Caro Nicola,
caro Cesare,
questa lettera arriva dopo una
(perfino troppo) lunga riflessione, che ha accompagnato nel
tempo il mio sforzo di contribuire al dibattito dell'area
programmatica "Lavoro Società", perlomeno nel Lazio. Come
sapete, ho partecipato e contribuito a creare e a sostenere la
sinistra sindacale nella CGIL fin dal "documento dei 39",
passando poi per "Essere sindacato", "Alternativa sindacale",
"Lavoro società", rappresentandola in tutte le strutture in
cui la CGIL ha via via deciso di impegnarmi (CGIL Scuola,
apparato confederale regionale, Filtea di Roma, Camera del
Lavoro di Roma Sud). Ho partecipato, condividendolo, pur se
con molte riserve sulle modalità di gestione, anche al
congresso unitario del 2005-2006. Ho contribuito a stimolare
una forte reazione dell'area "Lavoro società" alla disastrosa
perdita di autonomia della Confederazione registrata nei due
anni del governo Prodi. Ma negli ultimi tempi ho verificato
dissensi crescenti con l'orientamento di fondo dell'area, con
la sua perdita di identità e di funzione. (...)
La sinistra sindacale è stata per decenni in una
posizione di trincea e di frontiera, impegnata da un lato a
criticare e correggere, nei limiti del possibile, la linea
della confederazione e delle sue categorie e dall'altro a
contenere la dispersione di forze che si produceva con la
"scissione silenziosa" praticata negli anni da migliaia e
migliaia di compagne e di compagni che non si riconoscevano
più nell'azione della CGIL.
Questa posizione si è seriamente appannata negli ultimi tempi,
grazie alle pesanti divisioni interne e alla sempre più grave
scomposizione dell'area in gruppi e sottogruppi legati a
settori di apparato del tutto estranei al nostro percorso.
Ma ad approfondire e a rendere incolmabile il
mio dissenso è stata la posizione che "Lavoro Società" sta
assumendo nella prospettiva del prossimo congresso. Attribuire
alla linea attuale della Confederazione anche solo un voto di
sufficienza significa non capire quanto essa sia inadeguata
rispetto alle necessità odierne del mondo del lavoro.
Significa non capire che la linea attuale, per quanto
formalmente netta nel rifiuto dell'accordo del 22 gennaio, non
affronta nessuno dei nodi alla base dell'apparente paradosso
italiano: il sindacato più forte d'Europa, i salari peggiori.
Affermare ad esempio, come fa il documento approvato dal CD
nazionale del 21 e 22 aprile, che la CGIL si atterrà alla
"inflazione realisticamente prevedibile" nel rinnovo dei
contratti significa dire che si continuerà, come fatto negli
ultimi 15 anni, a rivendicare a malapena il mantenimento degli
attuali miserabili livelli di potere d'acquisto, con il
risultato di assistere impotenti e un po' conniventi al suo
arretramento.
Affermare la propria volontà di attenersi alla "piattaforma
unitaria di maggio" significa alimentare illusioni nella
riconquista di una pratica unitaria possibile solo attraverso
la andata a Canossa della nostra confederazione.
Come combinare l'opposizione alla derogabilità dei contratti e
l'accettazione di accordi come quello dei chimici?
Le lavoratrici e i lavoratori non hanno bisogno di accordi
contrattuali che siano privi del riferimento formale
all'accordo del 22 gennaio e a quelli del 15 aprile; hanno
bisogno di piattaforme contrattuali che vadano in direzione
esattamente opposta non solo a quegli accordi ma anche alla
piattaforma di maggio, che rivendichino dunque aumenti
consistenti e ben oltre qualunque indice di inflazione.
Questo per limitarsi anche solo alla questione salariale
(peraltro emblematica di tutta la politica contrattuale);
riflessioni analoghe andrebbero fatte su tutto il resto della
politica sindacale.
Anche qui a solo titolo di esempio: come combinare la
rivendicazione dello sviluppo delle tutele dei precari e delle
precarie e il rifiuto di ogni seppur minima autocritica sul
"protocollo" welfare del 23 luglio 2007?
E sulle pensioni, non è forse indispensabile una svolta netta
della politica sindacale degli ultimi decenni?
Perciò, l'allineamento dell'area "Lavoro società" sulle
posizioni di Epifani si colloca in continuità con
l'offuscamento della sua identità, della sua funzione e,
dunque, della sua ragione di essere già registrato nel corso
degli ultimi anni. Le posizioni critiche espresse in numerosi
direttivi, sia sul protocollo welfare, sia sulla piattaforma
unitaria sul "modello contrattuale", che avevano fatto sperare
in una ripresa di vigore del ruolo di "Lavoro società" e,
addirittura, in un suo ruolo protagonista nella costruzione di
una nuova unità tra le varie sinistre sindacali, grazie a
quell'allineamento, si vanificano in un attimo e prefigurano
non solo un posizionamento di "Lavoro Società" acritico nei
confronti degli orientamenti dominanti nella CGIL e in
numerose sue categorie, ma rompono la residua unità di azione
delle diverse sinistre, programmatiche e/o categoriali che si
era realizzata nei direttivi degli ultimi mesi.
E va detto che la linea attuale è perfino più arretrata di
quella seppur ambigua con cui Cofferati diresse la
Confederazione nei primi anni 2000. Allora la presa di
distanze dalla Cisl e dalla Uil era più netta e la ricerca di
un rapporto con i movimenti giovanili più decisa. Che dire
della acquiescenza e del consenso con cui Epifani, ad esempio,
ha accolto l'idea di Berlusconi di trasformare i terremotati
abruzzesi in scudi umani contro le legittime e sacrosante
proteste contro il G8? Che dire dell'appoggio di "Lavoro
società" all'accordo "ammazza cortei" sottoscritto i primi di
marzo dalla CGIL di Roma e del Lazio e dalla CGIL nazionale
assieme al sindaco Alemanno e al Prefetto, accordo già
concretizzatosi nella repressione del corteo dell' "Onda" che
voleva confluire nella manifestazione della FLC CGIL del 18
marzo. Accordo da cui hanno preso le distanze tutti i
movimenti giovanili universitari (compresi quelli più vicini
alla CGIL), tutti i partiti della sinistra, numerosi quadri e
delegati e perfino alcuni parlamentari del PD, definendolo
giustamente "incostituzionale" e privo di "qualunque valore
giuridico" e connivente con il controllo autoritario delle
resistenze sociali alla crisi economica.
Purtroppo, perciò, dopo aver registrato tutti questi fatti e
avendo constatato che l'area "Lavoro Società" non rappresenta
più, a mio avviso, un punto di riferimento per la sofferenza
del mondo del lavoro dipendente e per i fermenti critici pur
ampiamente presenti nei posti di lavoro e dentro il sindacato,
credo che quell'area non sia più adeguata a esprimere le mie
posizioni.
E' con rammarico, ma anche con la convinzione necessaria
all'ottimismo della volontà, che vi comunico la mia decisione
di uscire dall'area da voi coordinata ai livelli nazionale e
regionale e, contestualmente di aderire alla "Rete 28 aprile",
decisione che, ovviamente trasmetterò quanto prima alla CGIL
Roma Sud e alla CGIL di Roma e del Lazio.
Cari saluti.
Fabrizio Burattini
Segretario CGIL Roma Sud