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di Felice
Roberto Pizzuti - 17.7.98
PENSIONI
Regole europee e furbizie italiane
Siamo nel bel mezzo della crisi più grave dagli anni '30 e non
sappiamo quando e come ne usciremo, ma il governo, sfruttando
una stramberia tipica della Commissione europea, caratterizza il
Dpef con interventi previdenziali controproducenti in linea con
quanto previsto nel Libro Bianco sul futuro del modello sociale.
La stramberia sta nel fatto che per l'Ue le pensioni pubbliche,
a differenza di quelle private, sono di tipo professionale;
infatti l'obbligo della parificazione uomo-donna non riguarda le
pensioni Inps. Ma che la direttiva europea faccia solo da
supporto alla politica governativa è confermato dall'altro
provvedimento che prevede un aumento automatico dell'età di
pensionamento per tutti, uomini e donne, nel privato e nel
pubblico.
Dalla crisi in corso dovrebbero essere derivate ben altre
indicazioni di politica economica e sociale. Gli sconvolgimenti
in atto nel sistema economico hanno riproposto l'incertezza come
una caratteristica centrale dei mercati capitalistici; le teorie
e la pratica neoliberiste avevano rimosso quest'aspetto
contraddittorio delle relazioni economiche ben evidenziato da
Keynes (e prima da Marx); ma a un anno dall'esplosione della
crisi, il bene da tutti ritenuto più prezioso è ridare fiducia e
sicurezza ai consumatori, ai produttori e agli intermediari
finanziari. Altra necessità per uscire dalla crisi è rilanciare
in modo credibile la domanda, e non potendo più ricorrere a
quella drogata dai prestiti privi di garanzie, occorre ritornare
lungo i sentieri di una più equa distribuzione del reddito.
Invece, coerentemente con quanto previsto nel Libro Bianco, si è
già ripresa la strada del contenimento del sistema pensionistico
pubblico che ammortizza gli effetti della crisi e, smentendo gli
allarmismi falsi e strumentali, non grava affatto sul bilancio
pubblico, ma anzi lo sostiene: il saldo tra i contributi dei
lavoratori e delle imprese e le prestazioni pensionistiche
previdenziali al netto delle ritenute fiscali è infatti attivo
per un ammontare pari a circa lo 0'8% del PIL.
L'obiettivo strategico della politica governativa è ridurre la
copertura pensionistica del sistema pubblico - che già si
prospetta del tutto inadeguata: un lavoratore in pensione a 62
anni con 35 anni di contribuzione avrà una pensione pari a circa
il 50% dell'ultima retribuzione se lavoratore dipendente e pari
a circa il 40% se parasubordinato - sostituendola (non
integrandola) con le pensioni private. Questa scelta, che
implica incentivi fiscali a carico del bilancio pubblico,
avrebbe il «merito» di deresponsabilizzare l'operatore pubblico
e di ridurre il peso contributivo delle imprese, ma
trasferirebbe anche sulle pensioni la maggiore incertezza dei
mercati (sperimentata drammaticamente dagli iscritti ai fondi
privati di tutto il mondo).
Aumentare l'età di pensione delle donne risponde ad un criterio
attuariale (visto che vivono anche più degli uomini), ma questa
non è una novità; come pure non è nuova la circostanza (per
eliminare la quale nulla si è fatto e si sta facendo) che
proprio sulle donne ricadono incombenze derivanti da un sistema
di welfare che non prevede servizi adeguati di assistenza
all'infanzia e agli anziani. Anche la spinta ad aumentare per
tutti l'età di pensionamento può trovare motivazioni
nell'aumento della vita media (ma non nell'equilibrio attuariale
visto che nel sistema contributivo l'adeguamento dei
coefficienti di trasformazione già ne tiene conto); tuttavia non
si può ignorare che stiamo viaggiando verso una disoccupazione
al 10% e non sappiamo quando il sistema produttivo sarà in grado
di assorbire i disoccupati. In questa situazione, costringere i
lavoratori anziani a rimanere in attività implica ostacolare
l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e il rinnovamento
del sistema produttivo. Tale rinnovamento, insieme al
miglioramento della distribuzione del reddito e ad una più
efficace spesa sociale, sarebbe determinante per riorganizzare
il sistema produttivo e uscire dalla crisi che ha sanzionato il
fallimento del modello neoliberista affermatosi negli ultimi tre
decenni. Ma nonostante le critiche ai «mercatismi», quel modello
è duro ad essere abbandonato (anche in certi ambienti che si
considerano di sinistra). |