Care Compagne e Compagni,

vi invio il testo approvato dal CD FILCAMS NAZ e firmato ieri che vede la resa definitiva dei vertici di categoria dopo l'accordo separato dello scorso anno.

Un accordo che lascia inalterata l'obbligatorietà domenicale, l'allungamento dell'orario d lavoro per i nuovi assunti apprendisti e la possibilità del mancato riposo settimanale. Ma anche la tanto decantata democrazia sindacale anche in questo caso non viene praticata.

Roland Caramelle - Filcams Cgil del Trentino - 24.6.09

 

 

 

Nota sul “Patto per l’occupazione” 22 giugno 2009

 

 

Il confronto sostenuto in questi mesi con Confcommercio, Fisascat e Uiltucs è approdato ad una sintesi unitaria, che risponde positivamente all’obiettivo che la Filcams si era data, fin dallo scorso 18 luglio:

 

·        lavorare nella trasparenza e nella coerenza delle posizioni sostenute, alla ricomposizione della vicenda contrattuale, innanzitutto, nell’interesse delle lavoratrici e dei lavoratori destinatari di quel contratto.

 

 

La Filcams è sempre stata consapevole che una sintesi unitaria, nella situazione determinatasi con la rottura del 18 luglio, non poteva che essere un compromesso tra le diverse posizioni. Ma fin dal primo momento abbiamo sostenuto che tale compromesso non avrebbe mai potuto essere, in alcun modo, un prodotto confuso, pasticciato, ambiguo, lontano dal cuore dei problemi sollevati al momento della rottura. In tutti questi mesi si è lavorato ad una soluzione che, pur rispettando le posizioni di tutti, pur facendosi carico del fatto che non era e non è con abiure, né con mortificazioni che la situazione avrebbe potuto essere sanata, desse –però- una risposta sostanziale alle critiche avanzate dalla nostra organizzazione.

 

Il giudizio della Filcams è che l’ipotesi di accordo cui è giunto il confronto contenga questa soluzione, in termini sufficientemente chiari ed espliciti e nel rispetto di tutte le posizioni.  Ma, soprattutto, in grado di aprire una fase nuova rispetto a quella che andava caratterizzandosi nel contesto dell’accordo separato.

 

Le ragioni che hanno portato la Filcams a non condividere l’intesa per il rinnovo del CCNL sono state di merito e di metodo.

Di merito, in quanto sui due punti noti, lavoro domenicale ed apprendistato, l’intesa ledeva diritti da noi considerati fondamentali.

Di metodo, in quanto si è venuti meno ad un patto unitario, che prevedeva le modalità attraverso le quali ricomporre i dissensi, sia in fase di negoziato, attraverso la sospensione temporanea della trattativa, sia in presenza di una intesa, attraverso la consultazione delle lavoratrici e lavoratori.

 

Sul merito, sul tema dell’ apprendistato, la Filcams non ha condiviso la soluzione sulle ore di permesso, equivalente ad un aumento dell’orario di lavoro ed, in particolare, il doppio regime di trattamento tra vecchi e nuovi assunti.

Ma il punto più critico era rappresentato dal tentativo di ridurre il ruolo della contrattazione di secondo livello, a partire da quella aziendale, sul lavoro domenicale. Si è cercato di dipingere la Filcams come contraria o, piuttosto, sorda alle esigenze di prevedere per la prestazione lavorativa domenicale una gestione più equa ed equilibrata fra vecchi e nuovi assunti. Si è teso a rappresentare la Filcams come sindacato preso in ostaggio dallo “zoccolo duro” dei lavoratori della grande distribuzione, il sindacato dei vecchi contro i giovani.

Ne sono seguite interpretazioni del nostro dissenso di merito forzate e caricaturali, come, ad esempio, la semplificazione del giudizio da noi dato sulla norma contrattuale, che avrebbe reso obbligatorio il lavoro domenicale. Dire che il CCNL separato rendeva obbligatorio il lavoro domenicale o che modificava il trattamento economico, non era dire una cosa inesatta, ma quella in realtà era la conseguenza, tant’è che il nostro obiettivo, anche parlando di volontarietà, parlava di un diritto ben più consistente.

Il diritto che si è voluto difendere e che quell’intesa –a nostro giudizio- metteva nella sostanza in discussione, era quello di mantenere nella sede contrattuale di secondo livello la titolarità negoziale, dove fino ad allora si trovavano le soluzioni.

 

L’esperienza contrattuale di questi anni presenta una vasta antologia di soluzioni sul lavoro domenicale frutto della contrattazione aziendale.

Da tempo le aziende inseguono la possibilità di liberalizzare il lavoro domenicale e cercano di ottenere questa possibilità riducendo il costo della prestazione, mettendo in discussione le maggiorazioni esistenti, fino a prefigurare il lavoro domenicale quale prestazione lavorativa ordinaria.

 

Fin dal primo momento, dunque, il primo obiettivo della Filcams, quello centrale, è stato difendere gli accordi aziendali e riconquistare la piena titolarità contrattuale del secondo livello sul lavoro domenicale, come parte dell’organizzazione del lavoro.

 

 

L’evento consumatosi il 18 luglio 2008 ha rappresentato per tutta la nostra organizzazione un approdo negativo. Innanzitutto, perché il nostro settore non aveva mai vissuto, nel rapporto con Cisl e Uil di categoria, sbocchi così traumatici. Si è detto, giustamente, che gli accordi separati non appartenevano alla tradizione ed alla storia unitaria di questa categoria.

Ma vale anche sottolineare il fatto, sicuramente più significativo, che un quadro di relazioni sindacali e contrattuali caratterizzato da significativi elementi di criticità nei rapporti unitari, in un settore caratterizzato da non pochi elementi di debolezza e fragilità, dovuti all’alto livello di precarietà e flessibilità del lavoro, avrebbe reso più difficile e meno efficace l’azione di tutela del sindacato.

Di questo, la Filcams è stata fin dall’inizio pienamente consapevole.

 

Per queste ragioni, l’iniziativa messa in campo fin dal giorno successivo all’intesa separata si è mossa in due direzioni: la prima, rappresentare la posizione di dissenso della Filcams alle lavoratrici ed ai lavoratori del terziario e rivendicare una modifica del CCNL separato; la seconda, perseguire con tenacia l’idea di ricostruire, su basi chiare e trasparenti, un nuovo rapporto unitario con Fisascat e Uiltucs.

 

 

La Filcams non ha mai abbandonato l’obiettivo della ricostruzione dei rapporti unitari, anche se, nella fase immediatamente successiva alla firma dell’accordo separato, non rappresentava un dato facilmente percorribile, per le tensioni createsi nei rapporti fra i sindacati e la stessa controparte.

 

Contemporaneamente, abbiamo messo in campo una grande iniziativa della Filcams, di confronto e di mobilitazione nella categoria, che, successivamente, ha reso possibile la maturazione delle nuove condizioni, che consentono oggi di parlare di una possibile soluzione positiva della vicenda. Senza questa iniziativa non avrebbe mai potuto esserci una soluzione sulla quale stiamo discutendo oggi.

 

Abbiamo svolto centinaia di assemblee, importanti non solo per far esprimere l’opinione, in questo caso di dissenso, su una soluzione contrattuale non condivisa da una gran parte di lavoratrici e lavoratori, ma ancor più per rappresentare una condizione di disagio sul lavoro in questo settore, per aggiornare la stessa nostra lettura sui processi in corso nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro, cosa utile e necessaria soprattutto per attrezzare e qualificare la nostra azione in vista della stagione contrattuale di secondo livello.

Questa massiccia campagna di assemblea ha avuto quale effetto, oltre al pronunciamento sull’accordo separato, quello di rinsaldare il nostro rapporto con i lavoratori e i delegati, avendone un ritorno in termini di fiducia e legittimazione.

 

Abbiamo svolto uno sciopero ed una manifestazione nazionale all’esito della quale forse pochi credevano, dimostrando che la Filcams era in campo, che non demordeva, che si sarebbe fatta sentire, nel Paese ed in tutti i luoghi di lavoro. Questa manifestazione è servita anche a far uscire dai meri confini categoriali la problematica del nostro settore, per parlare al Paese delle condizioni di un settore dove il lavoro spesso è sinonimo di precarietà.

 

Ma la Filcams è stata in campo soprattutto nell’iniziativa all’interno delle aziende, cercando di attuare nel modo più diffuso uno degli obiettivi che ci eravamo dati all’inizio, contrastare sul campo la normativa del contratto separato, impedendone l’automatica attuazione, in particolare sul lavoro domenicale, a fronte del meccanismo dei 4 mesi previsto nella normativa, sempre, per continuare a difendere il ruolo della contrattazione di secondo livello.

 

Ma la nostra bussola è sempre stata la ricostruzione del rapporto unitario, perché, resta la nostra convinzione, che questo settore può meglio esercitare una tutela dei diritti e delle condizioni di lavoro, con un sindacato unito.

 

 

Il cambiamento significativo dello scenario economico e congiunturale, l’esplosione della crisi, ha offerto una nuova opportunità, che ha riavvicinato le posizioni di sindacati e aziende, in ragione delle gravi tensioni occupazionali che si andavano accumulando nella vita del settore.

La crisi del settore ha modificato l’ordine delle priorità, ponendo, innanzitutto, il tema della difesa dei posti di lavoro e, in secondo luogo, ponendo su un terreno diverso la problematica sulla quale si era prodotta la spaccatura, a partire dal ruolo della contrattazione sui processi organizzativi aziendali, compreso il lavoro domenicale, offrendo a tutti una via di uscita sostenibile, spostando in avanti lo scenario di una vicenda contrattuale, arenata dalle divisioni.

 

La ricerca di una soluzione pulita, non pasticciata, trasparente, in ogni suo punto, che ripaghi la fiducia dei lavoratori, era ed è quella che chiarisce l’intangibilità di un diritto leso e che lo fa sia politicamente, sia formalmente, in fase di stesura del contratto. Una soluzione, che sia un compromesso, può anche non essere soddisfacente al 100%, se la si ritiene tale, ma non va mai contrabbandata per ciò che non è. Ed aver mantenuto la barra dritta su questo punto cardinale ha reso possibile un lavoro leale e trasparente.

 

Da questo punto di vista, per quanto il risultato ottenuto sia dal nostro punto di vista decisamente rispondente alla centralità delle questioni poste e dunque da condividere e sostenere con convinzione, esso si presenta differenziato, molto soddisfacente sul tema del lavoro domenicale, mentre mantiene alcune criticità sul tema dell’apprendistato, per quanto abbastanza governabili.

Però è un accordo dove è chiaro quello che c’è e quello che non c’è e come tale va valutato. Soprattutto, è chiaro in quello che non c’è, perché in ogni caso non avrebbe potuto esservi, in quanto derivante proprio dall’esercizio di quel diritto alla contrattazione aziendale e territoriale che abbiamo voluto riconquistare pienamente.

 

Nel bilancio positivo complessivo che si deve fare, vi sono –intanto- le questioni dalle quali l’accordo stesso è nato, il tema dell’occupazione.

Dopo l’Avviso Comune, che ha rappresentato un primo passo verso un clima di maggior comprensione fra le parti, la crisi ha cominciato a mordere la carne viva del settore e in diverse parti del Paese hanno cominciato a prodursi intese per provare a gestire le conseguenze di quella crisi, soprattutto, a partire dalla mancanza di strumenti di protezione sociale per i nostri addetti.

 

L’intesa prevede alcuni impegni e obiettivi di indubbio significato: quello a difendere la base occupazionale del settore attraverso il ricorso a tutti gli strumenti alternativi alla mobilità; quello della stabilità di tutti i rapporti di lavoro, a termine e non, anche in presenza di crisi aziendali.

Se pensiamo alla situazione nella quale siamo, ai tavoli che stanno discutendo della ristrutturazione di importanti aziende, colpite dalla crisi, far discendere un impegno politico condiviso, di questa natura, non è certo la materializzazione automatica di una garanzia o di una soluzione concreta, ma rappresenta un riferimento, che aiuta noi nel rapporto con le aziende, dato il fatto che quell’impegno è stato sottoscritto anche dalla controparte.

 

Sappiamo che alcune vertenze difficilmente potranno evitare approdi di una certa complessità, anche sul piano della tenuta occupazionale, soprattutto dove ci vengono proposte chiusure di attività e dove questi casi esprimono storie particolari, condizioni specifiche. Ma, in generale, sottoscrivere un impegno come quello che assume l’obiettivo prioritario della difesa dei livelli occupazionali, è uno strumento in più per la nostra battaglia, perché, comunque, ci consente di incalzare le associazioni di rappresentanza delle controparti al rispetto ed alla coerenza con gli impegni sottoscritti.

 

Il cuore dell’intesa riguarda il tema centrale del contenzioso che ci ha accompagnati in tutti questi mesi: il ruolo della contrattazione di secondo livello, a partire da quello aziendale, sul tema del lavoro domenicale.

Nell’intesa. il lavoro domenicale viene riconosciuto come fattore dell’organizzazione del lavoro e l’organizzazione del lavoro viene riconosciuta come materia di contrattazione di secondo livello, quindi, ogni intesa in materia, ogni modalità organizzativa contrattata sarà oggetto di accordo in sede di contrattazione di secondo livello, la cui funzione non solo viene riaffermata, ma si propone anche di qualificarla ulteriormente.

 

L’intesa prevede, poi, un altro aspetto di una certa rilevanza, in materia di relazioni sindacali, dove noi abbiamo posto il problema delle disdette degli accordi aziendali quale procedura contraria ad una comune gestione tanto della crisi, quanto delle vicende contrattuali.

Anche qui il problema viene positivamente affrontato, con l’impegno ad evitare azioni unilaterali che possano annullare gli effetti della contrattazione di secondo livello in essere.

 

Quanto detto è ciò che di positivo possiamo mettere all’attivo dell’ipotesi di accordo, risultati politicamente importanti e sindacalmente rilevanti, soprattutto in materia di contrattazione e di relazioni sindacali.

 

L’ipotesi di accordo mantiene invece alcuni elementi di criticità sul tema dell’apprendistato, dove, pur aprendo nuovi spazi, non risolve con altrettanta soddisfazione, la questione da noi posta. Ciò che non avevamo condiviso era la soluzione sulle ore di permesso e quella del doppio regime.

Nel confronto di questi mesi, il problema si è presentato subito di difficile soluzione, poiché si trattava di far accettare ad una associazione, la soluzione condivisa con un’altra associazione (contratto Coop) e questo è oggettivamente complicato per come sono le dinamiche fra le diverse associazioni.

 

Abbiamo, quindi, pensato di percorrere un’altra strada, considerando sempre insoluto il problema, ma rivendicando in cambio il rafforzamento di un diritto, che noi sappiamo essere costantemente messo in discussione dalle aziende: quello alla formazione, chiedendone un’implementazione. Abbiamo, cioè, pensato di concentrarci nel periodo restante di vigenza contrattuale, nella scelta di ottenere per gli apprendisti un maggior impegno formativo, mantenendo fermo il nostro obiettivo del superamento di una normativa sbagliata.

Sul tema della formazione degli apprendisti abbiamo incontrato forse le maggiori resistenze di Confcommercio e questo rafforza la convinzione che dovrà rappresentare sempre più un tema centrale della nostra azione.

In definitiva, l’ipotesi di accordo riconosce che la formazione degli apprendisti (e quella continua) va rafforzata ed in questo senso ammette lo scambio da noi proposto, ma lo fa attraverso una formulazione non sufficientemente esplicita.

 

Pur tuttavia, il bilancio complessivo delle positività e delle criticità ci porta a dire che l’operazione che noi potremmo portare a compimento è decisamente al nostro attivo, ha un baricentro decisamente spostato verso le nostre ragioni.

 

Vorrei dire che la stessa crisi del settore, contesto nel quale abbiamo lavorato per condurre questa operazione, si è incaricata di riposizionare i pesi specifici delle due questioni oggetto del nostro dissenso: da un lato, rendendo del tutto secondario il tema dell’apprendistato nella concretezza della quotidianità (negli ultimi dieci mesi, gli apprendisti assunti risultano poche migliaia…) e potendoci far dire che su questo punto andiamo avanti conquistando sul campo soluzioni da noi condivise; dall’altro, dando maggiore centralità al lavoro domenicale, poiché una delle risposte prevalenti che le aziende stanno dando alla crisi è proprio la richiesta delle massime aperture.

La crisi, oggettivamente, ha messo in primo piano il tema del lavoro domenicale (e più in generale dell’organizzazione del lavoro), rendendo secondario quello dell’apprendistato. E’ anche questo che ci fa dire che, nel bilancio complessivo, il baricentro dell’accordo è più spostato verso soluzioni positive e soddisfacenti.

 

Naturalmente, raggiunta un’intesa “politica” abbiamo posto la condizione attraverso la quale, dal nostro punto di vista, la vicenda contrattuale avrebbe potuto sbloccarsi: rendere quell’accordo parte integrante del contratto, ossia, parte integrante della stesura finale (come allegato al CCNL) e, nei due articoli non condivisi, rappresentare formalmente il fatto che dopo il 18 luglio 2008 le parti avevano prodotto una evoluzione positiva nei contenuti e modalità. Abbiamo, perciò, proposto una dichiarazione a verbale congiunta (sindacati e Confcommercio) da inserire nei due articoli, che facesse esplicito riferimento all’intesa successiva al 18 luglio 2008, proposta che è stata interamente accolta.

 

 

 

 

Questa intesa non risolve tutti i problemi che abbiamo di fronte, occorre dirlo per onestà, ma non li risolve, in quanto neanche un CCNL che non fosse stato separato li avrebbe risolti. Se qualcuno pensasse che, ricostruito il quadro unitario della vicenda contrattuale torniamo a vivere in un Eldorado, dimostrerebbe di non aver colto pienamente la natura e la portata dei problemi che ci troviamo a dover fronteggiare nella crisi del settore distributivo.

 

Intanto, se i conflitti di interpretazione valgono per le leggi dello Stato, figurarsi se non potranno valere per un accordo politico che cerca di rimediare ad una situazione complicata, rispettando le posizioni di tutti. In questo caso si è scelta una soluzione che offre un terreno comune di ricomposizione nella gestione delle problematiche sollevate lo scorso anno, in cui conta molto la volontà delle parti di rendere prioritaria la soluzione individuata.

E’ chiaro che ognuno proverà a tirarla dalla sua… Ma questa è la condizione con la quale dovremo sopravvivere fino alla scadenza del CCNL. E’ chiaro che il compromesso raggiunto non prevede l’abrogazione delle norme contestate, esse restano in vita. La novità è che, da oggi, esse vengono ad essere subordinate alla priorità della contrattazione aziendale e dell’accordo tra le parti e nostro compito è far rispettare questa soluzione.

 

Quindi, il problema vero è un altro ed è soprattutto nostro! Noi abbiamo riconquistato il primato della contrattazione di secondo livello, della contrattazione aziendale, dunque, bisogna combattere! Proprio in queste settimane abbiamo dei casi nei quali stiamo sperimentando lo scenario che ci troveremo di fronte dopo questa intesa (Upim, Rinascente), aziende che accettano il tavolo aziendale, al posto dell’applicazione automatica della normativa contrattuale, ma che su quel tavolo partono da lì, perché è quello che vogliono. Ebbene, c’è di che meravigliarsi? Le aziende fanno il loro mestiere e noi dobbiamo fare il nostro, contrastando richieste inaccettabili, quando le consideriamo tali, contrattando mediazioni, quando esse vengono ritenute praticabili.

 

Per questo, a fronte della ricomposizione della vicenda contrattuale, che avvenisse sulla valorizzazione e la riconquista della titolarità contrattuale del secondo livello, noi dobbiamo mettere subito in campo un progetto per qualificare e diffondere la contrattazione di secondo livello, un progetto che individui delle direttrici omogenee, che non annulli o mortifichi le specificità territoriali e aziendali, ma che stia dentro un quadro di coerenze. Un progetto che attrezzi il sindacato ed i suoi quadri delegati per la stagione contrattuale che abbiamo davanti a noi e che ci porterà al prossimo rinnovo del CCNL del terziario. Un progetto nel quale anche l’annoso problema del lavoro domenicale trovi una sua aggiornata collocazione, dove siano chiare, della nostra posizione, le sane rigidità e le necessarie evoluzioni da sostenere.

 

 

 

La ricomposizione della vicenda contrattuale rappresenterebbe sicuramente un contributo a ricostruire un quadro di rapporti unitari con Fisascat e Uiltucs, migliori di oggi.

La vicenda del contratto nazionale ha prodotto e lasciato segni di tensione e di sofferenza nei rapporti, più in periferia che al centro, quindi, inutile immaginare che le ferite si rimarginino e si cicatrizzino nel volgere di una nottata. Ma anche per questo, la discussione sull’accordo che ricostruisce l’unità sul CCNL del terziario non deve trascendere nella denuncia di colpe o responsabilità pregresse o nella mortificazione delle reciproche posizioni: nessuno è andato a Canossa, ognuno ha buoni motivi per ritrovare in questa sintesi unitaria le proprie ragioni, ma, soprattutto, le ragioni di una ritrovata condivisione di percorso sindacale, che per essere pienamente efficace, necessita proprio del rispetto reciproco e della volontà di guardare avanti. Questo, anche perchè ciò che divide le organizzazioni non è solo la vicenda del CCNL, ma anche (e, forse, soprattutto) le conseguenze dell’intesa separata sulla riforma del modello contrattuale.

 

L’accordo sul CCNL separato del terziario non risolve tutti questi problemi. Tuttavia, offre un terreno più vantaggioso per provare ad affrontarne qualcuno. Proprio per questo, la nostra idea è di proporre a Fisascat e Uiltucs, a fronte di un’intesa sul CCNL separato, un programma di azioni comuni, per definire una sorta di patto sindacale, su obiettivi e regole. E pensiamo di farlo sia sul capitolo della contrattazione (rinnovo CCNL e II livello), sia su quello del pianeta bilateralità, non solo per concordare presidenze e vicepresidenze degli enti, ma soprattutto per mettere in campo un progetto di qualificazione di questa realtà, a fronte di dinamiche non sempre virtuose, sia a Roma che in periferia. Un progetto di qualificazione della contrattazione e della bilateralità che facciano del sindacato di categoria un soggetto di innovazione, di fronte ai problemi ed alle sfide che il settore distributivo deve affrontare nel Paese.

 

 

Il percorso democratico che proponiamo chiede che si svolga la consultazione, attraverso tutte le assemblee nei luoghi di lavoro, entro il 20 di luglio. Sappiamo essere un tempo ristretto, tuttavia, non è vero che ci è negata la possibilità di fare qualcosa di utile e significativo, i tempi sono sufficienti per svolgere diverse centinaia di assemblee.

Le assemblee dovranno pronunciarsi sull’ipotesi di intesa, dunque, dovranno votare, secondo modalità di certificazione del voto definite territorialmente. Per quanto possibile, dovranno essere ricercate intese unitarie, per lo svolgimento delle assemblee, che, per quanto ci riguarda, saranno naturalmente aperte a tutti i lavoratori che vorranno partecipare.

 

In questi giorni, via, via che maturava la possibilità di un’intesa unitaria, cresceva una domanda legittima; ma i lavoratori, i delegati capiranno, come la prenderanno, la potranno vivere come una resa, come una mortificazione del nostro lavoro?

 

La risposta a questo interrogativo sta nella nostra capacità di valorizzare quello che abbiamo fatto. Nella nostra vita di dirigenti sindacali abbiamo fatto tanti accordi, alcuni belli, altri meno belli, sappiamo, dunque, di cosa parliamo. Dal punto di vista sindacale e, non meno da quello politico, l’ipotesi di accordo di cui stiamo parlando è sicuramente un compromesso, ma sicuramente è un buon accordo, un accordo che contiene delle risposte, sebbene costruite su un terreno difficilissimo come lo è quello di un contratto separato. Tra l’altro, non risultano casi di accordi separati per rinnovare i CCNL che siano stati poi ricomposti, sarebbe il primo caso. A nessun dirigente sindacale, funzionario o di azienda, debba venir meno la capacità di capire ed apprezzare quello che stiamo provando a fare.

 

Dobbiamo dire alle lavoratrici e ai lavoratori e soprattutto ai delegati che tutto ciò è frutto del loro impegno e ripaga in buona parte la dedizione che hanno mostrato a questa battaglia, che la Filcams ha condotto in tutti questi mesi. Dobbiamo avere l’onestà di dire che mai nessun CCNL, neanche quello che avremmo potuto firmare insieme lo scorso anno, avrebbe messo totalmente al riparo le lavoratrici ed i lavoratori dalle politiche che le aziende tentano di imporre, soprattutto oggi con la crisi e che quelle politiche vanno combattute, sul campo, giorno dopo giorno e che per combattere quelle politiche occorre un’idea chiara di quello che vogliamo noi e un esercito preparato, che sappia contrastare l’offensiva.

 

Da questo punto di vista, quello che abbiamo fatto in tutti questi mesi sarà più importante non tanto per la ricucitura di uno strappo, ma per l’azione che sapremo mettere in campo nelle prossime settimane, perché ci sono diritti e condizioni sul lavoro decisamente a rischio ed è su questa priorità che dobbiamo capitalizzare la forza, l’entusiasmo e la fiducia che la vertenza sul contratto separato ha prodotto in questi mesi.