di Galapagos
 

Manifesto 19-5-2009

Se il lavoro vale una miseria
«Nella maggior parte dei paesi Ue la quota distributiva del lavoro ha raggiunto un picco nella seconda metà degli anni '70 e nei primi anni '80, successivamente riducecendosi a livelli inferiori a quelli antecedenti il primo shock petrolifero» scriveva nel 2007 la Commissione Europea in Employment in Europe 2007. Si tratta di uno dei pochi rapporti che, per chi sapeva leggere, anticipavano la crisi che stiamo vivendo. E questo perché quando il lavoro diventa un nulla flessibile e i salari si riducono, anche i consumi si riducono, cresce la povertà - relativa e assoluta - e inevitabilmente esplode la recessione. 
Il rapporto presentato domenica dall'Ocse non offre una dinamica delle retribuzioni, ma fornisce unicamente una foto per il 2008 che è assolutamente negativa, in particolare per l'Italia scesa al 23° posto nella graduatoria dei 30 paesi dell'Organizzazione per il livello delle retribuzioni nette. E questo significa livelli del 17% inferiori alla media Ocse. La notizia ha agitato i media: che i livelli italiani salariali italiano fossero inferiori a quelli di Grecia e Spagna nessuno se lo aspettava. Ma dov'è la sorpresa?
Non c'è. Che il lavoro dipendente stesse perdendo quota era stato segnalato sia dalla Banca d'Italia che dall'Istat. Di più: i dati di Mediobanca sulle maggiori imprese italiane (le 2010 maggiori e più dinamiche) segnalavano che tra il '74 e il 2000 la quota dei salari era scesa dal 70 al 48%, mentre quella dei profitti segnava un balzo dal 2 al 16 per cento. E sabato scorso - 24 ore prima che fossero diffusi i dati Ocse - in un articolo de il manifesto Antonio Frenda scriveva che «nel 1995 il reddito italiano era superiore del 4% a quello medio della Ue a 15, mentre nel 2008 è sceso sotto la media del 10%». Insomma, il reddito cresce poco e i salari diminuiscono. Anche perché - come dimostra la stessa Commissione europea - l'andamento dei salari reali rispetto agli incrementi di produttività diminuisce. Di chi la colpa?
Nel 1993 è stato siglato un accordo tra le parti sociali che di fatto ha legato le mani ai sindacati vincolando gli incrementi salariali al tasso di inflazione programmato. Poi si è data carta bianca sulla flessibilità a maggior gloria della globalizzazione, creando un doppio mercato del lavoro e - come scritto sull'ultimo «Rapporto sullo stato sociale» - i «lavoratori sono diventati quasi gli unici soggetti a non poter adeguare il proprio 'prezzo' alle dinamiche in atto. Infine non si è proceduto al recupero del fiscal drag (e questo ha ulteriormente ridotto i salari reali) e tutti i governi che si sono succeduti (anche di centro-sinistra) hanno solo alleggerito la pressione fiscale sul capitale e non sul lavoro. Da ultimo il governo Prodi con il decreto che in prima pagina del manifesto titolammo «presi per il cuneo», visto che la riduzione degli oneri sul lavoro non veniva restituita agli stessi lavoratori, ma a tutti i contribuenti, compresi gli evasori fiscali. Per buon peso c'è da aggiungere la truffa del trattamento di fine rapporto fatto affluire nei fondi privati, perché la «riforma» delle pensioni impedisce ai lavoratori di costituirsi una rendita adeguata per quando non saranno più lavoratori attivi.
Da destra (anche sindacale) la richiesta a fronte di questi dati è stata di legare gli aumenti retributivi agli aumenti di produttività. Questo significa svuotare ulteriormente il contratto nazionale e segmentare ancora di più il mercato del lavoro tra settori nei quali teoricamente è possibile incrementare la produttività e settori dove è molto difficile (a volte impossibile) farlo. Fino a quando ci saranno bassi salari e massima flessibilità le imprese - soprattutto in settori di mercato non aperti alla concorrenza internazionale - seguiteranno a fare investimenti solo di processo e non di prodotto e solo pochi lavoratori potranno beneficiare degli incrementi di produttività.
Che fare allora? Prima di tutto ridurre la tassazione su salari e pensioni e questo significa modificare il sistema fiscale spostando dal lavoro agli altri redditi (ma anche al patrimonio) l'onere del finanziamento della cosa pubblica.