L'EVOLUZIONE DELLA SPECIE: DALLE LEGGI, AL GOVERNO "AD PERSONAM"!
di Renato Fioretti
26.5.2009
In altra occasione
avevo già avuto modo di osservare che soltanto i distratti (in
buona fede) ed i miopi (per vocazione) avrebbero potuto
sostenere che la legge-quadro 30/03 ed il suo decreto
applicativo 276/03 rappresentassero la completa ed esaustiva
trasposizione - in norme di legge - dei principi che avevano
ispirato il famoso “Libro Bianco” dell’ottobre 2001.
I Governi Berlusconi III e IV, hanno confermato le più
pessimistiche previsioni!
Infatti, se con Maroni si era avviata la fase degli “accordi
separati”, dalla vera e propria “controriforma” del rapporto di
lavoro a termine, al “Patto per l’Italia” del luglio 2002,
l’avvento di Sacconi, nel maggio 2008, aveva reso ancora più
evidenti i pericoli della paventata “normalizzazione”.
In questo senso, però, all’attuale Ministro bisogna riconoscere
(almeno) una notevole dose di coerenza.
Basti ricordare che Sacconi, ancora prima di essere nominato
ufficialmente, aveva anticipato, attraverso il “salotto” di
Bruno Vespa, l’intenzione - se incaricato - di procedere
immediatamente all’abrogazione della legge 188/07. Una legge
che, introducendo una norma di civiltà, era stata prodotta dal
governo Prodi per impedire la vergognosa e ricorrente pratica
delle c.d. “dimissioni in bianco”.
Coerenza confermata quando, in linea con una sua precedente (e
ridondante) dichiarazione , aveva definito indispensabile - al
fine di rimuovere gli “ostacoli alla libertà d’impresa e
superare ulteriori e inutili lungaggini burocratiche” -
procedere a una profonda “Deregolamentazione della gestione dei
rapporti di lavoro”.
A cosa intendesse riferirsi il Ministro Sacconi, fu subito molto
chiaro quando, nel giugno 2008, presentò un pomposo documento -
dal titolo misticamente evocativo: “Liberare il lavoro” -
propedeutico al decreto legge 112/08.
In questa sede appare superfluo riproporre i contenuti del
suddetto decreto (successivamente convertito nella legge 133/08)
per evidenziare, nel merito dei singoli provvedimenti, da che
cosa, in sostanza, Sacconi intendesse “liberare” il lavoro!
E’ sufficiente ricordare che si trattò di un lavoro di
abbondante “potatura”.
Furono, infatti, abrogate alcune importanti norme; da quelle di
contrasto al lavoro irregolare - quali i commi 47, 48, 49 e 50
della legge 247/07 - all’art. 17 della legge 68/99 che, nello
specifico, tentava di contrastare l’elusione e l’evasione delle
disposizioni previste a favore del c.d. “collocamento
obbligatorio” per le imprese che richiedevano la partecipazione
a bandi per appalti pubblici.
Il tutto, evidentemente, con la nobile motivazione di rimuovere
una serie d’intollerabili ostacoli alla libertà d’impresa!
Anche le “integrazioni” e i “correttivi” che il Governo in
carica si è impegnato ad apportare al Testo Unico sulla
sicurezza tenderebbero - per usare un eufemismo - a
(apparentemente) “attenuare” l’apparato sanzionatorio a carico
delle imprese nei casi d’inosservanza delle disposizioni di
legge; salvo scoprire, tra le righe, la vergognosa norma “salva
manager”!
Naturalmente, se le semplificazioni del Ministro Sacconi
mirassero effettivamente a “snellire” l’apparato burocratico, ci
sarebbe da esserne lieti. Il problema è che, purtroppo,
considerati i precedenti, quando gli esponenti del governo
Berlusconi parlano di “semplificazione”, “deregolamentazione” o
“razionalizzazione”, intendono, molto più semplicemente (e
brutalmente) “derubricare” un reato o cancellare una pena.
In questo senso, l’elenco dei provvedimenti di legge adottati in
ossequio alla “filosofia politica” avviata a partire dalla
legge-delega 30/03, che, per la prima volta nella storia del
Diritto del lavoro italiano - all’art. 1, comma 1 - si esprimeva
in termini di esigenze delle aziende e aspettative dei
lavoratori, è molto nutrito e ampiamente significativo. E’
sufficiente riportarne alcuni tra i più controversi.
A cominciare dal decreto legislativo 124/04, che, in sostanza,
trasformò gli Ispettori del Lavoro da solerti funzionari
governativi, impegnati a far rispettare le leggi in materia
previdenziale e liceità contrattuali, a (impropri) “consulenti”
delle aziende.
Per continuare con l’intervento sulla legge 296/06, per abrogare
i c.d. “indici di congruità” che, in pratica, consentivano un
ulteriore controllo pubblico rispetto alla violazione delle
norme in materia d’incentivi e agevolazioni contributive e in
materia di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Senza contare le recentissime “Linee guida per la programmazione
strategica dell’attività di vigilanza per il 2009”, che, in
sostanza, hanno prodotto una notevole riduzione dei controlli
sui posti di lavoro al fine di porre un efficace freno alla
piaga del lavoro “nero” e “sommerso”.
L’ultimo passaggio del “work in progress” che il Ministro
Sacconi ha avviato, nel nome della “semplificazione” - per
snellire l’apparato burocratico - è oggi rappresentato dal
“Libro bianco sul futuro del modello sociale”.
Lo stesso, di là del buonismo e dell’enfasi, peraltro già
presenti nel propedeutico “Libro verde” del luglio 2008 - che,
scimmiottando il più noto “Libro verde sulla modernizzazione del
diritto del lavoro” della CE (2006), avrebbe dovuto
rappresentare materia di confronto, del quale, però, non si
conoscono gli esiti - illustra un piano di lavoro molto
ambizioso: “La vita buona nella società attiva”, che, in linea
meramente teorica, appare meritevole di approfondimento e
confronto.
Il punto dirimente è che lo stesso rappresenta un progetto nel
quale alla retorica - “Vita buona”, “Alleanza strategica tra
imprenditori e lavoratori”, “Complicità tra capitale e lavoro” e
“Virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà” - e all’ormai
annoso (e logoro) richiamo all’esigenza di riformare, in modo
generalista, il sistema degli ammortizzatori sociali, insieme
alla riconosciuta urgenza di intervenire nel contrasto alla
“povertà assoluta”, si somma, a mio parere, una serie di
pericolose controriforme.
Tale è, ad esempio, il ripetuto accento sull’insostenibilità
dell’attuale e futura “spesa sociale”. Rispetto alla stessa si
lascia (chiaramente) intendere che la sua “normalizzazione” sarà
realizzata “ a costo zero” per le casse statali. A questo
riguardo, è addirittura inquietante che Sacconi (più volte)
affermi l’esigenza di sviluppare forme di assicurazioni private
per “implementare”, nonché ridurre i costi sociali legati ai
settori della previdenza e della sanità.
Tra l’altro, considerato che allo stesso Ministro paiono essere
ben noti i malanni e le disfunzioni presenti all’interno del
servizio sanitario nazionale, non si capisce perché, piuttosto
che “curare”, dovrebbe essere preferibile “amputare”!
Gli elementi più preoccupanti, però, sono quelli che attengono,
in particolare, al mercato del lavoro. Da questo versante, è
appena il caso di rilevare che il testo non contiene alcuna
eclatante novità rispetto al già noto “Sacconi - pensiero”.
Affermare, infatti, che “le parti sociali sono chiamate a
riprogettare, in chiave cooperativa e maggiormente partecipativa
il sistema delle relazioni industriali” e riproporsi come
paladino degli Enti bilaterali quali nuovi soggetti sempre più
organicamente coinvolti (anche) nelle funzioni di collocamento
dei lavoratori, sono due chiari esempi di quanto impegno il
Ministro continui a dedicare al tentativo di “spaccare” l’azione
unitaria di CGIL, CISL e UIL e istituzionalizzare la pratica
degli “accordi separati”.
Inoltre, per passare al merito di alcune specifiche proposte, è
veramente stucchevole l’insistenza con la quale, nonostante le
più recenti esperienze, anche di parte imprenditoriale, si cerca
di sostenere che le tipologie contrattuali “atipiche” e
flessibili possano rappresentare anche per i lavoratori
coinvolti un’opportunità positiva.
In questo senso, è utile riportare una breve considerazione di
Piergiovanni Alleva.
Anche i datori di lavoro più illuminati hanno compreso che il
vantaggio che assicuravano loro i contratti atipici, e cioè di
ridurre i costi di lavoro onde sostenere la concorrenza
internazionale, è in realtà di breve durata perché quella
compressione dei costi non basta, quando si tratta di produzioni
a basso valore aggiunto, per reggere la concorrenza dei Paesi
extraeuropei, mentre per le produzioni di alto valore aggiunto -
le uniche che offrono un futuro ai Paesi di vecchia
industrializzazione - occorrono strumenti contrattuali e
gestionali opposti ai contratti atipici, che perseguano, cioè,
stabilizzazione, fidelizzazione e qualificazione continua delle
risorse umane.
Tra l’altro, contrariamente a quanto teorizzato (e previsto dal
Libro), circa la necessità di superare una legislazione del
lavoro ”Troppo rigidamente protettiva, che tende a ridurre il
dinamismo del mercato del lavoro, favorendo la segmentazione del
mercato - accentuando il dualismo tra “insider” e “outsider” - e
la scarsa produttività”, anche l’ultimo rapporto della
Commissione sull’occupazione in Europa rileva - attraverso i
dati Eurostat - che tutti i Paesi che precedono l’Italia nella
speciale graduatoria relativa al grado di rigidità normativa che
disciplina i rapporti di lavoro, presentano (ad eccezione del
Belgio) tassi di occupazione superiori alla media dell’UE a 27.
E’ questo il caso di Svezia, Germania, Belgio, Francia, Spagna e
Portogallo.
Un’altra ricorrente mistificazione è, a mio parere,
rappresentata dall’enfasi che con la quale s’insiste sul c.d.
“dualismo” che contrapporrebbe lavoratori super garantiti a
“peones” senza diritti e tutele.
Certo, che nel nostro Paese siano presenti milioni di lavoratori
ai quali (troppo spesso) non sono riconosciuti neanche i diritti
più elementari, dalla stabilità occupazionale a un equo
compenso, è un dato incontrovertibile; che, però, la soluzione
del problema passi attraverso il superamento delle leggi e dei
contratti collettivi, un’ulteriore dose di flessibilità - tanto
“in entrata” quanto “in uscita” - e una riduzione delle garanzie
a chi ne gode, rappresenta una strana concezione di equità
sociale.
Tra l’altro, non solo la logica, ma anche la realtà - come si
evince dai risultati delle tante inchieste sul tema - dimostra
che parlare di dualismo, sottintendendo una generica richiesta
dei lavoratori non garantiti e dei disoccupati, e auspicare una
riduzione delle tutele a chi ne beneficia, al fine di migliorare
la condizione di chi ne è privo, rappresenta una gratuita
forzatura.
Contemporaneamente, siamo sicuri di poter considerare
“garantiti” coloro i quali (insider), benché titolari di un
rapporto di lavoro a tempo indeterminato, corrono il concreto
rischio di ritrovarsi, nello spazio di ventiquattro ore, a
ingrossare le fila dei soggetti licenziati per “giustificato
motivo oggettivo” o per “licenziamento collettivo”, se non in
cassa integrazione a zero ore?
La sensazione è che, ancora una volta, ci si trovi di fronte al
mal celato tentativo di rispondere alle esigenze delle aziende -
delle quali Berlusconi si vanta (spesso) di essere paladino e
massima espressione - mortificando non solo le aspettative ma,
addirittura, gli elementari principi del Diritto del lavoro,
così come, nel corso degli anni, consolidatisi nel nostro Paese!
Per concludere: quando “La vita buona nella società attiva”
assume il colore del (2°) Libro di Sacconi e si riduce al
welfare in appalto ai privati, alla contrazione dei diritti dei
lavoratori e al maldestro tentativo di contrabbandare ulteriore
flessibilità e precarietà per “dialogo sociale” - senza
dimenticare la vera e propria “quinta colonna”, presente
all’interno del Pd, che, da Treu a Ichino, si esercita da tempo
sul c.d. “Contratto unico”, oltre che sulla soluzione più idonea
a superare l’art. 18 dello Statuto - è giunto il momento di
massima allerta!