“Una delle questioni principali dell’Italia
deriva dal fatto che la quota di
reddito destinata al lavoro dipendente è in
flessione ormai da troppi anni. La presa d’atto
relativa avrebbe perciò dovuto spingere al
perseguimento di un riequilibrio delle politiche
redistributive. Esigenza ancora più urgente,
tenuto conto della situazione di recessione che
tende ad aggravare ulteriormente i termini del
problema”. Per rendere più esplicito il filo del
suo ragionamento in merito all’accordo separato
del 22 gennaio, Pierre Carniti, l’ex segretario
generale della Cisl, tra i padri storici
dell’esperienza sindacale unitaria, prende le
mosse dalla crisi economica in corso. “La
recessione – afferma in una conversazione con
Rassegna – rischia di avvitarsi,
producendo un periodo non breve di stagnazione
se, al rallentamento dell’economia reale, si
sommasse un’ulteriore caduta della domanda. Per
questo la cosa che sorprende di più è che,
malgrado fossero già ben presenti per buona
parte dello scorso anno e nei primi mesi di
questo 2009 seri elementi di preoccupazione, si
sia ritenuto preferibile occuparsi d’altro. E’
infatti proseguita e cresciuta l’attività
d’esplorazione alla ricerca di un nuovo modello
contrattuale”.
Carniti rileva che “dopo l’intesa del 22
gennaio, un certo rilievo è stato dato
alle ragioni della dissociazione della
confederazione di Epifani, in particolare a
quella secondo cui con il nuovo sistema i
lavoratori perderebbero oltre 300 euro all’anno.
Motivazioni non condivise dalla Cisl, che
sostiene al contrario che proprio grazie al
nuovo sistema i lavoratori guadagnerebbero 600
euro. Trattandosi di calcoli ipotetici,
potrebbero persino avere ragione entrambi. Ma
questo contenzioso non può offuscare i dubbi e
le considerazioni critiche sull’intesa”.
Entrando nel merito del protocollo di
gennaio Pierre Carniti osserva che
”innanzitutto, quello sulla riforma della
contrattazione, è essenzialmente un accordo
procedurale. E poiché esso si è concluso senza
l’adesione del sindacato più rappresentativo,
nessuno è in grado di prefigurare, con
ragionevole certezza, cosa potrà avvenire nel
concreto della sua applicazione. Il risultato
potrebbe essere addirittura opposto a quello
atteso dai contraenti, nel senso che, invece di
contribuire a razionalizzare e proceduralizzare
il conflitto, potrebbe renderlo ancora più
imprevedibile e ingovernabile”.
Nel colloquio con Rassegna,
Carniti sottolinea che ”con l’accordo
del 22 gennaio vengono confermati due livelli di
contrattazione. Con una piccola novità: la
durata dei contratti nazionali viene portata a
tre anni, sia per la parte normativa che per
quella salariale. In sostanza, come avveniva
fino a prima del ’93. A prima vista, potrebbe
sembrare un semplice ritorno al passato, con i
contratti nazionali che verranno rinnovati ogni
tre anni, invece che ogni quattro, a cui si
potrà aggiungere la contrattazione integrativa a
livello aziendale o territoriale. Le cose non
stanno però esattamente così”.
“In realtà - continua - con i nuovi
criteri vengono introdotti anche cambiamenti
importanti. Il primo stabilisce che a
livello territoriale o aziendale ci si possa
accordare anche su salari inferiori rispetto a
quelli stabiliti dal contratto nazionale.
Soprattutto in presenza di situazioni di crisi o
per favorire lo sviluppo economico e
occupazionale. È la prima volta che una simile
deroga viene introdotta in Italia, facendo
intravedere un duplice effetto: una riduzione
dei salari per gruppi più o meno estesi di
lavoratori e un ovvio aumento del numero dei
contratti aziendali, che ora vengono realizzati
solo in un’azienda su 10. La ragione di questo
probabile sviluppo è abbastanza semplice da
intuire. Finora lo scopo della contrattazione
decentrata è sempre stato quello di migliorare
le condizioni di lavoro o retributive rispetto a
quanto stabilito dal contratto nazionale. Non a
caso, la contrattazione di secondo livello è
sempre stata definita contrattazione
integrativa. È proprio per questo che le aziende
sono sempre state poco inclini ad aggiungere
contratti aziendali a quelli nazionali. Ma se
ora gli accordi potranno essere fatti non solo
in ‘meglio’, ma anche in ‘peggio’, non è
difficile immaginare che non sarà più il solo
sindacato a ricercarli. Sembra già di sentire
l’ammonimento: ‘Meglio perdere un po’ di salario
che il posto di lavoro’”.
Rispetto alle critiche della Cgil circa la
copertura dei salari rispetto all’inflazione,
Carniti afferma: “Perplessità
comprensibili. Dal calcolo dell’inflazione sono
infatti stati esclusi i prodotti energetici e
comunque la copertura dall’inflazione
‘riguarderà solo un valore retributivo
individuato dalle specifiche intese’. Criterio
che francamente lascia, appunto, perplessi. Il
motivo è semplice. Se il prezzo del petrolio
diminuisce, l’indice del costo della vita
diventa più dinamico. Ma quando aumenta, com’è
successo fino a oltre la prima metà del 2008,
l’indice rimane nettamente al di sotto
dell’andamento reale dei prezzi. Di conseguenza,
il potere d’acquisto dei salari si affievolisce
ulteriormente. Non ci si può quindi non porre la
domanda: perché mai quando aumenta il prezzo
delle fonti energetiche i costi
dell’aggiustamento devono essere scaricati
esclusivamente sui lavoratori dipendenti? Per
non parlare delle novità riguardanti il
riferimento per l’indicizzazione dei salari. Al
riguardo è stato deciso di abbandonare il tasso
d’inflazione programmato. La ragione per questo
abbandono può anche essere condivisa. Ormai da
anni la politica monetaria non si fa più in
Banca d’Italia a via Nazionale, ma alla Bce a
Francoforte. C’è quindi da supporre che, proprio
per questo, al tasso d’inflazione programmato
sia stato preferito un altro indicatore”.
L’ex segretario generale della Cisl,
d’altra parte, sottolinea che “il nuovo
indicatore, almeno per ora, risulta un oggetto
abbastanza misterioso. Mentre il tasso
d’inflazione programmato era un obbiettivo
definito dalle parti in relazione a
comportamenti e misure che esse s’impegnavano ad
adottare e che, almeno sulla carta, lo rendeva
credibile, il nuovo indicatore, definito tasso
d’inflazione previsionale, sarà individuato da
un soggetto terzo. Ora chi ha una mentalità meno
strumentale e ideologica di quella del ministro
Tremonti in ordine al lavoro di ricerca
econometrico, può tranquillamente accettare che
dal tasso d’inflazione programmato si passi a
quello previsionale e che il soggetto terzo che
lo deve individuare possa anche essere scelto in
un albo di astrologi. Il punto essenziale è un
altro. Riguarda cosa avverrà in caso di
scostamento dell’inflazione reale rispetto a
quella prevista dall’astrologo. Le indicazioni
sul punto, formulate nell’accordo, non risultano
particolarmente rassicuranti. Il testo
stabilisce che, confrontando i due indici,
sempre al netto dei prodotti energetici
importati, in presenza di una significatività
degli eventuali scostamenti registrati, verrà
effettuata una verifica tra le parti. Nessun
chiarimento emerge tuttavia su cosa s’intenda
per significatività. A quali grandezze
corrisponde? Il dubbio non lascia tranquilli”.