«Quelle norme attuative sono inaccettabili. La Fiom non le applicherà». La
posizione di Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom Cgil, contro
l'accordo separato sono note. Il fatto che le ribadisca all'indomani della
firma definitiva tra Confindustria, Cisl e Uil, assume un rilievo
particolare. Sarà proprio sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici che
si consumerà il primo scontro duro tra le parti sociali. In ballo c'è il
rinnovo del biennio economico, che cadrà fuori dai "sei mesi" previsti dalle
norme transitorie.
Tra l'altro, la Fiom sottolinea che il punto di scontro sarà proprio sul
salario. L'argomento ha il pregio di non richiedere tropi giri di parole per
essere spiegato ai lavoratori. E su questo Cisl e Uil sono molto deboli.
Ad indicare che proprio sulle tute blu ci sarà il redde rationem è anche
Carlo Dell'Arringa, una delle maggiori personalità che Confindutria sfoggia
sulla delicata materia dei contratti. «Dipenderà dalle situazioni - dice -
ad esempio nel rinnovo degli addetti alimentari la piattaforma è unica e
dunque il modello potrebbe funzionare lo stesso. Bisognerà vedere in
contratti di categorie più grandi come i metalmeccanici. Lì - avverte -
bisogna aspettarsi anche piattaforme separate».
Unità sindacale a rischio, quindi. Anche se ad essere interessate saranno le
singole categorie e non la confederazione in quanto tale. Questa separazione
è molto pericolosa per la Cgil. E sarà il tema principale del prossimo
direttivo, in programma il 21 aprile. Da più parti arriva la richiesta di
stabilire un criterio che valga per tutti i singoli settori.
Il Pd, nonostante la partecipazione del portavoce Dario Franceschini alla
manifestazione del 4 parile al Circo Massimo, non arrivano segnali
incoraggianti.
Per Enrico Letta, la firma del nuovo accordo sui contratti rappresenta «la
fine di una fase teorica. Ora si entra nella fase dell'applicazione pratica
ai rinnovi». Letta confida nel fatto che «lo strappo nella teoria venga
recuperato nella pratica ritrovando un atteggiamento sindacale unitario».
L'esponente del Pd si dice «fiducioso» sulla possibilità che l'unità
sindacale si ritroverà con i singoli rinnovi contrattuali». «È possibile -
afferma - che nella fase applicativa ci sarà il sì anche della Cgil.
Possibile e - aggiunge - doveroso». «Secondo me - conclude - la distanza è
più sulla cornice che sui contenuti: nel merito l'intesa siglata ora non è
lontana dal protocollo sul welfare sottoscritto lo scorso anno da tutte le
sigle sindacali».
Un altro esponente del Pd, Pietro Ichino, rincara la dose. «Chi guarda in
modo non fazioso al contenuto letterale di questo accordo - dice - non ci
trova mutamenti sconvolgenti rispetto all'accordo del 1993: anzi, semmai,
colpisce una certa continuità nella struttura di fondo della contrattazione
collettiva. Quello che cambia -e , qui sì, in modo incisivo - è
l'intendimento di fondo che anima i firmatari: quello, cioè, di promuovere
un sistema di relazioni industriali più cooperativo e partecipativo rispetto
al passato. Un sistema che pone al centro l'intesa al livello del luogo di
lavoro, in particolare la scommessa comune tra imprenditore e lavoratori
sull'innovazione». Più o meno, rimane da chiosare, le stesse parole del
ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.
Più cauto il senatore del Pd Franco Marini. «Questa spaccatura, in un
momento di crisi economica ancora presente in Italia, è di per sè un fatto
negativo rispetto alla capacità di iniziativa che i sindacati potrebbero
avere, proprio in una fase in cui si riconosce il loro ruolo, quello del
settore pubblico, e la necessità di una visione più solidaristica della
società». Secondo Marini, «un adeguamento degli strumenti della
contrattazione è necessario» e l'accordo «risponde a un'esigenza vera. Ora
c'è bisogno di un grande momento di riflessione: credo che rispetto alle
difficoltà che avremo di fronte per l'occupazione, per i giovani che vedono
scadere il loro rapporto di lavoro e automaticamente spesso non viene
rinnovato, c'è bisogno di un grande sforzo di unità - avverte l'ex
presidente del Senato - che deve essere fatto da parte di tutti, dalla Cgil
alle altre confederazioni, nell'interesse dei lavoratori e del Paese».
Liberazione -
17/04/2009