Pierre Carniti, storico esponente Cisl

«Assurdo dividersi sulle regole. Perdono i diritti»

16/04/2009

Sara Farolfi

 

Chiedere a Pierre Carniti, mitico dirigente della Fim Cisl e oggi «sindacalista in riserva», un commento sull'accordo separato sulle regole della contrattazione, significa soprattutto fare i conti con le sfide della stagione che, tra i venti della crisi, si apre. Le critiche, nel merito dell'accordo e prima ancora nel metodo, sono a trecentossantagradi. E anche l'ipotesi di riuscire a ottenere, un domani, accordi separati più vantaggiosi, è ben poco consolatoria: «Fino a quando non si metterà in campo con forza l'interesse del mondo del lavoro, non si potrà che ottenere qualche risultato qua e là, senza spostare minimamente i termini complessivi della questione».
Partiamo dall'accordo. Cosa ne pensa?
Tanto per cominciare, vedo un vulnus metodologico. Trattandosi di un accordo procedurale, che ha a che fare con il come si contratta e come si rinnovano i contratti per tutto il mondo del lavoro dipendente, lascia a dir poco perplessi il fatto che sia stato sottoscritto a maggioranza. Lo ha scritto Giustiniano, nel Corpus iuris civilis: ciò che tutti riguarda da tutti deve essere approvato. Ci si può dividere sul merito delle questioni, ma le procedure non possono che essere condivise. Nel merito dei contenuti di quell'accordo poi, sono ancora più dubbioso.
Che cosa meno la convince?
Non è chiaro quale sia la questione a cui si vuole rispondere. Si poteva non essere d'accordo, nel 1993, con i termini di quell'accordo, ma allora la finalità era chiara: creare le condizioni di equilibrio economico affinchè l'Italia potesse entrare nell'euro.
Quale dovrebbe essere oggi l'obiettivo?
Il problema con cui l'Italia è alle prese, e che peserà anche nella ripresa da questa crisi, è che negli ultimi quindici anni si è sensibilmente ridotta la quota di reddito destinata ai salari, mentre è aumentata, altrettanto sensibilmente, quella destinata a profitti e rendite. Ora, poichè la ripresa del ciclo economico è legata anche alla ripresa di una domanda che sostenga la produzione, il problema della distribuzione del reddito diventa centrale. Forse non è un caso che i paesi che hanno più equità nella distribuzione della ricchezza, che sono quelli nordici, sono anche tra i primi nel mondo per crescita pro capite. Noi invece, siamo al terzo posto nella classifica mondiale, per disuguaglianze. E' un problema? Io credo di sì, è un problema sociale politico e economico. L'accordo di ieri non solo non risponde affatto a questi problemi, ma introduce cose, per così dire, eccentriche.
Quali sono?
L'impegno del governo a detassare la contrattazione di secondo livello, che nell'accordo viene formalizzato, potrebbe portare alla situazione per cui tra due lavoratori - a parità di reddito, ma con il primo che può contare solo sul contratto nazionale e il secondo che invece ha anche la contrattazione integrativa - quest'ultimo ne risulti anche agevolato fiscalmente rispetto al primo. Oppure, per fare un altro esempio, si pensi alla possibilità di potere fare accordo integrativi in deroga a quelli nazionali, anche in pejus, cosa che in tempi di crisi ha tutta l'aria di una minaccia. Ma forse mi sbaglio, forse le imprese, tutte destinate alla santità, non se ne serviranno...
A pensare male invece il disegno sembra più che coerente nell'obiettivo di una sterilizzazione dell'azione sindacale...
Che un governo di destra e dichiaratamente filopadronale persegua una politica di destra non mi stupisce. Preoccupa invece che i lavoratori e le organizzazioni che li rappresentano non riescano a mettere in campo gli anticorpi necessari a contrastare questa deriva. Diceva Lama che nella dialettica sociale, non basta avere ragione, bisogna avere la forza di farla valere questa ragione. Ci si può dividere su tante cose, ma non si può offuscare il fatto che si è in grado di incidere sui processi solo nella misura in cui si è in grado di esprimere rapporti di forza. E se la questione è quella della distribuzione del reddito, nessuna organizzazione sindacale da sola è in grado di risolverla: senza l'unità sindacale, voglio dire, non si andrà molto lontano.
Per farla però, l'unità sindacale, bisogna volerla. Cisl e Uil sono invece più che soddisfatte dell'accordo siglato.
La verità, mi pare, è che nessuno la vuole l'unità sindacale: i lavoratori dipendenti sono 18 milioni di persone e il fatto di non riuscire a superare le beghe di condominio non fa essere molto ottimisti. Serve una spinta dal basso, dove meno contano le questioni di ceto e di ruolo, e c'è da sperare che, passata la nottata, di lì si possa ricostruire un coinvolgimento unitario. Neanche i padroni sono d'accordo tra di loro, eppure pesano unitariamente.
A livello di contrattazione, cosa succederà da domani?
E' difficile immaginare la dimensione sociale tra sei mesi o tra un anno. In tempi di crisi ciascuno si regolerà tenendo conto di qual'è lo stato dell'arte, un domani regnerà la dispersione. E anche qualora si riuscissero a ottenere accordi separati più vantaggiosi è bene sapere che questo non risolverà nulla. Perchè, o si mette in campo la forza e l'interesse del mondo del lavoro, oppure non si potrà che ottenere qualche risultato qua e là, senza spostare i termini complessivi della questione.