ROMA - Insultare
anche pesantemente in capo durante un alterco non è motivo
valido per il licenziamento. La Cassazione ha convalidato la
decisione con la quale la Corte d'appello di Napoli aveva detto
no al licenziamento di un ausiliario di una clinica privata, che
durante una discussione si era rivolto al suo superiore
dicendogli: "Chi cazzo credi di essere?".
La Suprema corte - con la sentenza 6569 - ha dato per buono il
verdetto della Corte napoletana, che ha giudicato una simile
espressione "irriguardosa ma non minacciosa" e da considerarsi
come "effetto di una reazione emotiva ed istintiva del
lavoratore ai rimproveri ricevuti" dal capo, escludendo che il
fatto possa costituire "vera e propria insubordinazione", tale
da meritare la "sanzione espulsiva".
Contro questa decisione, la casa di cura 'Alma mater' di Napoli
ha protestato in Cassazione, sostenendo che Saverio M. doveva
essere licenziato per il suo comportamento. Per due giorni
consecutivi il lavoratore, incaricato di portare con un carrello
le stoviglie per il vitto dei pazienti, ospitati in diversi
piani, aveva rotto tutti i piatti e i bicchieri, perché
pretendeva di portare il vasellame in un solo giro, e il terzo
giorno aveva fatto sbattere il carrello contro le bombole
d'ossigeno. L'amministratore delegato, Fabrizio C., lo aveva
rimproverato e Saverio gli aveva risposto per le rime.
In Cassazione, la clinica ha sostenuto che ciascuno di questi
tre episodi, compreso quello culminato con la frase incriminata,
poteva giustificare il licenziamento. Di parere contrario la
Suprema corte, che ha ritenuto che nessun episodio, considerato
a sé stante, poteva giustificare la perdita del posto. Tuttavia,
il caso sarà riesaminato dalla Corte d'appello, che dovrà
valutare se precedenti sanzioni disciplinari riportate da
Saverio possano aggravare la sua posizione e motivare la
sanzione espulsiva.
(19
marzo 2009) Repubblica