Contratti, sì al patto che divide il lavoro
In un contesto di grande tensione tra la Cgil
e la Cisl - con il botta e risposta alla vigilia tra Epifani e Bonanni sui
rapimenti dei manager - ieri è andato in scena l'ultimo atto sul fronte dei
contratti: presso la Confindustria, intorno alle 19,50, è stato firmato il
testo definitivo che fissa il nuovo modello, quello che dovrebbe sostituire
il Patto del luglio '93. Ricalca le linee generali siglate il 22 gennaio
scorso, ed è ugualmente separato: sottoscritto dalle imprese, da Cisl, Uil e
Ugl, ma non dalla Cgil. Guglielmo Epifani, che ieri era comunque presente al
tavolo, ha consegnato alla presidente degli industriali, Emma Marcegaglia,
una lettera in cui la Cgil spiega e ribadisce le ragioni del no. La Cgil ha
fatto di tutto per affermare in questi mesi la propria contrarietà:
assemblee, manifestazioni - molto rilevante quella del Circo Massimo, il 4
aprile - e un referendum che ha visto partecipare oltre 3,6 milioni di
lavoratori, raccogliendo un «no» al nuovo modello che si è attestato oltre
il 96%. Ora, da oggi, viene il difficile per le imprese e i sindacati che
hanno scelto questa firma: gestire l'accordo, traducendolo in contratti (dai
collettivi agli aziendali) senza il maggiore sindacato italiano, con la Fiom
che ha già dichiarato che farà grande ostruzionismo.
Non a caso, Marcegaglia, subito dopo la firma ha detto di auspicare che «nei
contratti di categoria prevalga il senso di responsabilità: mi dispiace,
magari la Cgil potrebbe ripensarci, lo spero». Il conflitto, insomma, è
destinato a salire, e sarà accentuato dalla crisi. Ieri, ancora una volta,
il leader Cisl Raffaele Bonanni è tornato ad attaccare la Cgil, dopo che
aveva affermato che «non prendendo posizione contro i rapimenti dei manager,
Epifani liscia la tigre della rivoluzione e soffia sul fuoco»: «La Cgil sui
contratti si è autoisolata», ha detto. E a chi gli chiedeva un commento sui
rischi rappresentati dalla possibilità di deroga ai contratti nazionali
contenuta nel nuovo accordo, Bonanni ha risposto che «la Fiom dice un sacco
di inesattezze e fa insieme a gran parte della Cgil una campagna di
depistaggio». Ma come abbiamo spiegato sul manifesto di ieri, l'integrativo
siglato dalla Ggp di Treviso è una prova di come le deroghe permettano di
violare i diritti basilari del lavoro: l'azienda, insieme a Cisl e Uil, ha
siglato un accordo che viola il contratto nazionale dei meccanici e la legge
sui contratti a termine, permettendo la ripetizione a vita di contratti
precari e impedendo la stabilizzazione dopo 36 mesi.
Uscendo dalla Confindustria, Epifani ha detto che «l'accordo è un errore:
divide lavoratori e sindacati in un momento di crisi». Il nuovo modello
prevede un rinnovo triennale sia economico che normativo; ma il calcolo
degli aumenti viene fatto su una base ridotta rispetto a quella attuale, e
utilizzando un indice - l'Ipca - depurato dell'inflazione importata con i
costi energetici. Se Confindustria quantifica aumenti salariali nel
2009-2011 per 2.523 euro, la Cgil al contrario ha stimato una perdita di
potere di acquisto di 1.352 euro in 4 anni.
«Il lavoratore che paga i rincari di benzina e bollette - ha spiegato
Epifani - negli aumenti contrattuali si vede togliere gli incrementi
dell'energia, così paga due volte». L'Isae, cui si pensa di affidare la
previsione dell'inflazione, è un ente pubblico legato al Tesoro e perciò non
imparziale. Il nuovo modello, infine, «non allarga la contrattazione ma la
riduce»: si confermano i due livelli, ma riguardo al secondo, ci si limiterà
alla attuale prassi «senza quindi un concreto allargamento della
contrattazione». Nella lettera consegnata a Marcegaglia, la Cgil, oltre a
ripetere tutte queste obiezioni, segnala anche «il rischio che le deroghe
alimentino il dumping sociale e la competizione sleale tra le imprese».
|