Basta con il jihad, la Cgil dialoghi
di Tonia Mastrobuoni -
da "Il Riformista" - martedì, 28 aprile 2009

 

Colloquio. Raffaele Bonanni, capo della Cisl in un forum con “Il Riformista” - all'indomani del sì all'accordo del sindacato americano che entrerà nel capitale di Chrysler e della vittoria della lista dei dipendenti di Bpm - chiede un sindacalismo partecipativo.

 

Raffaele Bonanni è soddisfatto. L'esito positivo della vertenza tra i sindacati della Chrysler e la Fiat, ma soprattutto la vittoria ai vertici della Popolare di Milano del candidato appoggiato da Cgil, Cisl e Uil, Massimo Ponzellini, lo hanno rafforzato nella convinzione che l'«antichissima» battaglia del suo sindacato per una vocazione partecipativa e non conflittuale è «moderna e vincente». Certo, questo deve valere anche per le controparti: il governo e la Fiat dovranno mostrare la stessa disponibilità all'ascolto quando si affronterà lo spinoso capitolo degli stabilimenti a rischio in Italia. Ma intanto «la lotta di classe è sepolta» e la cronaca dimostra che ha ragione chi cerca «sempre e comunque» la via del dialogo. Il risultato, osserva il numero uno di via Po in questo forum con il Riformista, è che oggi la Cisl ha raggiunto la Cgil e vanta gli stessi iscritti, se si contano i lavoratori attivi. Un segno della volontà sempre più diffusa del confronto, tra i lavoratori, al posto della contrapposizione, sostiene Bonanni. Tutto il resto, in particolare lo «jihadismo» della Fiom e la scarsa disponibilità al dialogo della Cgil, sono strategie «senza sbocchi», novecentesche e obsolete. Che rischiano di spaccare per sempre non solo i lavoratori, ma anche il Partito democratico. E, dopo le divisioni sulla riforma del modello contrattuale e le mobilitazioni solitarie della Cgil, se in migliaia di aziende si continua a gestire la crisi unitariamente, se unitariamente si è vinta la battaglia su Ponzellini e se i metalmeccanici e altre categorie stanno tentando, nonostante tutto, di elaborare unitariamente una piattaforma, è «esclusivamente» merito della Cisl.

Bonanni, dopo quelli canadesi, anche i sindacati statunitensi Uaw hanno raggiunto un accordo definito “doloroso” ma che, dicono, “consente di sfruttare la seconda chance per la sopravvivenza di Chrysler” con la Fiat. Che ne pensa?
Quello che è avvenuto negli Stati Uniti è quello che naturalmente accade quando un’azienda è in crisi e i sindacati pensano al bene dei lavoratori. Noi non siamo tra coloro che ritengono, come diceva Totò, che bisogna fare politica “a prescindere”. L'aspetto della vicenda che mi preme di sottolineare è che questa azienda ha detto che è disposta a consegnare una fetta abbastanza importante della sua quota azionaria ai lavoratori. Altro che in Italia, dove, come si sa, ci sono stati fior fior di manager che hanno controllato grandi aziende con percentuali dello zero virgola, provocandone oltretutto lo sfascio, e dove i piccoli azionisti non contano mai niente. La disponibilità della Uaw a convertire crediti sanitari in azioni riguarda una quota considerevole, il 20 per cento. Io lo ritengo un episodio importante, è un progetto riformista. Un nostro vecchio pallino che rilanceremo con forza il 20 maggio al congresso della Cisl.

Siete disponibili anche ad assumervene i rischi, ad accettare i tagli dello stipendio come hanno fatto gli operai canadesi di Chrysler o altri sacrifici, come avviene in momenti di crisi in paesi come la Germania?
Sono decenni che predichiamo il sistema tedesco. Sin da quando Enrico Mattei propose di fare questa cosa, di introdurre il sistema tedesco in Eni e si trovò l’opposizione della Confindustria di Costa ma anche dei comunisti. La Confindustria perché non voleva che nel capitalismo familiare che si stava costruendo potesse entrare uno “zoticone” di sindacalista per dirgli cosa dovevano fare. Il Partito comunista perché non voleva che un operaio potesse essere responsabilizzato dall’azienda: a quel punto saltavano i presupposti per la lotta di classe. Questi condizionamenti culturali influenzano ancora sia la Confindustria - tuttora fredda su quest’ipotesi – sia la sinistra che non sembra disposta a discutere di questo. Una discussione si deve fare, a mio avviso, ma con tutti. Sarebbe interessante capire la Cgil che cosa pensa di fare, soprattutto in questa fase. Ho visto un’intervista di Epifani, ha detto e non ha detto. Si preoccupa solo del Sol dell’Avvenire, soprattutto il suo, oppure che cosa?

Quindi lei sottoscriverebbe anche qui eventuali decurtazioni in busta paga, o altri sacrifici, se le aziende ve lo chiedessero.
Ripeto, dobbiamo imparare a ragionare in un'altra maniera, metterci sempre attorno ad un tavolo con la volontà di ascoltare e non con la preclusione ideologica o la volontà di applicare il modello conflittuale a prescindere, come fa la Fiom. È vero, i lavoratori Chrysler rinunciano a una quota di stipendio o altro, ma hanno l'opportunità di partecipare alla vita dell'azienda. La democrazia economica è importante. Dobbiamo imitare la Germania: lì nei periodi di crisi le aziende rielaborano, assieme ai sindacati, i propri piani. Un sindacalismo maturo non può che fare così. Lì, per evitare la delocalizzazione verso la Polonia dove un' ora di lavoro costa 8 euro o altri paesi dell'est, la Dgb, il sindacato che somiglia di più alla Cisl, si sta muovendo in silenzio per trovare soluzioni per fortificare le produzioni e scongiurare le “fughe all'estero”. Questo vuol dire anche che partecipa alla discussione sulle strategie aziendali. Io spero che l'esempio Chrysler influenzi anche il dibattito italiano.

In Italia, in due stabilimenti del Sud, Termini Imerese e Pomigliano, la tensione è altissima da mesi perché non si sa che fine faranno. E l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, all'ultima assemblea ha detto a chiare lettere che non può mantenere tutti gli stabilimenti aperti. Qual è la soluzione, in questo caso?
Bisogna rivoluzionare le produzioni, puntare sulle auto ibride, ecologiche, a idrogeno. Ho detto giorni fa a Torino che le produzioni italiane si salvano se si indirizzano verso veicoli di nicchia ed ecologica. Dobbiamo fare di tutto per costruire automobili con questa specializzazione. A quel punto vale la pena, per noi, anche fare una nuova richiesta al governo per risorse in più. Già per quelle precedentemte stanziati avevamo chiesto che venissero indirizzate lì e che non servissero per andarsene a produrre in altri stabilimenti.

E se discutendo, discutendo non si arriva a nulla e Fiat decide comunque di chiudere Pomigliano e Termini Imerese?
Il paese non può stare senza l'automobile, in particolare il Mezzogiorno. Senza la Fiat, il Mezzogiorno va a gambe all'aria, non se lo può permettere nessuno. Soprattutto adesso.

È soddisfatto della nomina di Massimo Ponzellini alla presidenza della Banca popolare di Milano? Lì pare che, assieme a Cgil e Uil, abbiate incassato una vittoria, oltretutto unitaria.
Lì abbiamo difeso una postazione: lì i lavoratori si scelgono chi amministrano. Quella banca è amministrata da sempre dal voto dei lavoratori: non mi pare che abbia debiti o rapporto negativo con piccoli imprenditori. Perciò, è un caso che dovrebbe fare scuola. Quando passò il sistema duale, noi insistemmo molto per stare nei consigli di vigilanza, per farci stare rappresentanti delle piccole imprese che sono paria come noi in queste vicende o gli stakeholder o gli enti locali. Invece gli amministratori delle grandi banche continuano a decidere tutto da soli, se la cantano e se la suonano.

Perché Ponzellini?
Abbiamo contrastato l'ex presidente, Roberto Mazzotta, perché si è messo contro i lavoratori, ha negato l’utilità della nostra presenza nell’azionariato e si è messo in uno schieramento diverso. Ponzellini si è detto disponibile invece a fare una discussione nuova, con noi e gli abbiamo dato fiducia. Alcuni dicevano che ce la saremmo battuta all’ultimo voto, invece il risultato è stato due terzi contro un terzo. Sono rimasto molto contento, abbiamo scelto non un uomo qualsiasi, ma un uomo di esperienza. È un esperimento importante e continueremo a fare questa battaglia per una maggiore partecipazione dei sindacati alla vita delle banche e delle aziende. Dobbiamo distruggere l’attuale tendenza alla verticalizzazione, dobbiamo riformare il sistema. È la nostra ossessione da sempre. È una battaglia culturale e politica che vorremmo fare assieme alla Cgil, perciò vorrei capire se Epifani è d’accordo.

Evidentemente sì, se ha già condotto questa battaglia con voi.
No, Epifani non si è mai espresso con chiarezza su questa battaglia che io conduco con forza da anni. Mi fa pensare che una parte della politica e del sociale ritenga ancora che queste partite vadano gestite in maniera novecentesca: non hanno ancora fatto i conti con il 21esimo secolo. Sono rimaste ancorate, forse, allo scontro tra classi. Che invece è morto e sepolto: oggi non posso più pensare di avere come unica controparte Confindustria: c’è la Cina che fa dumping, c’è la politica, sono queste le controparti. Il cortocircuito avviene quando si portano avanti i conflitti senza uno sbocco. La vicenda della Fiom è tutta così: loro stanno abbarbicati sulle loro posizioni e logiche ribellistiche e non si capisce dove vanno a parare.

Se si guarda ai fatti delle ultime settimane, lo scontro tra lei ed Epifani sembra una vicenda sempre più astratta. In migliaia di aziende in crisi a causa della recessione, vi muovete come un sol uomo, con Cgil e Uil. Del fronte unito Cgil-Cisl-Uil a favore del candidato Ponzellini nella Banca popolare di Milano abbiamo già detto. Infine, c'è anche il tentativo in corso, tra i vostri tre sindacati metalmeccanici, di elaborare una piattaforma unitaria per il rinnovo, nonostante la vostra divisione sul modello contrattuale.
L’unità si sta facendo grazie alla Cisl. Se dobbiamo stare appresso alla Fiom, loro continuano a fare ovunque la "jihad". E la Cgil continua ad alimentare la guerra con falsi referendum ed inutili mobilitazioni. Se avessimo dovuto rispondere a tutte le provocazioni dei colleghi della Cgil sarebbe stato molto difficile fare gli accordi nelle aziende, invece li stiamo facendo. La Cisl è solida, non è come la Cgil che sembra ormai la Bosnia....visti i problemi interni che ha. Il sindacato non deve solo salvaguardare il posto di lavoro, deve anche contribuire a creare un clima positivo. Questi accordi sono molto più merito nostro. Chi continua a scatenare la "jihad" è la Fiom, non noi. In questo, Epifani ha una responsabilità: Cremaschi sembra il suo ventriloquo. E con questa guerra contro tutti Epifani rischia di spaccare non solo i lavoratori, ma il Partito democratico.

Intanto il leader del Pd, Enrico Franceschini, è andato alla manifestazione del 4 luglio.
Lo sento spesso, abbiamo le stesse radici politiche, l’ho sentito anche la mattina della manifestazione. Il fatto è che quella manifestazione ha portato più voti a Berlusconi che contro. Ma ognuno sa quello che guadagna e quello che perde quando partecipa a quel tipo di iniziative.

Il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, vi accusa di essere un sindacato “complice”, invece che “partecipativo”.
Ecco, le sembra responsabile che si usino argomenti di questo tipo nell’Italia che ha vissuto drammaticamente un certo decennio? Noi, comunque, continueremo a lavorare per l’unità, ma non rinunceremo mai alla nostra responsabilità. Anche perché abbiamo gli stessi iscritti.

Di chi?
Noi della Cisl abbiamo ormai gli stessi iscritti della Cgil, tra i lavoratori attivi. Proprio perché dialoghiamo e i lavoratori apprezzano. Tra l'altro Epifani, dopo le mobilitazioni, la piazza del 4 aprile, lo sciopero eccetera, al direttivo della scorsa settimana ha fatto un mezzo passo indietro. Ha detto: adesso gestiamocela categoria per categoria, ha spostato la mira. Non c’è molta coerenza. O la riforma dei contratti è sbagliata o è giusta.

Ma può finire in un modo o nell’altro: gli alimentaristi stanno convergendo su un contratto che accoglie molti dettagli del nuovo modello. Ma tra i metalmeccanici si vocifera che si potrebbe sospendere tutto fino a dopo la crisi, fare una sorta di moratoria e rinnovare solo la parte economica dei contratti.
Vedremo. Se i metalmeccanici fanno la moratoria, io questa libertà gliela lascio. Ma se la Fiom la volesse, vi chiedereste il perché?

Perché significa far slittare l'applicazione della riforma in una delle categorie più importanti.
Quindi che posizione è? Io la definirei difensiva: senza prospettiva. Dimostra che sono loro che hanno capito, dopo tanto, ostentato antagonismo, che dobbiamo venirci incontro. La Fiom, in sostanza, se vuole la moratoria, sta cambiando linea, sta cambiando strategia dopo le piazze e gli scioperi.