Quanto ci costerà il bidone nucleare
(1 marzo 2009)
Con la vendita di quattro centrali nucleari all'Italia, il
piazzista Sarkozy ha avuto la meglio sull'imbonitore Berlusconi.
Tutte le falle della tecnologia
Molti in Francia e in Finlandia ne sono certi. Parigi ha fatto
l’affare del secolo. Il furbo presidente Nicolas Sarkozy è
riuscito a vendere a Silvio Berlusconi addirittura quattro
centrali nucleari EPR, cosiddette di terza generazione. Le ha
spacciate per tecnologia nuova e appetita. In realtà sono
impianti vecchi e costosi, che nessuno vuole.
L’annuncio del ritorno al nucleare dell’Italia con l’accordo tra
Sarkozy e Berlusconi per la costruzione di quattro centrali
entro il 2020 è stato accolto da molte critiche. Alcune sono,
per così dire, generali: di rifiuto della fonte nucleare in
quanto tale. Altre sono invece puntuali: riguardano proprio la
specifica tecnologia degli European pressurized water reactors,
gli impianti EPR che la Francia, finora, era riuscita a vendere
solo a se stessa e alla Finlandia, generando in entrambi i casi
molte perplessità e qualche malumore persino nei più convinti
sostenitori della fonte nucleare.
Non ci poteva essere critica peggiore, per le centrali EPR.
Perché sono state progettate e realizzate proprio con lo
specifico scopo di vincere le resistenze degli antinucleari più
scettici, promettendo altissima sicurezza ed efficienza e una
produzione inferiore di scorie. Nessuno mette in dubbio che le
centrali francesi siano tra le più sicure mai realizzate. Molti,
invece, sostengono che hanno molti problemi sia in termini di
efficienza che nella produzione di rifiuti. Vendiamo perché.
Tutte le circa 400 centrali nucleari che operano nel mondo hanno
un reattore a fissione: ovvero un nucleo dove con una reazione
nucleare a catena avviene, in maniera controllata, la divisione
(fissione) del nucleo di un atomo (di uranio o di plutonio), con
enorme liberazione di energia. Per tenere sotto controllo la
reazione e impedire che avvenga un’esplosione, il combustibile
viene “refrigerato” e “moderato” con varie tecniche. Le centrali
francesi EPR di terza generazione usano della normale acqua come
refrigerante. Ciò consente di aumentare la sicurezza della
reazione, perchè in queste centrali ci sono ben quattro sistemi
indipendenti di refrigerazione ciascuno dei quali, in emergenza,
basta da solo a “spegnere il nocciolo” in maniera passiva e a
impedirne una disastrosa fusione con conseguente esplosione. La
sicurezza, inoltre, è assicurata da contenitore metallico che
contiene il reattore e da una doppia parete esterna in
calcestruzzo armato ciascuna spessa 2,6 metri. Il tutto è
progettato per resistere all’impatto di un grosso aereo di
linea.
Una centrale EPR, dunque, è stata progettata sia per impedire
(o, almeno, in modo da rendere altamente improbabile) una
disastrosa fusione del nocciolo, sia per contenere comunque
all’interno delle sue pareti ogni eventuale fuoriuscita
importante di materiale radioattivo e impedire un incidente come
quello di Chernobyl. Questa promessa, a detta dei tecnici, è
mantenuta dalle centrali EPR.
Ma la storia dimostra che per mantenerla, questa promessa, il
prezzo diventa piuttosto alto. La centrale EPR realizzata a
Flamanville, in Francia, ha subito una costellazione di piccoli
incidenti che, anche se non hanno messo a repentaglio la
sicurezza ambientale e sanitaria, hanno ridotto l’efficienza del
sistema, facendone lievitare i costi.
E proprio il conto economico sta creando malumore in Finlandia:
l’unico paese straniero cui i francesi sono finora riusciti a
vendere una centrale EPR. Si tratta della centrale in
costruzione a Olkiluoto che doveva diventare operativa proprio
quest’anno. Autorizzata nel 2002, ha visto i lavori iniziare
solo nel 2005 e andare incontro a una serie di intoppi che se ne
prevede la consegna solo nel 2012, con tre anni di ritardo e con
un costo salito da 3,2 a 4,5 miliardi. Insomma, i finlandesi
sono piuttosto delusi e anche pentiti.
Anche perché nel frattempo hanno scoperto che esiste un
imprevisto problema scorie. Un paio di rapporti indipendenti
redatti rispettivamente dalla Posiva, l’azienda finlandese che
gestisce le scorie radioattive, e dalla svizzera Nagra – ripresi
dalla stampa inglese (The Independent) e americana (The
International Herald Tribune) – sostengono che in una centrale
EPR vi potrebbe essere una maggiore produzione di scorie ad alto
livello di radioattività. Una tipologia di rifiuti che neppure
il più attrezzato impianto europeo di trattamento, quello
francese di La Hague, sarebbe attrezzato per smaltire e la cui
gestione farebbe ulteriormente lievitare i costi.
È per queste ragioni che, a differenza di quanto affermato dal
presidente Sarkozy, la Francia non è riuscita a vendere a nessun
altro le centrali EPR. Né alla Cina, né all’India, né Al Sud
Africa, nè a una serie di paesi africani che pure sembravano
interessati ad acquistare. Alcuni di questi paesi hanno firmato
a un generico memorandum d’intesa: ma, finora, nessuno ha
assunto concreti impegni all’acquisto.
Per questo ha suscitato una certa meraviglia il fatto che
Berlusconi abbia deciso di comprarne ben quattro. Forse il
presidente del Consiglio italiano non ha calcolato che l’Italia
dovrà staccare un assegno di circa 20 miliardi senza avere
alcuna certezza che le centrali cominceranno a produrre davvero
energia a partire dal 2020.
Tenuto poi conto che anche a regime le 4 centrali soddisferanno
appena il 4 o 5% della domanda di energia complessiva del paese,
che continueremo a dipendere dall’estero per
l’approvvigionamento del combustibile (l’uranio), che
l’investimento andrà quasi tutto a beneficio dell’industria
francese con scarsa ricaduta (sia in termini economici sia in
termini di acquisizione di un know-how autonomo) e che comunque
da qui al 2020 l’investimento non aggredirà nessuno dei problemi
energetici ed ecologici del nostro paese, ci chiediamo se non
abbiano davvero ragione gli ambientalisti francesi quando dicono
che il piazzista Sarkozy ha rifilato un bidone al piazzista
Berlusconi.
[27 Febbraio 2009]
Pietro Greco, Sbilanciamoci