Il federalismo fiscale è legge dello stato. Il Senato ha approvato il
provvedimento con 154 voti a favore, 6 contrari e 87 astenuti. Hanno
votato sì la maggioranza e l'Italia dei valori; no l'Udc; si è astenuto
il Pd.
Per la Cgil si tratta di “una legge che nasce senza un
quadro certo e condiviso di riferimenti quantitativi, che faccia
comprendere quali saranno i costi effettivi dell’operazione e chi dovrà
pagarli”. Lo dichiara Vera Lamonica, segretaria confederale del
sindacato. “Abbiamo apprezzato – spiega la sindacalista in una nota - i
notevoli passi avanti fatti nell’iter parlamentare rispetto
all’impostazione iniziale che era inaccettabile perché avrebbe
determinato la rottura dell’unità nazionale, in particolare su: i
livelli essenziali di assistenza che verranno approvati direttamente dal
Parlamento e non attraverso delega; la perequazione a carico della
fiscalità generale ed a competenza esclusiva dello Stato; il
mantenimento dell’IRPEF come tributo erariale e l’utilizzo di un mix di
tributi e compartecipazioni, tra cui prioritaria l’IVA, per il
finanziamento delle funzioni fondamentali”. Tuttavia per la Cgil restano
“sostanziali ambiguità”, come nel caso dei contratti collettivi dei
settori pubblici interessati, e “molti principi indeterminati anche
perché privi di quantificazione finanziaria”. Prosegue la nota: “Abbiamo
condiviso in linea di principio anche il passaggio dalla spesa storica
al costo standard, per la giusta sollecitazione all’efficienza e
responsabilità degli amministratori, ma torniamo a sottolineare che, con
i tagli decisi nelle manovre economiche del governo, si è determinata
una situazione che rischia di mettere in discussione l’effettivo livello
di prestazioni e servizi che potranno essere garantiti nella sanità,
nell’assistenza e nell’istruzione. Problema questo che riguarda anche le
regioni “virtuose” e che tanto più riguarderà quelle che dovrebbero
mettersi al passo”.
SCHEDA / I contenuti principali del testo approvato dalla Camera
PASSAGGIO DA SPESA STORICA A COSTO STANDARD. È il punto cardine
dell’intera riforma. Per ogni servizio erogato dagli enti territoriali
s’individuerà un costo standard, cui tutti dovranno uniformarsi durante
un periodo transitorio di cinque anni.
ABOLITO IL PRINCIPIO DI TERRITORIALITA’: Con un emendamento del Pd viene
eliminato il ‘principio di territorialità’ come base per attribuire alle
Regioni il gettito dei tributi regionali istituiti con legge dello Stato
e delle compartecipazioni ai tributi erariali. Il nuovo principio di
riferimento diventa l’articolo 119 della Costituzione, secondo cui
Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni dispongono di
compartecipazioni al gettito di tributi erariali “riferibile al loro
territorio”.
AUTONOMIA IMPOSITIVA. Per finanziare l’erogazione dei servizi, le
autonomie locali potranno contare sul fondo perequativo, sulla
compartecipazione a tributi erariali e su tributi propri, superando il
meccanismo dei trasferimenti.
VIA LA RISERVA D’ALIQUOTA IRPEF. Due emendamenti del Pd aboliscono la
riserva d’aliquota Irpef per le Regioni e la sostituiscono, come fonte
di finanziamento per le funzioni essenziali, con compartecipazioni ai
tributi erariali e, “in via prioritaria”, al gettito dell’Iva.
COMMISSIONE BICAMERALE SUI DECRETI ATTUATIVI. La commissione è composta
di 15 senatori e 15 deputati. Le opposizioni non sono riuscite a rendere
vincolanti i pareri della bicamerale sui decreti legislativi, ma grazie
ad un emendamento dei democratici avrà poteri di indirizzo oltre che di
controllo, visto che “formula osservazioni e fornisce al Governo
elementi di valutazione utili alla predisposizione dei decreti
legislativi”.
LIMITE ALLA PRESSIONE FISCALE. L’obiettivo è quello di arrivare a una
complessiva diminuzione della pressione fiscale. La norma prevede,
quindi, che, attraverso i decreti attuativi, “sia garantita la
determinazione periodica del limite massimo della pressione fiscale,
nonché del suo riparto tra i vari livelli di governo”.
REGIONI A STATUTO SPECIALE. Le autonomie speciali devono concorrere a un
“patto di stabilità interno”. Inoltre saranno istituiti tavoli di
confronto tra il governo e ciascuna Regione a statuto speciale per
individuare “linee guida, indirizzi e strumenti per assicurare il
concorso” delle autonomie speciali agli obiettivi di perequazione e di
solidarietà”.
UNITA’ DELLA NAZIONE. Un emendamento del Pd all’articolo 1, approvato
alla Camera, garantisce i principi di completamento dell’unità della
nazione, con attenzione alle aree in ritardo e ai principi di
solidarietà e coesione sociale.
PREMI E SANZIONI. Previste sanzioni, fino al commissariamento, per gli
enti che non rispetteranno i vincoli di bilancio. Inserito un ‘sistema
premiante’ per chi, a fronte di un alto livello dei servizi, sia in
grado di garantire una pressione fiscale inferiore alla media.
ROMA CAPITALE. Si fissano le funzioni amministrative che spettano al
Comune di Roma, oltre a quelle attualmente di sua competenza. Si va dal
‘concorso’ alla valorizzazione dei beni storici,
artistici, ambientali e fluviali, fino all’edilizia pubblica e privata e
alla protezione civile.
FUNZIONI DI COMUNI, PROVINCE, E NOVE CITTÀ METROPOLITANE. Nel ddl
s’iniziano a definire le funzioni di Comuni, Province e Città
metropolitane, in attesa della Carta delle Autonomie. In particolare,
per le Città metropolitane ci sono norme transitorie che riguardano
Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio
Calabria.
RISORSE PER IL SUD. Un emendamento del Pd approvato a Montecitorio salva
circa 1 miliardo e mezzo di euro per le Regioni a statuto ordinario del
Mezzogiorno. Queste risorse verranno escluse dai futuri fondi
perequativi, rispetto ai quali saranno aggiuntive.
ISTRUZIONE. Un ‘fronte meridionalista’ bipartisan è riuscito a sventare
un blitz nelle commissioni di Montecitorio che aveva trasferito alle
Regioni l’intero comparto. Si ritorna invece al testo originario, che
lascia al territorio soltanto i servizi e il diritto allo studio.