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Liberazione, 25 giugno 2009.
Oggi la Fim e la Uilm decidono la loro piattaforma per i
metalmeccanici. (...)
G.Cremaschi - Contratti: il
momento della verità
Lo faranno in totale ossequio a
quanto definito dagli accordi separati del 22 gennaio e del 15
aprile, nei quali si è definito un rigido sistema centralizzato
per i contratti nazionali e per tutta la contrattazione. In
questo modo Fim e Uilm non solo rompono con la Fiom e con la
pratica unitaria faticosamente riconquistata negli ultimi due
rinnovi contrattuali dei metalmeccanici, ma decidono di
affidarsi totalmente al potere e alle decisioni della
Confindustria che, in una sua recente riunione, ha deciso di
istituire una commissione centrale di controllo (sic!) che ha il
compito di guidare tutti i rinnovi contrattuali. Per la
Confindustria l’autonomia dei singoli contratti non c’è più e i
prossimi rinnovi serviranno unicamente ad applicare quanto
definisce l’accordo separato. Che impone prima di tutto che i
salari possano crescere nei prossimi tre anni solo in base
all’inflazione programmata nell’indice Ipca, amministrato
dall’istituto Isae, secondo un altro accordo separato. In
questa selva di sigle la sostanza è che il salario del contratto
nazionale sparisce, perché con i nuovi indici e con
l’abbassamento delle paghe di riferimento su cui calcolare gli
aumenti, deciso il 15 aprile, difficilmente un operaio delle
linee di montaggio arriverà a 30 euro lordi mensili annuali di
aumento. Ma il nuovo sistema impone ai firmatari anche di
adeguare la parte normativa dei contratti. Si apre così la via
alla revisione dei diritti. Dalla contrattazione aziendale, che
sarà ancor più irreggimentata, con la totale flessibilità del
salario e con la brutale rigidità della prestazione di lavoro,
agli enti bilaterali, all’arbitrato. La nuova stagione
contrattuale che Fim e Uilm aprono, propone dunque una
centralizzazione senza precedenti della contrattazione, che
punta ad imporre nuove regole a chi non le ha firmate e senza
alcun serio coinvolgimento democratico dei lavoratori.
La Fiom deciderà di rispondere a questa scelta presentando una
propria piattaforma, che esige la continuità del contratto
esistente e che dunque rifiuta di applicare regole non condivise
e non concordate. Si apre così nella principale categoria
dell’industria uno scontro sindacale senza precedenti. Infatti
un’eventuale accordo separato di Fim e Uilm e Federmeccanica
sarebbe qualcosa di profondamente diverso e peggiore da quanto è
già avvenuto nel passato. Una nuova intesa separata oggi sarebbe
una sorta di costituzione autoritaria, che stabilisce un sistema
di regole senza e contro il principale sindacato della
categoria.
Anche nelle altre categorie il clima volge alla tempesta.
L’unica piattaforma unitaria presentata sinora, quella degli
alimentaristi, si è trovata di fronte a una posizione
rigidissima delle aziende, che hanno chiarito che per esse
l’accordo può solo applicare il nuovo sistema contrattuale. E
già al primo incontro ci sono state rilevanti distinzioni di
giudizio tra i tre sindacati. Telecomunicazioni ed aziende
elettriche hanno anch’esse piattaforme separate, anche se qui la
Cgil, ha presentato richieste salariali sui tre anziché due
anni, a differenza di quanto invece farà la Fiom.
Tutte le prossime vertenze contrattuali saranno sottoposte
all’aggressione dell’accordo separato. Che non è stato un
incidente di percorso, ma una scelta ben meditata della
Confindustria e del Governo. Con l’aggravarsi della crisi, con
il pesante carico che essa comporta sull’occupazione e sulla
sicurezza sul lavoro, le imprese pensano che sia giunto il
momento di regolare i conti con tutta l’autonomia della
contrattazione. Il Governo a sua volta punta a costruire un
regime sindacale che emargini definitivamente la Cgil. La
Confindustria lo segue e lo scavalca sul piano sociale. Infatti
su questo piano le critiche che oggi la Confindustria indirizza
al governo sono tutte “da destra”, cioè a favore del taglio
delle pensioni e della sanità pubblica, delle privatizzazioni,
dei licenziamenti e della precarizzazione. Anche di fronte alla
sciagurata ipotesi del ritorno alle gabbie salariali, lanciata
dalla Lega, la risposta della Confindustria è ancor più a
destra. Le gabbie salariali, dicono i padroni, non si possono
fare perché sarebbero troppo rigide. E, come ha ricordato il
ministro Sacconi, nell’accordo separato c’è ben di più, visto
che lì si afferma il principio della deroga verso il basso dei
salari e dei diritti, territorio per territorio, azienda per
azienda, là ove l’economia e il mercato lo richiedano.
Bisogna prendere sul serio gli industriali quando dicono che per
essi la crisi è un’occasione. Sì un’occasione per far fuori ogni
autonomia sindacale ogni diritto certo dei lavoratori.
Si apre la stagione della verità per la Cgil. O si accetta il
sistema contrattuale che la Confindustria vuole imporre, o lo si
contrasta fino in fondo. In mezzo non c’è niente. La scelta
della Filcams-Cgil, che un anno dopo sottoscrive tale e quale
l’intesa separata per il commercio che aveva giustamente
rifiutato, dimostra che non c’è via di mezzo tra la resa e il
conflitto. I metalmeccanici della Fiom, pur nelle difficoltà
della crisi, scelgono la seconda strada. Bisogna far sì che non
restino soli nella Cgil e nel Paese a farlo.
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