G.Cremaschi - Fiat. Interverrà l'esercito?
Quando ancora ci si chiede come è stato possibile
che la crisi economica sia esplosa così all’improvviso, senza nessun riflessione
che l’annunciasse, basta guardare cosa sta avvenendo in Italia attorno alla Fiat
per capire. Un ottundimento senza precedenti delle capacità critiche della
stampa e dell’opinione pubblica, la santificazione di Marchionne, l’esaltazione
del successo dell'impresa italiana, insomma la propaganda aziendale trasformata
in comunicazione di regime a tutta l’opinione pubblica. Le preoccupazioni, i
pensieri critici sono stati accantonati o considerati parte del solito
sindacalismo antagonista, che non vuole rassegnarsi ad accettare la logica del
“siamo tutti nella stessa barca”. (...)
Poi improvvisamente i giornali tedeschi, che ovviamente rispondono a logiche
diverse da quelle del regime italiano, dicono esplicitamente la verità più
ovvia. La Fiat si prepara a tagliare due stabilimenti in Italia. La cosa non
stupisce. Tutta l’operazione della Fiat e di Marchionne è costruita su una
strategia multinazionale nella quale l’occupazione e gli stabilimenti sono la
variabile finale delle scelte strategiche, economiche e finanziarie, del gruppo.
Lo stesso Marchionne ha dichiarato pubblicamente, in un’intervista estera
pubblicata in Italia che non ha ricevuto alcun commento, di essere canadese e
non italiano e che la Fiat è un’azienda multinazionale con stabilimenti in
Italia. La proposta di scorporare l’auto dal resto del gruppo e di portare la
nuova società, Fiat-Opel-Crysler eccetera, in Borsa è un modo per dire che la
Fiat auto verrà venduta a una nuova società più grande. Stiamo nella sostanza
assistendo all’avvio dello smantellamento della Fiat, e questo viene invece
presentato come un grande successo dell’industria nazionale. Viene in mente
quello che è successo all’Olivetti, dove un grande manager anche egli salvatore
della patria, Colaninno, ha puntato alla crescita esponenziale dell’azienda con
la scalata a Telecom, spiegando tutto in termini di economia di scala, sinergie
eccetera. Ora l’Olivetti non esiste più come azienda industriale e la Telecom è
quella che è, anche perché adesso Colaninno si dedica ad Alitalia…
Siamo sicuri che l’astuto amministratore delegato della Fiat apprezzerà una
campagna nazionalistica e campanilistica priva di oggetto, ma assolutamente
utile agli interessi suoi e degli azionisti. Molto meno a quelli dei lavoratori
degli stabilimenti. La domanda è molto semplice: se alla fine gli affari della
Fiat andranno in porto e si avrà una nuova azienda che chiude in Italia due
stabilimenti, cancellando così 15.000 posti di lavoro, quale sarà il guadagno
per il Paese? Sappiamo già la risposta di regime. Si spiegherà che questo è il
meno peggio, che se la Fiat non avesse fatto questo accordo tutti gli
stabilimenti avrebbero chiuso. Insomma, ci si deve rassegnare a quello che passa
il convento, anzi ai suoi avanzi.
C’è una sola cosa da fare invece: bisogna ribellarsi. Bisogna dire di no alla
chiusura degli stabilimenti e al taglio dei posti di lavoro e rendere operativa
la minaccia del segretario della Fiom, che recentemente ha detto: “se dovessero
chiudere Pomigliano, sarebbe necessario l’intervento dell’esercito”.
Roma, 7 maggio 2009