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G.Cremaschi - Dopo la rottura sui contratti la Cgil prenda
atto che siamo entrati in una nuova epoca di competizione
sindacale
La decisione della Fim e
della Uilm di procedere alla disdetta unilaterale del Contratto
nazionale dei metalmeccanici segna, come ha detto il Segretario
generale della Fiom, uno spartiacque sia sul piano delle
relazioni sindacali sia, ancor di più, su quello dei rapporti
unitari. Non era mai accaduto che si disdettasse un contratto
due anni prima della sua scadenza, tantomeno da parte di
sindacati di minoranza, senza il consenso del sindacato di
maggioranza e in applicazione di un accordo separato – quello
sul sistema contrattuale – non votato dai lavoratori. Siamo
quindi entrati in un’altra epoca sindacale, nella quale non ha
più senso parlare di Cgil, Cisl e Uil, a meno che non ci sia
rapidamente una resa del principale sindacato italiano, che lo
porti ad accettare l’accordo che a suo tempo non ha
sottoscritto. (...)
Se questo, come speriamo e crediamo, non avverrà, l’unica strada
che ha di fronte la Cgil è quella di costruire un altro modello
di iniziativa sindacale, nel quale la competizione aperta con le
altre organizzazioni sia la normalità e l’accordo unitario
l’eccezione. Questo è il nodo politico di fondo che si presenta
nella vita interna e nelle scelte della Cgil e delle sue
categorie. Finora, ha prevalso nel gruppo dirigente confederale
la posizione di circoscrivere e minimizzare il danno. Ci sono
tante cose su cui siamo d’accordo, c’è la crisi, la rottura sul
sistema contrattuale non può influenzare tutto il resto. Ma
questa posizione è priva di consistenza politica, rischia di
essere sostanzialmente solo una testimonianza di buona volontà,
di fronte all’effetto strategico della rottura nelle piattaforme
e nelle vertenze contrattuali. I contratti sono l’attività
fondativa e prioritaria del sindacato, se si rompe lì non si può
dire che resta comunque un terreno unitario.
A questo punto la Cgil ha di fronte a sé due scelte, escludendo
naturalmente quella della resa. La prima è quella di continuare
a ignorare la realtà e di operare come se ci fosse ancora
l’unità con Cisl e Uil, sperando in qualche miracolo o in un
ravvedimento della Confindustria e del sistema delle imprese.
Questa scelta produrrà solo confusione e indebolimento tra tutti
quei lavoratori, e sono tanti, che oggi pensano che sia
necessario lottare non solo per affrontare la crisi, ma anche
per impedire che essa divenga, per il padronato, l’occasione per
distruggere diritti e conquiste. Operare come se la rottura sui
contratti fosse una questione di secondo piano significa
collocare la Cgil e tutto ciò che rappresenta in una posizione
di debolezza e marginalità. L’alternativa è fare di necessità
virtù.
La rottura con Cisl e Uil deve diventare l’occasione per la
ricostruzione di un rapporto diretto e solido, fondato sulla
partecipazione e la democrazia, con le lavoratrici e i
lavoratori. Deve alimentare la lotta contro la burocratizzazione
della vita sindacale, deve diventare lo strumento con cui si
organizzano conflitti e vertenze, con cui si rinnova la pratica
sindacale e si affrontano i cambiamenti dell’organizzazione del
lavoro, a partire dalla precarietà.
Infine, la crisi dell’unità sindacale, deve diventare
l’occasione per riaprire sul serio la questione della democrazia
sindacale. Bisogna uscire da un sistema, oramai superato dai
fatti, ove Cgil Cisl e Uil si autoregolano e poi fanno sì che
quello che definiscono per sé sia la democrazia che vale per
tutti. Si deve entrare sul terreno della competizione
democratica tra i sindacati. Il che vuol dire che deve essere
garantito il momento del voto, nel quale le lavoratrici e i
lavoratori possano decidere chi li rappresenta per fare i
contratti e poi, sul merito dei contratti stessi. La
legislazione attuale nasce dall’epoca dell’unità sindacale di
fatto, monopolizzata da Cgil, Cisl e Uil. Oggi il mondo
sindacale e quello del lavoro sono profondamente cambiati. Ci
vuole una democrazia che regoli le differenze e permetta in
concreto che le maggioranze reali decidano e le minoranze
possano aspirare a diventare maggioranza. Altrimenti saranno
solo le imprese, pubbliche o private, a governare le scelte
sindacali.
Con la rottura sui contratti nazionali si è aperta una nuova
fase delle relazioni sindacali, della quale la Cgil dovrà
prendere atto e rispetto alla quale dovrà necessariamente
attrezzarsi. Per questo, più che la collocazione dei singoli
dirigenti rispetto al congresso del Partito Democratico, sarà
decisiva, nel principale sindacato italiano, la collocazione di
essi rispetto alle scelte da compiere dopo la rottura con Cisl e
Uil.
Roma, 10 luglio 2009
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