Appello alle Rsu in difesa del diritto di sciopero

a cura di lavoratori e lavoratrici, delegati Rsu degli enti locali di Pisa

 

Il 27 febbraio il Governo ha compiuto un’altra delle sue imprese rivolte al mondo del lavoro subordinato: stavolta l’ha chiamata “regolamentazione del diritto di sciopero nel settore dei trasporti”.

Ma in realtà il disegno di legge (d.d.l.) con cui l’ha concretizzata è un primo passo verso la cancellazione di questo diritto, prima nei trasporti e poi in tutti gli altri settori, pubblici e privati.

Il ministro del lavoro Sacconi l’ha già detto: tra 2 anni la regolamentazione riguarderà tutti i lavoratori. Proprio come da mesi stanno chiedendogli la signora Marcegaglia e il ministro Brunetta.

 

Se questo d.d.l. verrà approvato dal Parlamento, il sindacato (o la coalizione di sindacati) che vorrà proclamare uno sciopero dovrà avere una rappresentatività superiore al 50% e, se non ce l’avrà, ma ne avrà una comunque superiore al 20%, potrà proclamarlo solo tramite un referendum tra i lavoratori, nel quale risulti favorevole almeno il 30% di loro.

Inoltre, ogni singolo lavoratore che vorrà aderire allo sciopero dovrà, preventivamente e obbligatoriamente, fornire il proprio nome e cognome.

Infine, chi sciopererà fuori da queste “regole” sarà colpito da una sanzione amministrativa (cioè, al di fuori di ogni intervento della magistratura. Come se si trattasse di un divieto di sosta!), fissata tra 500 e 5.000 euro. Stessa sanzione anche per chi bloccherà strade, porti, aeroporti, stazioni.

Insomma, il diritto di sciopero trasformato in delitto!

 

A meno che non ci si faccia incantare dallo “sciopero virtuale” (istituito dallo stesso d.d.l., ma demandato, pare, alla contrattazione collettiva), che consiste nel fatto che, invece di scioperare, i lavoratori dovrebbero, sì, dichiararsi in sciopero, ma lavorare lo stesso senza riscuotere!

Cisl, Uil e Ugl si sono dichiarate entusiaste di questo d.d.l., ignorando sia ciò che pensano i lavoratori, sia ciò che affermano gli studiosi di diritto del lavoro: 1) per la Costituzione, il singolo lavoratore, e solo lui, è titolare del diritto di sciopero. Quindi, non c’è nessun accordo sindacale né nessuna legge né nessun referendum che possano togliergli questa titolarità; 2) il diritto di sciopero, che è fondamentale nel sistema democratico voluto dalla Costituzione, non può essere regolamentato in modo da sopprimerlo e da fare, al tempo stesso, carta straccia della stessa Costituzione, come avverrebbe con questo d.d.l.

 

Ma Governo e Confindustria, con il sostegno di Cisl, Uil e Ugl, ci hanno ormai abituati da mesi alla cancellazione dei diritti e all’imposizione della miseria retributiva.

E’ successo:

1) col Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, che doveva entrare in vigore nel 2008 e che è stato rinviato al 2011;

2) coi contratti separati a perdere, imposti dall’alto e senza una contrattazione degna di questo nome;

3) con l’accordo interconfederale del 22 gennaio che rende un ferro vecchio il contratto nazionale (per altro già inadeguato al recupero del caro-vita), immiserisce il contratto integrativo, attacca pesantemente il diritto di sciopero e il ruolo contrattuale delle RSU e delle stesse federazioni di categoria.

Di questi giorni, inoltre, è l’annuncio per il pubblico impiego:

1) della cacciata dal lavoro di centinaia di migliaia di precari;

2) del  prolungamento dell’età lavorativa delle lavoratrici, portandone la pensione di vecchiaia da 60 a 65 anni.

 

Anche questi due ultimi punti avranno il sostegno di Cisl-Uil-Ugl?

In una situazione in cui si sente odore di bruciato, cioè di dittatura sui lavoratori, forse è il caso che smettiamo di subire e cominciamo a prendere l’iniziativa dal basso per affermare il nostro punto di vista.