Dino Greco, Liberazione, 23 aprile 2009. Domande (cruciali) alla Cgil.

Giovedì 23 Aprile 2009

Nei giorni scorsi, secondo copione, Confindustria, Cisl, Uil, Ugl hanno chiuso il cerchio, con il governo a fare da  sensale. Esito pervicacemente voluto dai protagonisti dell’intesa separata. Che segna la chiusura (irreversibile?) di una fase, quella di una coabitazione sindacale ormai del tutto infragilita dalla presenza di linee oggettivamente divaricanti. La Cisl incarna ormai un modello sideralmente lontano dalla propria storica tradizione autonomistica. Persino la linea che fu di Savino Pezzotta (“contrattare sempre, in qualsiasi contesto, il meno peggio”) è  definitivamente tramontata. Il nuovo scenario è ormai inscritto in una logica consociativa, al cui centro campeggia, come protagonista assoluta, l’impresa, con le sue incontestabili esigenze di competitività. Confindustria chiede complicità al lavoro. Cisl e Uil la concedono senza un fremito. Fino a destrutturare il contratto nazionale, ridotto ad un’ asettica procedura contabile, strutturalmente impossibilitato a difendere il reddito dei lavoratori. E per giunta derogabile, in ogni azienda dove il padrone, dietro la minaccia dei licenziamenti, ne dovesse chiedere, “in tutto o in parte”, la cancellazione. Ma cosa ottiene, in cambio, un sindacato ridotto a terminale subalterno del sistema d’impresa? (...)


Per i lavoratori, assolutamente nulla, visto che della diffusione della contrattazione aziendale - spacciata come vera contropartita di tutta l’operazione - non vi è neppure l’ombra. Anzi, i pochi che potranno svolgerla dovranno sottostare a regole ferree, che fanno del salario una variabile aleatoria e revocabile della redditività d’impresa. Otterrà invece qualcosa il sindacato, trasmutato nella sua superfetazione burocratica, totalmente immerso in quel reticolo di commissioni bilaterali che, dal centro alla periferia, cogestiranno servizi, garantiranno la pace sociale, ammortizzeranno ogni conflitto. Un sindacato al quale i padroni devolveranno la gestione di quello che si chiama “sottogoverno”, vale a dire l’intermediazione del consenso dei lavoratori all’azienda, in cambio di qualche limitato favore, a beneficio dei propri associati, come compenso per la rigida obbedienza al comando d’impresa. Questo è - né più né meno - il modello alla cui corda si vorrebbe impiccare tutto il movimento sindacale italiano. E’ intuitivo quale via d’uscita dalla crisi esso prepari. Ora, che la Cgil si sia sottratta a questo scempio ed abbia dimostrato di mantenere una grande capacità di mobilitazione è certo un fatto positivo ed incoraggiante. Rivela che esistono, nel lavoro, riserve morali che possono contrastare una simile deriva e che i giochi non sono ancora fatti. Tuttavia, il gesto volontaristico, dettato dall’istinto di sopravvivenza, non è di per sé sufficiente. Serve una strategia, altrimenti il 4 aprile sarà stato un canto del cigno. Dico una strategia, e non soltanto una tattica, perché la piattaforma di cui quello che è ancora il più grande sindacato italiano si deve saper dotare è molto più che un esercizio di semplice manutenzione ordinaria.
Oggi, tutti i “nodi” elusi dal congresso di tre anni or sono si ripresentano. Ovviamente aggravati, perché il tempo non fa sconti. La Cgil sarà dunque costretta a ragionare in corsa, perché i prossimi appuntamenti contrattuali rischiano di vederla correre da sola. Sempre che al suo interno non prevalgano coloro che spingono per una ritirata a Canossa, rischio tutt’altro che scongiurato. L’ipotesi non è peregrina e potrebbe rapidamente materializzarsi se le singole categorie della Cgil dovessero rientrare nel gioco dalla porta di servizio, condividendo con i propri partners di Cisl e Uil piattaforme per i rinnovi contrattuali perfettamente compatibili con il modello che la Cgil ha invece respinto al tavolo centrale.
Sarebbe davvero la “balcanizzazione” del sindacato di Corso Italia. E, con essa, la fine della storica caratterizzazione della Cgil come sindacato generale, come confederazione di lavoratori, non già come federazione di categorie. Vogliamo invece immaginare che la deriva verso un sistema neo-corporativo non si compia. Proviamo, allora, a proporre alcuni temi, sino ad ora rimossi, che potrebbero dare il segno di una svolta. In primo luogo, la questione salariale. I redditi da lavoro sono arretrati ovunque, in Europa. Ma in nessun paese come in Italia, dove il sindacato si autoproclama in ottima salute. Come mai? Diciamo, da quando si è affermata (e ancor dura) la tesi secondo cui la moderazione salariale favorisce l’accumulazione, che favorisce gli investimenti, che favoriscono l’occupazione.
Questa fallace convinzione, compulsivamente perseguita nella contrattazione, ha progressivamente portato all’abolizione della scala mobile e alla sistematica soppressione di tutte le voci retributive indicizzate, ritenute responsabili della corsa dei prezzi. Ci si è così limitati ad inseguire, senza successo, l’inflazione, quella programmata, deliberatamente sottostimata rispetto a quella reale. In compenso, si è contribuito al consolidamento di una cultura imprenditoriale che ha fatto della riduzione del costo del lavoro il principale fattore di competitività. Identica parabola hanno subito i rapporti di lavoro.
La martellante campagna sulla flessibilità, contro il lacci e i laccioli che ingessano la prestazione lavorativa, la richiesta di scardinare le regole che ne contenevano l’utilizzo arbitrario, sono state introiettate dal sindacato come un dazio da pagare al post-fordismo, alla modernità. Si sono così aperte brecce, e poi voragini, nella contrattazione e nella legislazione, in continuo reciproco rimando derogatorio. E il mercato del lavoro si è trasformato in un vero e proprio emporio del precariato, prêt-à-porter. Per cent’anni, la riduzione dell’orario di lavoro ha scandito le tappe del progresso sociale dei lavoratori e del Paese. Poi, proprio quando la scienza incorporata nelle moderne tecnologie ne avrebbe consentito un’ulteriore contrazione, con formidabile beneficio per l’occupazione e per la qualità esistenziale, il trend si è mutato nel suo contrario. Il tema viene persino derubricato dalle richieste sindacali. L’orario di lavoro aumenta a dismisura insieme alla disoccupazione involontaria. “Se vuoi sopravvivere, lavora di più”, è diventato non solo lo slogan del padrone, ma la realtà interiorizzata da un’intera generazione. Il sistema di protezione sociale ha subito una profonda erosione: dagli ammortizzatori sociali (per estensione e per qualità), alle pensioni, decurtate attraverso un’impressionante sequenza di manomissioni, ad onta della buona salute dell’Inps e malgrado i livelli di rendimento siano in rapidissima decrescita, con buona pace dei lavoratori adibiti per decenni a mansioni “usuranti”, ai quali non si riconosce neppure il risarcimento di un anticipato diritto alla pensione. Mentre per i giovani di due generazioni, approdati all’occupazione nella stagione dei lavori “atipici” si apre la concreta prospettiva di non poter accedere, in vecchiaia, a nessun trattamento pensionistico. Ma la svolta che si rende necessaria coinvolge anche questioni non meramente contrattuali o di strategia redistributiva. Il sindacato è stato fortemente contaminato dall’ideologia mercatista, che ha ispirato un’ondata di privatizzazioni, anche dei servizi pubblici sociali, a cui si è opposta un’assai labile resistenza, con pesanti conseguenze tanto per i lavoratori quanto per i cittadini, vistisi trasformare da titolari di diritti in clienti di prestazioni a pagamento. Ancora. Si pensi al tema del patto di stabilità, vera e propria camicia di Nesso che ha congelato la spesa sociale dei governi (ricordate Padoa Schioppa?) non meno delle sinapsi del sindacato, incapace di contestare una politica di bilancio talmente restrittiva da inibire qualsiasi serio progetto di investimento, in particolare sul terreno della spesa sociale. Non soltanto ipotesi di “deficit spending”, ma persino più modeste proposte di congelamento del debito sono parse fughe nell’utopia, da scansare in favore del  tradizionale approccio monetaristico. Alla luce di quanto sta succedendo nel mondo, sarebbe il caso di allargare un poco gli orizzonti del possibile.
Infine, e certo non da ultima, la questione democratica. Chi e come decide, e su che cosa, è problema tuttora irrisolto nella Cgil. Per le altre organizzazioni sindacali il tema non sussiste: formalmente, decidono gli iscritti, in realtà è operativa una delega in bianco ai gruppi dirigenti centrali. Qualche flebile mormorio di dissenso è stato sempre  represso sul nascere. Solo nelle fasi di impetuosa spinta dal basso si è avuto un intreccio fecondo fra democrazia diretta e democrazia delegata. Rifluito il movimento, la prassi democratica si è atrofizzata. E con essa la partecipazione dei lavoratori, i quali hanno ben compreso che il loro potere di decisione su tutta l’attività negoziale è –per usare un eufemismo assai relativo. Stabilire, una volta per tutte, che la sovranità su piattaforme e accordi è - per la Cgil - condizione vincolante per ogni pratica sindacale, ad ogni livello, equivarrebbe ad un’autentica rivoluzione antiburocratica. A dire il vero, nei documenti congressuali questo impegno politico è già affermato.
Peccato che soltanto una categoria, la Fiom, ne abbia fatto un punto dirimente della propria identità. In conclusione, l’interrogativo che si pone è se la Cgil saprà trovare in se stessa (e nel rapporto con i lavoratori) le risorse per riattrezzare il proprio indebolito bagaglio strategico, o se galleggerà in una terra di nessuno, alternando strappi formali a cedimenti sostanziali.