|
Sintesi relazione di Giorgio Cremaschi
Milano 15 maggio 2009
Antagonisti per non essere
complici di Giorgio Cremaschi
- Siamo di fronte a una gestione
complessiva della crisi che assume sempre di più le
caratteristiche di una brutale operazione di classe
nella quale i ricchi diventano più ricchi, i
lavoratori e i poveri più poveri e lo spazio in
mezzo è solo coperto dalla carità sociale. Abbiamo
sentito per alcuni mesi i pianti sull’eccesso di
guadagno del capitalismo, le dichiarazione che
affermavano “mai più come prima” e così via. E’ vero
esattamente il contrario, l’economia punta a
ripartire con lo stesso modello di prima più
selvaggio e ingiusto di prima. (...)
L’enorme uso del finanziamento pubblico è servito a
sostenere la finanza e la Borsa. Sul piano sociale
non c’è alcuna operazione di distribuzione del
reddito mentre si preparano tagli, licenziamenti,
attacco ai diritti e ai contratti di lavoro. E’ così
sicuramente in Europa ed è ancor di più così in
Italia, ove il “libro bianco” del ministro Sacconi
rappresenta la summa ideologica di un modello
sociale nel quale i principi scritti nella
Costituzione sono tutti cancellati. Dall’eguaglianza
all’equa retribuzione, all’utilità sociale del
capitalismo privato, allo stato sociale, alla
sanità, ai servizi pubblici, alla scuola pubblica e
così via. Il “libro bianco” del ministro del Lavoro
parla di “universalismo selettivo”. Questo vuol dire
la rinuncia totale all’idea stessa dell’eguaglianza
sociale. Significa selezionare i diritti sulla base
della capacità di spesa e delle necessità di
profitto delle imprese. Significa considerare
l’ingiustizia sociale un dato inevitabile che si può
solo amministrare, con maggiore o minore
compassione, ma sempre cercando di governare
alimentando la guerra tra i poveri.
- Con la legge sulla sicurezza il governo Berlusconi
esprime il più grave e brutale attacco ai diritti
umani e ai diritti del lavoro che si sia verificato
in Italia dal 1945 ad oggi. E’ un’operazione
ideologica e sociale a tempo stesso, tesa a
costruire nel paese, per la prima volta dal 1938, il
consenso popolare a una cultura fondamentalmente
razzista. Non è grave solo l’insieme dei
provvedimenti, che tra l’altro ripristinano parti
importanti del vecchio codice Rocco sulle libertà di
manifestare – e rispetto ai quali si conferma
un’autentica stupidaggine la decisione della Cgil di
sottoscrivere a Roma un protocollo limitativo della
libertà di manifestare – ma ancora più grave è la
motivazione di fondo che le ispira. Sostenere
nell’Italia di oggi che queste misure servono a
impedire l’Italia multietnica significa dire che ci
sono milioni di lavoratori e lavoratrici con i loro
familiari che non avranno mai l’accesso ai diritti
costituzionali di tutti noi, significa un apartheid
coperta dal fard. Contro questa legislazione non è
più tempo di parole ma di atti. Bisogna organizzare
la disobbedienza civile, fare delle Camere del
Lavoro uno strumento di disobbedienza e
trasgressione di questa legge.
- La scelta della discriminazione, la rinuncia
all’eguaglianza aggredisce a fondo tutti i diritti e
le conquiste delle donne, quelli civili, ma anche il
diritto al lavoro e alla parità. E’ il concetto
stesso di emancipazione che viene messo in
discussione. Le ristrutturazioni industriali
colpiscono l’occupazione femminile, la riportano a
marginalità e precariato estremo, lo stesso avviene
per i tagli nei servizi pubblici nella scuola. I
tagli allo stato sociale rendono ancora più pesante
un carico del lavoro familiare. Tutto questo si
scarica sulla salute, sulla vita e sui diritti delle
donne.
- Pochi mesi fa un gigantesco movimento di lotta di
studenti e insegnanti ha risposto all’attacco alla
scuola pubblica che questo governo ha scatenato,
portando alle estreme conseguenze uno sgretolamento
del diritto all’istruzione e alla formazione che era
già cominciato con i governi precedenti. Ora questo
movimento è entrato in una fase di difficoltà e
anche di riflusso. Anche se la mobilitazione
continua con lo sciopero attuale di oggi della
scuola, dei Cobas e con quelli che prepara la Cgil.
Ma l’attacco alla scuola pubblica non si è fermato,
la privatizzazione dell’istruzione, l’ulteriore
avanzamento della scuola di classe, il modello
americano ultraselettivo e basato sulla ricchezza
della scuola e dell’università, continua ad avanzare
e con esso la privatizzazione dello studio e della
ricerca.
- A
coronamento di questi processi economici, sociali e
culturali, c’è la costruzione di un regime del
consenso al governo e alla sua maggioranza, fondato
sempre di più su meccanismi autoritari e
sull’intollernza e la soppressione del dissenso. La
vicenda del terremoto è stata utilizzata chiaramente
dal governo Berlusconi sulla falsariga di come il
presidente Bush ha utilizzato l’11 settembre. Un
modo per costruire un’ideologia della compattezza
nazionale che non ammette critiche, non ammette
obiettivi. Chi solleva i problemi della materialità
delle condizioni dei terremotati, chi mette dubbi
sulla ricostruzione e sul suo finanziamento, diventa
un nemico del paese, uno sciacallo. Questa ideologia
nazionale, del siamo tutti nella stessa barca,
diventa lo strumento per la costruzione del regime e
la soppressione della critica, come mostra lo
scandaloso atteggiamento servile della stampa
italiana verso la vicenda del divorzio di
Berlusconi. Una volta forse si è esagerato a parlare
di regime, adesso non se ne parla più perché un
regime autoritario intollerante, fondato su
populismo e impresa, si sta costruendo. Anche il
prossimo referendum sul sistema elettorale rischia
di rafforzare il regime, contribuendo, se avrà
successo, a costruire una legge elettorale peggiore
da quella utilizzata da Mussolini nel 1924. La
politica internazionale, il massacro in Afghanistan,
le scelte della Fiat, su cui si è esercitato un
campanilismo di stato ridicolo e inquietante, stanno
costruendo un’ideologia nazionale che noi dobbiamo
contrastare sul piano culturale e sul piano
dell’azione. Anche per questo dobbiamo riprendere i
contatti con tutti i movimenti e i pensieri critici,
cominciando con la partecipazione, nelle forme in
cui sarà possibile, alla contestazione del G8 a
L’Aquila.
- Sul piano
sindacale c’è un intreccio profondo tra l’accordo
separato del 22 gennaio e il sistema contrattuale -
autoritario e aziendalista al tempo stesso – che ne
emerge, e i processi in atto nella realtà del mondo
del lavoro. E’ quello che il ministro del Lavoro ha
chiamato il passaggio dalla concertazione alla
“complicità” sindacale. Mai definizione fu più
appropriata, mai questa definizione ci dà così
chiare ragioni per rifiutare questo modello
sindacale. La vicenda Alitalia è diventata il
terreno di sperimentazione di una vera e propria
politica antisindacale, magari sottoscritta in
condizioni suicide anche dalla Cgil. Come fece
Ronald Reagan nel 1980 con i controllori di volo,
l’attacco ai diritti del sindacato, alla
contrattazione collettiva è partita da quella che è
stata presentata come un’area di privilegio dei
lavoratori e di strapotere dei sindacati. Nella
stessa operazione che sta conducendo il ministro
Brunetta nel mondo del lavoro pubblico, ove non si
vogliono semplicemente fare contratti nazionali più
bassi e imporre regole più dure ai lavoratori. Si
vuole liquidare la contrattazione collettiva,
tornando al premio individuale deciso dal capo. Si
torna all’epoca Monsù Travet. Mentre si esaltano le
consulenze e la casta dei manager che alla fine
emerge, come tutti i ricchi, più ricca arrogante e
prepotente di prima. Così avviene in Fiat e in
Fincantieri. In Fiat si prepara un attacco frontale
all’occupazione e al lavoro che sarà giustificato
spiegando che o si accetta di chiudere un paio di
stabilimenti oppure si chiude tutto, così come si è
detto in Alitalia. In Fincantieri si è per la prima
volta sperimentato l’accordo del 22 gennaio,
distruggendo il principio stesso del consenso nella
contrattazione in un Gruppo nel quale gli accordi
erano sempre stati decisi dai lavoratori e,
soprattutto, definendo il premio sulla produttività
che sembra scritto da Sacconi e Bonanni. Tutti i
prossimi appuntamenti di lotta della Fiat e di
Fincantieri devono diventare appuntamenti di lotta
di tutti noi.
- L’attacco
ai diritti si diffonde in tutti i luoghi di lavoro
con i licenziamenti e con le minacce, in un clima
intollerabile che in ogni posto di lavoro riduce la
libertà delle persone, vuole intimidire e creare
subordinazione. Altro che valorizzazione del lavoro:
la crisi è l’occasione per un regolamento dei conti
conclusivo con tutti i diritti e la contrattazione
collettiva, per una vendetta sociale che mette al
centro i tagli al costo del lavoro, la
differenziazione salariale, le gabbie salariali, la
liquidazione del salario certo, come condizione per
la ripresa economica. Avevano detto che non si
poteva fondare la competizione solo sul costo del
lavoro? Bene, è esattamente quello che stanno
facendo con più rabbia, arroganza e prepotenza di
prima.
- La
precarietà è diventata uno strumento fondamentale,
come abbiamo sempre detto, di governo del rapporto
di lavoro. Oggi essa viene amplificata con la crisi
e trasformata in uno strumento ideologico potente:
la guerra dei poveri come sistema di governo. La
precarietà e l’incertezza dei lavoratori fa sì che
si cerchi di spiegare che per avere più sicurezza
bisogna togliere i diritti a chi ancora ce li ha e
impedire a chi ne ha meno, emigranti prima di tutto,
di minacciare i tuoi. Ci sono due ministri,
Brunetta, Maroni e Sacconi, che in qualche modo
hanno svolto questa funzione ideologica, uno contro
il privilegio dei pubblici, l’altro contro la
minaccia dei migranti, il terzo con l’esaltazione
del salario legato alla produttività e l’attacco
alla contrattazione collettiva. Come ha detto
Berlusconi eseguono ordini superiori, cioè l’idea di
trasformare la società nel modello che Berlusconi ha
sempre propagandato nelle sue televisioni e nei suoi
programmi.
Per questo bisogna avere la consapevolezza che
quello che abbiamo di fronte non è il rischio di un
semplice arretramento ma quello di una sconfitta
storica, nella quale non veniamo semplicemente
costretti a rinunciare a questo o quel punto, ma a
noi stessi: a quello che pensiamo, a quello che
siamo , a quello che vogliamo essere. Ed è per
questo che non possiamo minimamente permetterci il
lusso di essere moderati.
- La crisi ha
dimostrato l’estrema funzionalità della precarietà
del lavoro ai processi di ristrutturazione. Essa ha
permesso di liquidare i precari nel pubblico e nel
privato o, comunque, di non considerarli alla pari
di tutti gli altri lavoratori. Ora c’è il rischio
che eventuali momenti di ripresa economica avvengano
con un enorme espansione del lavoro precario sotto
tutelato. Per queste ragioni è giusto affrontare la
questione della precarietà del lavoro, peraltro come
abbiamo sempre fatto, e riproporre il problema
dell’estensione dei diritti fondamentali. Ma per
estrema chiarezza questo è l’esatto contrario dei
vari progetti del contratto unico che si stanno
definendo. Respingiamo alla radice l’idea che per
estendere i diritti ai precari bisogna mettere in
discussione ancora una volta l’articolo 18. Quindi
no al progetto Ichino e no anche a quello meno
sfacciato di Boeri. L’articolo 18 va semplicemente
esteso, non è un peso in una società giusta, lo è
per una società che vuole mettere in discussione la
Costituzione della Repubblica.
- L’accordo
separato sul sistema contrattuale implica delle
scelte immediate. Non si può dire di no all’accordo
e poi applicarlo. Per questo diciamo di no a tutte
le piattaforme unitarie che in qualche modo
applicano il loro accordo, come fa quella degli
alimentaristi. Se si vuole reggere il no all’accordo
separato e se si è davvero convinti della sua
gravità, allora bisogna renderlo impraticabile, far
sì che le aziende capiscano che hanno sbagliato
perché invece che regolare il nuovo sistema aumenta
il conflitto e anche le contraddizioni. Se invece si
pensa semplicemente a qualche piccolo aggiustamento,
allora si sta preparando a firmarlo.
- La
questione della precarietà, l’attacco ai diritti del
lavoro e all’occupazione, l’attacco al contratto
nazionale e alla contrattazione collettiva sono
parti di un disegno che non punta semplicemente a
farci arretrare ma a cambiare la natura stessa del
sindacato. Che deve trasformarsi da agente
contrattuale in complice, sostenuto dallo Stato,
delle scelte delle aziende. E’ un aziendalismo di
stato, finanziato dagli Enti bilaterali e dal
privato sociale quello che si vuole imporre.
L’esaltazione della responsabilità dei sindacati
americani, che accettano di non scioperare alla
Chrysler fino al 2015 e che entrano nel consiglio di
amministrazione semplicemente perché non hanno più
la sanità e la pensione - che l’azienda non pagava –
è la dimostrazione di ciò che si vuole fare: si
vuole cambiare la natura costituzionale del
sindacato in Italia e su questo si sta costruendo un
consenso vasto che arriva da una parte rilevante
degli schieramenti politici e naturalmente comprende
Cisl e Uil.
Per questo noi consideriamo il no della Cgil
all’accordo separato un no costituente, non un
incidente di percorso, ma la scelta di dire di no a
un modello sindacale e quindi, conseguentemente,
quella di costruirne un altro. Sappiamo che in Cgil
c’è chi pensa a una tesi diversa, anzi opposta, ed è
per questo che consideriamo un fatto di assoluta
moralità politica che nel congresso queste due
posizioni si misurino nella maniera più netta e
chiara.
- In questo
momento di crisi i lavoratori hanno paura, ma
sentono anche il senso pesante dell’ingiustizia. I
rischi dello smottamento verso posizioni moderate e
anche reazionari ci sono sempre durante la crisi, ai
giornalisti e agli intellettuali che oggi – anche a
sinistra – si divertono a spiegare come mai gli
operai sono reazionari, vogliamo ricordare che non
c’è bisogno di fare troppa sociologia. Nel 1938 la
grande maggioranza degli operai stava con Mussolini,
ma nel 1943 gli scioperi alla Fiat lo facevano
cadere. Nascondersi verso le difficoltà, le
passività, gli egoismi dei lavoratori è il massimo
di immoralità per i gruppi dirigenti. Per questo noi
diciamo che questo congresso dovrà davvero discutere
dei gruppi dirigente. E’ necessario che la Cgil
coerentemente rischi rispetto alle proprie idee e
che non abbia paura del confronto aperto con i
lavoratori e, soprattutto, che esca da ogni forma di
protezionismo concertativo. Questa è la questione
dell’unità. Nessuno di noi è contro l’unità
sindacale, è uno strumento necessario per ogni
lotta, per ogni vertenza. Siamo contro questa unità
degli apparati così come si è configurata in
quest’ultimo Primo Maggio uno degli più inutili e
ipocriti primo maggio della storia della Repubblica.
L’unità sindacale per noi è democrazia e
partecipazione, è diritto dei lavoratori a decidere
su chi li rappresenta e su cosa devono contare gli
accordi e la contrattazione. L’unità sindacale come
autoritarismo di vertici è il contrario dell’unità
che è nella storia della Cgil. D’altra parte oggi
sono in gioco due modelli sindacali diversi: quello
della Cisl e quello del sindacalismo democratico e
conflittuale. Non ci può essere un compromesso tra
questi due modelli, uno dei due cancellerà l’altro.
E noi vogliamo che sia cancellato e sconfitto quello
che oggi propone la Cisl.
- Il
congresso dovrà quindi scegliere una linea di
rinnovamento democratica della Cgil che sia anche un
profondo elemento di sburocratizazione nella vita e
nella pratica dell’organizzazione. Occorre un
sindacato che stia davvero in mezzo ai lavoratori,
che soffra con loro in ogni momento. Occorre un
sindacato di lotta. L’alternativa alla complicità
è il rifiuto delle compatibilità definite
dall’attuale regime di potere. Se questo è
antagonismo ebbene sì, bisogna essere antagonisti
per non essere complici. Occorre una grande campagna
sulla democrazia sindacale che deve diventare
vincolo effettivo nei comportamenti concreti di
tutti i dirigenti sindacali a tutti i livelli. Il
cambiamento profondo della Cgil, a seguito di una
lotta politica tale quella che noi vogliamo
intraprendere, non è un’esigenza interna
dell’organizzazione è una necessità delle
lavoratrici e dei lavoratori. La Cgil è un loro
patrimonio, se essa diventasse una seconda Cisl,
sarebbe una catastrofe per chi lavora, prima ancora
che per la vita interna dell’organizzazione. Per
questo diciamo conclusivamente basta con la retorica
dell’unità, che d’altra parte è solo quella con Cisl
e Uil e trascura altre parti del movimento
sindacale, pensiamo al sindacalismo di base, con il
quale invece crediamo si debbano costruire rapporti
nuovi, visto che su alcuni temi di fondo, a partire
dal no all’accordo del 22 gennaio, siamo molto più
vicini che con Cisl e Uil.
- Occorre una
nuova piattaforma sociale e sindacale che
rappresenti lo strumento fondamentale delle lotte,
delle contrattazione e degli accordi dei prossimi
anni. Occorre una piattaforma che esca dal quadro
delle compatibilità, dei patti di stabilità che
stanno distruggendo i diritti sociali e il lavoro.
Le caratteristiche fondamentali di questa
piattaforma dovranno essere:
• una politica economica fondata sul ritorno in
campo dell’intervento pubblico progressivo, che crei
occupazione e diritti sociali, che intervenga sul
serio per lo sviluppo del Mezzogiorno, di cui alcune
regioni dissero di essere semplicemente sganciate
dal resto del paese; un vero e proprio piano per il
lavoro.
• Una profonda redistribuzione della ricchezza,
realizzata con la lotta all’evasione fiscale e con
l’introduzione di tassazione alle ricchezze e ai
patrimoni;
• La riduzione dell’orario di lavoro come strumento
per redistribuire la crescita della produttività;
• L’estensione dei diritti dello stato sociale, a
partire dai migranti;
• Lo smantellamento della finanziarizzazione
dell’economia e della precarizzazione del lavoro;
• Nuove forme di sostegno al reddito anche con
l’estensione del salario sociale.
Il Congresso
dovrà definire questa nuova piattaforma, che dovrà
definitivamente ribaltare la vecchia politica dei
due tempi – prima lo sviluppo e poi la
redistribuzione. Dobbiamo scegliere la
redistribuzione della ricchezza come leva per la
ripresa economica e lo sviluppo. Se vogliamo
ripartire dobbiamo ridistribuire la ricchezza che
c’è oggi, non quella ch produrremo domani. Occorre
quindi affrontare la questione dei salari, ma anche
quella delle pensioni. Si prepara il più brutale
attacco al sistema pubblico e alle condizioni di
vita dei pensionati italiani. Dobbiamo rafforzare il
sistema pubblico, abbandonare l’ipotesi della
privatizzazione delle pensioni anche con una
profonda autocritica sindacale su tutto il sistema
dei fondi. La nostra proposta è molto semplice:
superare il sistema dei fondi pensionistici
integrativi privati e portare all’Inps e agli enti
pubblici le pensioni integrative. Non vogliamo
trovarci tra qualche anno come in Argentina che i
fondi devono essere nazionalizzati perché sull’orlo
del fallimento. I salari dovranno crescere nei
contratti nazionali più dell’inflazione, le
condizioni di lavoro dovranno essere tutelate. Sarà
necessaria una politica fiscale severa, brutale,
verso le ricchezze, il velinismo si combatte anche
tassando davvero chi lo finanzia e lo mantiene.
- Tutto
questo richiede una fortissima indipendenza della
Cgil dagli schieramenti politici. La Cgil paga
ancora tra i lavoratori il collateralismo con il
governo Prodi, che al di là delle chiacchiere, con
la sua politica, ha distrutto il consenso dei
lavoratori verso il centrosinistra. Prodi non è
caduto l’anno scorso, ma nel dicembre del 2006,
quando Epifani, Bonanni e Angeletti sono stati
travolti dai fischi a Mirafiori sulla finanziaria.
La Cgil deve superare ogni collateralismo con il
Partito Democratico, senza naturalmente inventarsene
altri. Esiste naturalmente il problema della
politica, di avere una rappresentanza politica che
risponda ai bisogni, alle esigenze, alla
disperazione dei milioni di persone che sono
colpite dalla crisi. Ma la Cgil deve esercitare
questo suo intervento nella politica direttamente,
senza deleghe a nessuno. Anche per questo
consideriamo davvero fuori misura e tradizione
l’intervento che di fatto la Cgil fa per
salvaguardare un giornale, a cui vogliamo tutti
bene, L’Unità. Non è compito del sindacato salvare
un giornale di partito. Sulla questione
dell’indipendenza occorre un rigore nuovo anche nel
rapporto con i gruppi dirigenti. Chi si candida alle
elezioni non può rientrare negli apparati se non
viene eletto. Occorre stabilire confini più netti
tra noi, i partiti e i meccanismi della politica
istituzionale. Il sindacato fa politica da solo, con
il consenso e con la democrazia con i lavoratori. I
sindacalisti se vogliono fare i dirigenti di partito
cambiano mestiere.
- Questo congresso e una sfida decisiva per la Cgil
e, come abbiamo fin qui sostenuto, deve avvenire su
basi chiare. Non può essere un congresso unanime,
come avviene in certi direttivi ove tutti votano la
stessa cosa e poi ognuno fa il contrario dell’altro,
un congresso così sarebbe un disastro per la Cgil.
Gli appelli all’unità dell’organizzazione sono
ingiusti perché presuppongono che la democrazia e la
chiarezza nel confronto minino, anziché rafforzare,
l’unità dell’organizzazione. In Cgil oggi ci sono
sostanzialmente due linee. Una che pensa che
l’accordo del 22 gennaio sia un incidente di
percorso e che occorre operare per ricomporsi su un
terreno di sindacalismo moderato e concertativo.
L’altra che pensa che dal no a quell’accordo bisogna
partire per costruire il sindacalismo del conflitto
e della democrazia di cui hanno bisogno oggi i
lavoratori. Gli iscritti devono poter scegliere tra
queste due linee. Per questo il congresso prossimo
non sarà con un documento unico. Non lo sarà
comunque perché noi presenteremo una nostra mozione.
Ma speriamo naturalmente di non dover dire comunque
e che davvero si confrontino le due impostazioni
sindacali che hanno percorso la vita della Cgil in
questi anni. Per questo chiediamo esplicitamente a
Rinaldini, a Podda, a Lavoro Società, a tutte le
esperienze della sinistra sindacale nella Cgil di
costruire un documento alternativo alle posizioni
sostenute dall’attuale segreteria. Non è utile un
documento unico pieno di “ma anche”, che autorizzi
tutto e il contrario di tutto. Così come non è più
accettabile una vita interna dell’organizzazione
fondata sugli accordi di potere, sui pluralismi non
misurati con il voto, sui patti di vertice.
- La Rete28Aprile ha fatto in questi anni una lunga
traversata nel deserto essendo un’area programmatica
con grandi idee ma ben poca organizzazione. Ora
vediamo un approdo, il congresso. Ci dobbiamo
organizzare per essere in grado, possibilmente in un
vasto fronte, di far sì che nella Cgil tutti gli
iscritti, tute le lavoratrici e i lavoratori siano
raggiunti dalle nostre idee e dalle nostre ragioni.
Si apre quindi una fase di organizzazione stringente
che deve superare tutte le difficoltà e le
incertezze di questi anni. |