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Crisi: come se ne esce?
Tentiamo di capire cosa stà
succedendo nella società reale in questa fase di
crisi economica. Come si muovono le banche, il
governo, i sindacati? Quali le conseguenze per i
lavoratori e i settori sociali più poveri?
(Di Duilio Felletti) . Reds – 10 Maggio 2009.
Il messaggio che ci arriva
Quando sentiamo alla TV e leggiamo sui giornali di
possibili vie d'uscita dalla crisi economica non
riusciamo mai a capire come, chi ci governa, intenda
portare fuori il sistema economico dal tunnel della
crisi. Sentiamo parlare di cifre colossali di denaro
stanziate (reperite chissà dove) da elargire a non
si sa bene chi, per il salvataggio delle banche e
del sistema produttivo e di altre cifre, meno
consistenti, per la tutela dei lavoratori e delle
famiglie.
La filosofia che guida questi interventi del Governo
è quella di tentare di tenere in piedi, nonostante
tutto, questo traballante castello del sistema paese
per essere pronti a riagganciarsi al treno
dell'economia quando questo ripartirà.
E' stupeffacente vedere come i grandi economisti e
tecnici del governo (e dell'opposizione) non entrino
mai nel merito di come si potrebbe uscire dalla
crisi, ma molto più semplicemente si limitino a
pensare che prima o poi questa crisi finirà e che
dobbiamo attendere fiduciosi e con spirito di
ottimismo questo miracoloso evento.
Lo scontro politico tra maggioranza e opposizione è
tutto incentrato sull'entità delle risorse messe a
disposizione; ovviamente il governo sostiene che
bastano, mentre l'opposizione accusa il Governo di
non investire a sufficienza in rapporto a quanto
invece avrebbero fatto gli atri paesi di analoga
importanza economica.
Ma in sostanza anche fuori dai nostri confini non
sembra di vedere cose diverse da quello che vediamo
e sentiamo a casa nostra.
Tutti i paesi e i rispettivi governi sono in
attesa... Si curano le ferite...e attendono.....
Ma per capire qualcosa in più sulle ragioni della
devastazione sociale che questa crisi stà
producendo, forse, ciò che occorre è fare un salto
indietro rivedendo e ragionando sulle cause che
hanno portato al collasso i meccanismi della
produzione della ricchezza.
Non ci sono soldi
Semplificando, possiamo dire che all'origine di
tutto vi è la crisi di liquidità. Le più importanti
banche mondiali si sono trovate a non avere soldi in
cassa da reimmettere sul mercato del credito; questo
perchè a loro volta non sono riuscite a risquotere
soldi dai soggetti a cui li avevano prestati.
Parliamo di lavoratori indebitatisi principalmente
per comprare la casa (costretti a questo passo vista
l'impraticabilità del mercato degli affitti) e che
quindi si sono addossati un mutuo, parliamo di
lavoratori che si sono trovati senza un posto di
lavoro da un giorno all'altro, ma parliamo anche di
lavoratori assunti con contratti capestro e che si
sono trovati a vivere una situazione di prolungata
precarietà con stipendi non garantiti e comunque
estremamnte bassi. In ultima analisi parliamo di
lavoratori impoveriti dalla voracità padronale,
tutta rivolta alla crescita sempre più esasperata
del volume dei profitti in presenza di una
concorrenza sui mercati sempre più feroce.
A questa limitata disponibilità di denaro delle
banche vi è da aggiungere la mancanza di garanzie
che i soggetti a cui potrebbero prestar denaro
sarebbero in grado di dare ai fini della
restituzione. Per queste ragioni chiedono al governo
di farsi lui garante delle eventuali insolvenze.
Chiedono in modo molto esplicito e senza neanche
tanta vergogna, che sia il governo a restituire i
soldi che i cittadini, le piccole, le medie e le
grandi imprese potrebbero non restituire.
I padroni e il Governo
Chi si sta muovendo con maggiore determinazione per
tentare un'uscita dalla crisi è la classe padronale.
Le difficoltà che i capitalisti stanno incontrando
nell'attingere dalle banche (come hanno sempre
fatto) le risorse necessarie per acquistare le
materie prime, ma soprattutto per fare investimenti
volti a ridurre i costi di produzione e far fronte
alla sempre più agguerrita concorrenza dei paesi
emergenti (Cina, India...) e non, li stà
costringendo a muoversi in altre direzioni con il
fine di rendere più solidi i rispettivi ambiti di
attività e strutture produttive.
Oltre a non cessare mai di chiedere ai rispettivi
governi nazionali sgravi fiscali e incentivi di
vario tipo volti a favorire e a facilitare la
vendita dei propri prodotti sui mercati, sono molto
attivi nel tentare di ridisegnare le dimensioni
delle proprie aziende. Il caso Fiat/Crysler/Opel è
emblematico. Ma anche lo stesso caso Alitalia/Air
One.
Ciò che dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi è un
allargamento di questo fenomeno di concentrazione
del capitale nelle diverse nazioni, come pure
dobbiamo aspettarci una ripresa della lotta tra
questi nuovi mega gruppi produttivi (una volta
costituiti) per la conquista dei mercati e per il
rilancio dell'accumulazione del profitto.
Questa linea intrapresa dalla borghesia viene
ritenuta senza alternative per cui i vari governi da
parte loro stanno addottando la linea del lasciar
fare e, nei limiti del possibile, arrivano a dare a
queste manovre un vero e prorpio sotegno economico
drenando risorse dalle casse pubbliche. Risorse che
vengono normalmente sottratte dalle voci che sevono
ad alimentare la spesa per i servizi, la sanità, le
pensioni e la scuola. Tutti settori per cui, in
maniera anche esplicità, si continua a parlare di
prossima privatizzazione.
Le conseguenze
I lavoratori rappresentano l'anello debole della
catena su cui viene scaricato tutto il peso della
crisi. Le scelte che in questa fase il governo, le
banche, i padroni e i sindacati fanno, hanno come
presupposto e come elemento finale, ritenuto
inevitabile, un pesante peggioramento delle
condizioni dei lavoratori. Sul piano del salario,
dei diritti sindacali, delle pensioni, della
precarietà e ultimamente, anche sul piano della
repressione.
Imperversa la Cassa Integrazione, ai precari non
vengono rinnovati i contratti e sui posti di lavoro
gli operai, giovani e vecchi, uomini e donne,
italiani e stranieri, chi più e chi meno, vivono con
l'ansia della perdita del posto di lavoro e, per
questo, accettano condizioni di salario, di diritti
e di sicurezza che qualche decennio fà sarebbero
state impensabili. Sono chiusi nell'individualismo e
non cercano più soluzioni collettive alle loro
problematiche.
Da questo punto di vista, i fenomeni di
concentrazione del capitale di cui abbiamo detto
sopra, non lasciano ben sperare. E' fin troppo
facile prevedere che le chiusure di strutture
produttive simili rappresenteranno un fatto
inevitabile e il terrore che prenderà la gran parte
della classe lavoratrice di non essere coinvolta in
questi processi di espulsione dal tessuto
produttivo, porterà a un indebolimento strutturale
della classe nel suo insieme, per cui è facile
prevedere che anche le relazioni sindacali subiranno
radicali cambiamenti.
I sindacati maggiormente rappresentativi, che,
grazie ai vari accordi concertativi (scala mobile,
modello contrattuale, pensioni) non hanno
sicuramente contribuito a rafforzare i lavoratori,
in questa fase si trovano a dover fare i conti con
lacerazioni interne pesantissime.
La crisi ha messo a nudo la loro incapacità di dare
rappresentanza alla maggioranza dei lavoratori.
L'incapacità dei burocrati sindacali di dare una
lettura delle dinamiche della crisi dal punto di
vista dei lavoratori, ha portato i sindacati fuori
dagli ambiti in cui tradizionalmente hanno svolto il
loro ruolo di soggetto contrattuale. Siccome
anch'essi si ritrovano a dover pensare che la via
prospettata dai padroni per l'uscita dalla crisi non
ha alternative credibili, si trovano a dover fungere
da soggetti che in ultima analisi si limitano a
sorvegliare affinchè padroni e governo non calchino
troppo la mano e che vengano tutelate le realtà
produttive dentro i confini nazionali.
Per quanto riguarda il rapporto con i lavoratori,
ogni sindacato ormai, nel momento in cui si trova a
dover fare delle scelte, prende a riferimento il
settore di classe lavoratrice che ritiene di poter
adeguatamente rappresentare, con l'unico intendo di
autoconservarsi. Per cui la Cgil, che ha una forte
presenza di operai nelle sue fila, cerca di ridurre
l'impatto dei provvedimenti governativi cercando
tenere in piedi quegli strumenti (contratto
nazionale) che sembrano più efficaci alla difesa
dell'unità e della forza contrattuale dei
lavoratori. Mentre le altre confederazioni che hanno
connotazioni più corporative puntano alla difesa dei
settori più protetti del mondo del lavoro, pensando
che, così facendo, questi potranno avere un effetto
di trascinamento verso un'uscita dalle crisi. I
sindacati minoritari e massimalisti non sembrano in
grado di conquistare fette rilevanti di classe
lavoratrice in grado di dare un impulso importante
alla lotta generale (che è la vera cosa che
servirebbe).
Come se ne esce?
In merito a ciò, i padroni hanno le idee
molto chiare. Viste le grosse difficoltà per
accedere al credito, si stanno muovendo con
determinazione costruendo nuove alleanze con
conseguente concentrazione dei capitali. E vista la
necessità di rendere, nel contempo, queste nuove
aggregazioni più dinamiche e meno dispersive di
energie produttive, puntano a una razionalizzazione
dei prodotti eliminando le unità produttive non in
grado di essere competitive. La modifica dei modelli
contrattuali, ottenuta con le firme dei sindacati
meno legati ai settori più combattivi della classe
lavoratrice, servirà a far sì che i guadagni
derivanti da un'eventuale ripresa produttiva vadano
redistribuiti in modo mirato solo in quelle
situazioni che sono state in grado di produrre
utili. Non manca la solita richiesta di sgravi
fiscali e incentivi a sostegno degli investimenti.
Il Governo (e in particolare questo governo) si stà
prodigando affinchè i manovratori non trovino sulla
loro strada ostacoli di vario tipo, come ad esempio,
lavoratori troppo zelanti vogliosi di lottare e
occupare piazze e strade: per loro è ritornato il
manganello, come ai vecchi tempi.
In parlamento le opposizioni non sembrano in grado
di sviluppare proposte alternative, in quanto non è
nella loro cultura pensare a un modello di società
alternativa. Quello che fino ad oggi sono riuscite a
fare è accusare il governo di non fare abbastanza
per sostenere le centinania di migliaia di
lavoratori che perdono il posto; si limitano a
chiedere una spesa maggiore per gli ammortizzatori
sociali e fanno proclami rivolti ai sindacati
affinchè recuperino l'unità perduta. Francamente un
po' pochino.
I partiti che si richiamano al comunismo sono fuori
dal parlamento e si trovano attualmente in grosse
difficoltà a riallacciare le relazioni con quella
classe lavoratriche che, quando anche loro erano
dentro ai giochi di potere, hanno contribuito a
indebolire. Il troppo parlamentarismo ha prodotto
una scollattura che si potrà ricostruire non certo
nel giro di poche settimane.
Insomma, a ben vedere, ciò che impressiona
maggiormente è il piattume generale, nonostante che
in tutti sia ben chiaro che il danno prodottosi nei
meccanismi dell'economia sono una conseguenguenza
dei meccanismi perversi che questa economia hanno
fatto funzionare fino a ieri. Un piattume che si
esplicita ancora di più quando in coro sono lì tutti
a chiedere nuove regole, senza entrare nel merito di
questa generica proposta, ma soprattutto senza
mettere in discussione i personaggi ai vertici del
mondo per i quali si continua a mostrare grande
reverenza.
Ma è proprio lì che bisogna puntare il dito: sui
meccanismi.
Ma a questo punto il discorso diventa pesante e
forse difficilmente comprensibile per chi oggi ha la
preoccupazione di come tirare alla fine del mese.
Possiamo, comunque almeno, cominciare a pensare che
quanto ci viene dato in pasto dai mas media non è
completamente disinteressato e che è unicamente
proteso a difendere lo status quo. Occorrerebbe,
come si diceva una volta, sviluppare contro cultura.
Non dare nulla per scontato e ineluttabile.
E' da qui che si parte per ricominciare una nuova
resistenza: incontrarci, discutere, leggere,
proporre.
In tutti gli ambiti: nei partiti, nei sindacati, nei
movimenti, nelle associazioni.
Tutto ciò per far sì che nelle coscienze individuali
e collettive possano sedimentarsi valori nuovi (che
tanto nuovi non sono) e contro corrente.
La direzione verso cui andare in prospettiva, è
quella della costruzione di un fronte ampio di lotta
(internazionale) contro le scelte del grande
capitale e contro le tendenze filonazionaliste dei
sindacati maggiori, che altro non fanno che rendere
ancora più gravi le divisioni tra lavoratori. E
nell'immediato non c'è altra via della resistenza,
che diventa efficace quando si sviluppa in un
contesto di solidarietà e di allenza tra gli
oppressi. |