anch’essa ormai centenaria di Rosa Luxemburg nel molto sottovalutato “L’accumulazione del capitale”. Il lavoratore, e non più il lavoro, diventa merce, si acquista e si vende su un mercato funzionale, non tanto alla produzione reale di merci, ma alla produzione di profitto slegato dalle merci stesse. Il lavoratore, diventando merce, non viene più retribuito in funzione del suo valore di forza, ma solo del suo valore nel mercato del profitto speculativo. Il primo pacchetto Treu, questo sancisce, che la merce lavoratore si compra e si vende a tempo, il suo salario non è più legato alla produzione, ma al costo di una merce qualsiasi che si può ridurre o eliminare. Anche il sistema del welfare state viene, lentamente ma
inesorabilmente, ridotto fino quasi alla scomparsa. Non importa più che egli consumi e questo ci dovrebbe far riflettere. L'economia classica ci insegna che in tempi di crisi la
misura principale è il sostegno al consumo, ma questo non si
attua in nessun paese. Questo ha accettato la CGIL, consapevolmente o meno, (peggio ancora se in quest'ultima ipotesi) quando ha accettato le ragioni del capitale con gli accordi di concertazione. Con l'abbandono del PCI e della sua comunque ineliminabile
ideologia di classe anche nel sindacato si assiste all'abbandono
del conflitto e all'accoglimento del principio secondo il quale
l'interesse dell'impresa è l'interesse di tutti, lavoratori
compresi. Ora assistiamo alla pressoché definitiva trasformazione del Partito Democratico in un partito interclassista in cui convivono le ragioni dell'impresa speculativa, con la presenza di imprenditori di non ben definite qualità e capacità produttive come Colaninno e Calearo, e quelle di lavoratori che si sentono in dovere di difendere l'interclassismo come valore più alto della coesione sociale. Fatto il passo della concertazione, giustamente, il capitale e i suoi rappresentanti, economici, sociali e politici, chiede il passo successivo e cioè la compartecipazione che la Cisl senza più remore, rappresentando l'ideologia maggioritaria, chiama "complicità". Ed ecco la proposta di riforma del sistema contrattuale
accettato, non dimentichiamocelo, anche dalla CGIl che, nella
cosiddetta “piattaforma unitaria” della Primavera 2008, ne
accoglie e ne promuove gli elementi fondanti. Ma il capitale vuole di più, vuole la certezza documentata che il lavoratore sarà una merce a costo variabile, ad impiego variabile, ma questo è già nel sistema contrattuale, ma ne vuole la completa gestione lasciando al sindacato solo il ruolo di semplice notaio che certifica a livello amministrativo il rapporto. La CGIl non firma, non perché la Confindustria e la Cisl presentino un accordo alternativo alla piattaforma unitaria, ma solo perché ne definiscono tutti gli elementi che rendono il ruolo sindacale nullo. La Cisl non è più già da tempo un sindacato in senso classico, avendo abbandonato la centralità del lavoro e del lavoratore per abbracciare la centralità del cittadino consumatore non solo di merci, ma di servizi. E, come struttura, è stata in grado di offrirne superando in
qualità e quantità La Cgil non ha abbandonato le ragioni del capitale, ma non ha
firmato l'accordo perché non ne accetta fino in fondo le
conseguenze sul piano del proprio ruolo istituzionale, si badi,
non politico o sociale, che a quelli ha rinunciato già da tempo
abbandonando il conflitto e le ragioni di classe. Ora è in mezzo al guado. La crisi attuale, che è crisi del capitale come sistema,
unita alle due grandi crisi, quella energetica e quella
ambientale non permetteranno alla CGIL di rimanere in mezzo a
lungo. Il ruolo della “Rete 28 Aprile nella CGIL” in questo momento
è fondamentale. La crisi della sinistra, sancita definitivamente dalle ultime elezioni, ma che data da molto prima e che ha trovato la sua massima rappresentazione nel governo Prodi del 2006, ha creato non pochi problemi a tutta l'area, che, in questi anni, ha mantenuto aperto il dibattito e la dialettica interna al sindacato impedendo uno scivolamento più veloce verso il mutamento genetico del sindacato. Ma ora l'area si è ristretta, con l'ultima scissione del PrC, con lo spostamento inesorabile di un'intera area verso le ragioni che propongono un riavvicinamento al partito neodemocraticocristiano che dal PD arriva all'UDC. Il riformismo è stato abbandonato già negli anni '90 e non sarebbe, comunque, più possibile date le condizioni attuali che non permettono margine alcuno per riformare un sistema al collasso e, allora, la proposta non può che essere radicale: il ritorno ad un conflitto di classe che veda le ragioni del lavoro contrapposte alle ragioni del capitale in uno scontro che sarà durissimo e definitivo. Non è tempo di mediazioni e lo scontro sarà tutto interno alla CGIl perché, nonostante sia a metà del guado, rappresenta ancora l'ultima Thule, l'ultimo baluardo alla deriva che permetterà al capitale di salvarsi nella forma attuale, salvo qualche lieve modifica non strutturale, (come le cosiddette proposte di regolamentazione dei mercati) e uscire dalla crisi quasi indenne sul piano dei costi scaricandone tutto il peso sul lavoro e sui lavoratori. Anche la semplice difesa della situazione attuale,
riducendone l'impatto sui lavoratori, non può bastare, anche se
è imprescindibile. Tra i lavoratori è necessario riproporre una coscienza di
classe fondata sulla solidarietà e sul conflitto. Proposte concrete per l'immediato: Sul piano strettamente contrattuale: Sul piano del welfare state: Come inizio di un programma economico alternativo: -Statalizzazione di banche e delle imprese in semplice difficoltà creditizia, che costerebbe meno della montagna di soldi che si stanno ora spendendo per i cosiddetti “salvataggi”. Su tutti questi temi dovrà svilupparsi il dibattito della rete in tempi brevi. L'organizzazione dovrà essere efficiente e rigorosa e non può più essere lasciata al piano volontaristico-individuale, ma dovrà vedere il pieno funzionamento delle commissioni, dei gruppi di continuità regionali e locali sviluppando il maggiore sforzo possibile per la gestione del conflitto in tutte le realtà in cui la rete, a livello di imprese, aziende e territori, può e deve impegnarsi. Su quest’ultimo punto in particolare ci giochiamo
non solo l’immediato, ma un qualsiasi futuro.
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