Pierre Carniti, storico
esponente Cisl
«Assurdo dividersi sulle regole. Perdono i diritti»
Chiedere a Pierre Carniti, mitico dirigente
della Fim Cisl e oggi «sindacalista in riserva», un commento sull'accordo
separato sulle regole della contrattazione, significa soprattutto fare i
conti con le sfide della stagione che, tra i venti della crisi, si apre. Le
critiche, nel merito dell'accordo e prima ancora nel metodo, sono a
trecentossantagradi. E anche l'ipotesi di riuscire a ottenere, un domani,
accordi separati più vantaggiosi, è ben poco consolatoria: «Fino a quando
non si metterà in campo con forza l'interesse del mondo del lavoro, non si
potrà che ottenere qualche risultato qua e là, senza spostare minimamente i
termini complessivi della questione».
Partiamo dall'accordo. Cosa ne pensa?
Tanto per cominciare, vedo un vulnus metodologico. Trattandosi di un accordo
procedurale, che ha a che fare con il come si contratta e come si rinnovano
i contratti per tutto il mondo del lavoro dipendente, lascia a dir poco
perplessi il fatto che sia stato sottoscritto a maggioranza. Lo ha scritto
Giustiniano, nel Corpus iuris civilis: ciò che tutti riguarda da tutti deve
essere approvato. Ci si può dividere sul merito delle questioni, ma le
procedure non possono che essere condivise. Nel merito dei contenuti di
quell'accordo poi, sono ancora più dubbioso.
Che cosa meno la convince?
Non è chiaro quale sia la questione a cui si vuole rispondere. Si poteva non
essere d'accordo, nel 1993, con i termini di quell'accordo, ma allora la
finalità era chiara: creare le condizioni di equilibrio economico affinchè
l'Italia potesse entrare nell'euro.
Quale dovrebbe essere oggi l'obiettivo?
Il problema con cui l'Italia è alle prese, e che peserà anche nella ripresa
da questa crisi, è che negli ultimi quindici anni si è sensibilmente ridotta
la quota di reddito destinata ai salari, mentre è aumentata, altrettanto
sensibilmente, quella destinata a profitti e rendite. Ora, poichè la ripresa
del ciclo economico è legata anche alla ripresa di una domanda che sostenga
la produzione, il problema della distribuzione del reddito diventa centrale.
Forse non è un caso che i paesi che hanno più equità nella distribuzione
della ricchezza, che sono quelli nordici, sono anche tra i primi nel mondo
per crescita pro capite. Noi invece, siamo al terzo posto nella classifica
mondiale, per disuguaglianze. E' un problema? Io credo di sì, è un problema
sociale politico e economico. L'accordo di ieri non solo non risponde
affatto a questi problemi, ma introduce cose, per così dire, eccentriche.
Quali sono?
L'impegno del governo a detassare la contrattazione di secondo livello, che
nell'accordo viene formalizzato, potrebbe portare alla situazione per cui
tra due lavoratori - a parità di reddito, ma con il primo che può contare
solo sul contratto nazionale e il secondo che invece ha anche la
contrattazione integrativa - quest'ultimo ne risulti anche agevolato
fiscalmente rispetto al primo. Oppure, per fare un altro esempio, si pensi
alla possibilità di potere fare accordo integrativi in deroga a quelli
nazionali, anche in pejus, cosa che in tempi di crisi ha tutta l'aria di una
minaccia. Ma forse mi sbaglio, forse le imprese, tutte destinate alla
santità, non se ne serviranno...
A pensare male invece il disegno sembra più che coerente nell'obiettivo di
una sterilizzazione dell'azione sindacale...
Che un governo di destra e dichiaratamente filopadronale persegua una
politica di destra non mi stupisce. Preoccupa invece che i lavoratori e le
organizzazioni che li rappresentano non riescano a mettere in campo gli
anticorpi necessari a contrastare questa deriva. Diceva Lama che nella
dialettica sociale, non basta avere ragione, bisogna avere la forza di farla
valere questa ragione. Ci si può dividere su tante cose, ma non si può
offuscare il fatto che si è in grado di incidere sui processi solo nella
misura in cui si è in grado di esprimere rapporti di forza. E se la
questione è quella della distribuzione del reddito, nessuna organizzazione
sindacale da sola è in grado di risolverla: senza l'unità sindacale, voglio
dire, non si andrà molto lontano.
Per farla però, l'unità sindacale, bisogna volerla. Cisl e Uil sono invece
più che soddisfatte dell'accordo siglato.
La verità, mi pare, è che nessuno la vuole l'unità sindacale: i lavoratori
dipendenti sono 18 milioni di persone e il fatto di non riuscire a superare
le beghe di condominio non fa essere molto ottimisti. Serve una spinta dal
basso, dove meno contano le questioni di ceto e di ruolo, e c'è da sperare
che, passata la nottata, di lì si possa ricostruire un coinvolgimento
unitario. Neanche i padroni sono d'accordo tra di loro, eppure pesano
unitariamente.
A livello di contrattazione, cosa succederà da domani?
E' difficile immaginare la dimensione sociale tra sei mesi o tra un anno. In
tempi di crisi ciascuno si regolerà tenendo conto di qual'è lo stato
dell'arte, un domani regnerà la dispersione. E anche qualora si riuscissero
a ottenere accordi separati più vantaggiosi è bene sapere che questo non
risolverà nulla. Perchè, o si mette in campo la forza e l'interesse del
mondo del lavoro, oppure non si potrà che ottenere qualche risultato qua e
là, senza spostare i termini complessivi della questione.
|