|
di Francesco Piccioni
(Manifesto)
10.7.2009
SINDACATO La Cgil verso il congresso
«Cambiare strada» nel mezzo della crisi
Stavolta si discute davvero. Lasciandosi alle spalle quelle che
in diversi, qui, chiamano le «modalità cofferatiane». Il
prossimo congresso della Cgil è di fatto cominciato ieri nella
storica sala di via dei Frentani, a Roma. Occasione,
l'iniziativa nazionale presa dalla Fisac (la federazione dei
bancari) per ragionare su come «cambiare strada» dopo l'accordo
separato di gennaio sulla «riforma del modello di
contrattazione».
Di fronte a un empasse o a un sentiero bloccato, «cambiare
strada» è il primo pensiero. Molto sensato. Ma anche molto
indeterminato. La necessità di una svolta - sentita come
necessaria da tutte le «culture» presenti nel primo sindacato
italiano - non implica di per sé una direzione. Su questo,
dunque, si è iniziato a confrontarsi.
Sapendo che è una discussione che si intreccia strettamente con
quella in atto per il congresso del Partito democratico. Lo sa
benissimo il «padrone di casa», il segretario dei bancari, Mimmo
Moccia, che rivendica di aver promosso un'iniziatica
«eterodossa» rispetto alle abitudini della Cgil. Lo testimonia
Gianni Rinaldini, che apre il suo intervento smentendo - tra
sonore risate - di essersi mai accordato con Franceschini contro
Bersani («io il Pd non l'ho nemmeno votato»); anzi, prende
spunto dalla diceria per chiedere nuove regole interne, come il
«non fare propaganda elettorale nelle sedi Cgil».
L'ordine del giorno, come si diceva una volta è «l'analisi della
fase», preliminare a ogni definizione di obiettivi, strategia,
alleanze. E che la fase «sia cambiata» lo dice senza mezzi
termini anche Valeria Fedeli, responsabile dei tessili e tra i
più vicini al segretario generale, Guglielmo Epifani, che
concluderà il mandato - come da statuto - l'anno prossimo.
L'accordo di gennaio sul «modello contrattuale», infatti, sta
funzionando da «format» per tutti i contratti di categoria;
persino in quelle tradizionalmente meno segnate da conflitti con
Cisl e Uil (il recente caso dei chimici). La linea decisa dopo
gennaio - fare del rinnovo dei contratti di categoria una
dimostrazione dell'impraticabilità di quell'accordo - «non regge
più».
Il «che fare?» uscirà fuori da un ventaglio di posizioni al
momento abbastanza distanti. Emilio Miceli, segretario dei
telefonici, minimizza la portata dell'accordo di gennaio («un
accordicchio»), sottolineandone tutte le smagliature e i
malfunzionamenti. A suo avviso, «s'è persa l'occasione con Prodi
e Montezemolo, quando c'erano le condizioni per fare una riforma
condivisa della contrattazione». Su una linea simile Franco
Nasso - trasporti - che vede nella «proposta di legge sulla
rappresentanza giacente in parlamento (finalizzata a ridurre la
possibilità di dichiarare sciopero nel settore, ndr), una base
per recuperare un rapporto con Cisl e Uil».
Una possibilità già spazzata via, secondo Rinaldini, dalla
«pratica concreta di Cisl e Uil», che per la prima volta nella
storia «hanno disdetto loro il contratto nazionale - approvato
con referendum da tutti i metalmeccanici - per presentare un
propria piattaforma separata», che i lavoratori non possono
neppure votare. Una «concezione proprietaria» che è «uno strappo
alla democrazia, alla costituzione materiale del paese».
Lo «spartiacque» è segnato dalla crisi globale, che mette
direttamente in discussione «l'esistenza di un sindacato con le
caratteristiche che conosciamo». Il problema da risolvere è «la
riunificazione del lavoro», oggi frammentato tra «stabili» e
almeno 40 forme contrattuali precarie. Anzi, persino «i precari
da 1.000 euro al mese» cominciano ora ad essere additati come
«privilegiati» che «guadagnano troppo».
Il tema della riunificazione è il trait d'union con Carlo Podda,
segretario della funzione pubblica. Il quale indica l'obiettivo
di sole «tre macro-aree contrattuali», in cui troverebbe
finalmente risposta anche la «contrattazione di territorio o di
filiera». Affiancata da una diversa «politica dei redditi»,
perché per redistribuire reddito non basta la leva fiscale
(peraltro usata solo per i punti di interesse delle imprese,
come il «premio di risultato»), ma «bisogna intervenire al
momento di produzione della ricchezza». Ovvero sul salario.
Tema che diventerà centrale è quello della «rappresentanza»,
decisivo per affermare la «democrazia sindacale». Lo strappo con
Cisl e Uil rende intollerabile un'anomalia tutta italiana: nel
settore privato non c'è una legge (o una regola) per
quantificare la rappresentatività di un sindacato, ma una sorta
di «autocertificazione» corroborata dal reciproco riconoscimento
tra sindacati e con le controparti. Mentre nel «pubblico», per
quanto imperfetta, esiste. E' una novità. Finora solo i
sindacati di base avevano sollevato questo scandaloso problema.
|