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L’accordo separato sulla riforma della
contrattazione collettiva nazionale
sottoscritto solamente da una parte del
Sindacato Confederale Cisl e Uil e
l’organizzazione di destra dell’UGL,
(...)
è la
diretta conseguenza dell’intreccio di
fattori contingenti (crisi economica), e
di aspetti politici concernenti la crisi
irreversibile della concertazione
sindacale praticata in modo sistematico
a partire dagli anni 90, da tutto il
sindacalismo confederale. L’accordo
summenzionato manda in soffitta il
precedente accordo del Luglio 93 che a
sua volta - aveva sostituito il sistema
della scala mobile che aveva avuto in
passato almeno il merito di garantito un
parziale recupero del potere d’acquisto
dei salari e pensioni, rispetto
all’aumento dell’inflazione.
Che la riforma della contrattazione
necessitasse di una sua revisione totale
ne erano convinti anche i lavoratori i
quali durante l’ultimo quindicennio,
hanno assistito grazie al sistema
contrattuale del luglio 93 (quello che
basava gli aumenti salariali
sull’inflazione programmata invece che
su quella reale), ad un depauperamento
consistente del potere d’acquisto di
salari e pensioni, e a un travaso della
ricchezza prodotta dal mondo del lavoro,
a favore della rendita finanziaria e dei
profitti.
L’accordo ora sottoscritto dai sindacati
gialli filo padronali, non è brutto
solamente perché è peggiorativo sul
piano salariale rispetto al precedente,
ma perché con l’ampliamento delle
competenze negli istituti paritetici
come gli enti bilaterali - di fatto CISL
e Uil, mirano a trasformare il sindacato
da strumento dei lavoratori per la
contrattazione di diritti e salari, ad
un ente ultra burocratico subalterno
alle decisioni governative e totalmente
funzionale alla cogestione con il
padronato italiano, del sistema
capitalismo decadente che vuole far
pagare la crisi economica prodotta dal
sistema stesso - ai lavoratori.
Siamo alla ratifica della fine del
sindacato conflittuale e di classe che
il capitalismo italiano chiede ormai da
anni. A questo proposito, la scelta
compiuta da CISL e UIL è chiara; da un
lato garantiscono la Confindustria e il
governo nell’ isolare la CGIL, ed in
cambio incassano la gestione di pezzi
importanti di stato sociale attraverso
la cogestione negli enti bilaterali con
le imprese. Siamo alla ricostituzione di
un sindacato stile americano degli anni
trenta dove i lavoratori dovevano
obbligatoriamente iscriversi al
sindacato che fungeva da vero e proprio
ufficio di collocamento e da calmiere
delle lotte, a tutto vantaggio del
padronato.
La non sottoscrizione da parte della
CGIL dell’accordo ha sortito l’effetto
di rivitalizzare ampi settori del mondo
del lavoro che malgrado siano colpiti da
ondate di cassa integrazione come nel
caso dei meccanici o dal decreto legge
Brunetta per i dipendenti pubblici, non
intendono abbassare la testa di fronte
all’arroganza della Confindustria e del
governo Berlusconi. E a tal proposito,
lo sciopero generale del 13 febbraio
scorso indetto congiuntamente dalla Fiom
e dalla Funzione Pubblica, ne è stata la
testimonianza oggettiva della volontà
chiaramente espressa dai lavoratori
attraverso il conflitto - di mandare
all’aria l’accordo separato e di
riavviare una stagione di lotte.
Dopo aver in concomitanza con CISL e
Uil, negli ultimi vent’anni svenduto con
la concertazione i diritti dei
lavoratori faticosamente conquistati con
il conflitto sociale nel decennio
sessanta/settanta del secolo scorso, la
CGIL essendosi fermata ad un passo dal
baratro non firmando giustamente
l’accordo, ora deve compiere una chiara
scelta di campo; o far valere fino in
fondo le ragioni del mondo del lavoro
riattivando il conflitto sociale con il
padronato e il governo – oppure, far
prevalere quelle spinte provenienti da
alcune categorie che vogliono ritessere
rapporti unitari con i sindacati gialli
per tornare a mediare con il governo
Berlusconi, sull’accordo sottoscritto da
CISL e UIL.
In questa fase storica di crisi
strutturale del sistema capitalistico,
appare evidente che il ruolo della CGIL
è centrale per la ripartenza del
conflitto di classe. In assenza di lotte
politico sindacali aut organizzate dal
basso dai lavoratori, è necessario che
il più grande sindacato italiano dopo la
non sottoscrizione dell’accordo
capestro, sia conseguente con tale
scelta di campo nel ridislocare i
lavoratori sul fronte del conflitto.
Tale processo deve avvenire, iniziando a
rompere definitivamente con gli apparati
burocratici di CISL e Uil uscendo dalla
gestione degli enti bilaterali.
I segnali provenienti dalle singole
categorie però non propendono per andare
in questa direzione. Infatti, alcune
categorie della CGIL - hanno presentato
probabilmente sulla base dei contenuti
dell’accordo appena sottoscritto,
piattaforme comuni con CISL e UIL, sui
rinnovi contrattuali nazionali. A questo
si deve aggiungere, la decisione assunta
da parte di Epifani di spostare alla
fine del congresso del PD, il congresso
della CGIL che avrebbe dovuto tenersi
alla fine dell’anno in corso.
La manifestazione del 4 Aprile prossimo
sarà una data spartiacque. Infatti, dal
giorno dopo sarà sicuramente più chiaro
ciò che la CGIL vorrà fare. La posta in
gioco è alta e la pressione di CISL e
UIL sulla parte del PD di chiaro stampo
democristiano affinché induca la CGIL ad
un ripensamento delle sue posizioni è
enorme. D’altronde, ciò che spaventa
veramente il padronato italiano è la
ripresa del conflitto sociale.
Non a caso su questo versante, il
governo sta per approvare l’ennesima
legge anti sciopero iniziando a limitare
il diritto di sciopero con una legge per
i trasporti per poi estenderla a tutto
il mondo del lavoro. Di fronte a questo
attacco mortale nei confronti della
libertà di sciopero, ciò dovrebbe
indurre Epifani e compagni a sciogliere
gli indugi e aprire una discussione
politico sindacale a tutto il
sindacalismo di base per mettere in
campo una piattaforma generale
rivendicativa finalizzata a porre un
argine ad un governo dei padroni sempre
più autoritario.
Al contempo, si deve rompere con
l’illusoria idea caldeggiata dal
riformismo italiano in tutti questi anni
che sia possibile gestire il capitalismo
dal volto umano. La storia ha ampiamente
dimostrato l’instabilità del sistema
capitalistico e di conseguenza
l’impraticabilità dell’opzione
riformista o socialdemocratica basata su
un efficiente stato sociale permanente
frutto di governi borghesi progressisti
e di organizzazioni sindacali legati a
stretta mandata con le strutture
politiche socialdemocratiche o comuniste
di stampo governista, come è avvenuto
nel nostro paese.
Le riforme di chiaro stampo riformistico
sono avvenute nel nostro paese non
perché siano state il frutto di
caritatevoli misure operate dai governi
borghesi, ma perché la classe
lavoratrice le ha imposte alla borghesia
attraverso le lotte sociali che hanno
spaventato le classi dominanti. E’ ora
di ripartire dal conflitto o di
capitolare sotto i colpi della
borghesia, alla CGIL l’ardua sentenza.
Direttivo Regionale Roma - Lazio della
Filcams - CGIL
Andrea Furlan.
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