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di
Tommaso De Berlanga
SACCONI - Attacco
in grande stile al diritto di sciopero
Un «ddl delega» da presentare in parlamento in
15 giorni
«Noi liberali vogliamo in questa sede costituzionale affermare che
riconosciamo il diritto di sciopero come un diritto fondamentale
della libertà dell'uomo». Persino un liberale di destra come Guido
Cortese, nel 1947, in piena assemblea costituente, era costretto ad
ammettere che «senza il diritto di sciopero vi è la schiavitù del
lavoro». Dopo 20 anni di fascismo e di scioperi vietati, i
costituenti si rendevano conto che - per consentirne l'esercizio
effettivo - questo diritto doveva essere reso individuale, non
prerogativa di una particolare organizzazione.
Sesssantadue anni dopo - e partendo dai «servizi pubblici
essenziali» - il governo Berlusconi si appresta a stracciare questo
diritto costituzionale con un disegno di legge «fatto in punta di
piedi», come ammette il ministro delegato, il solito Maurizio
Sacconi. Un dispositivo molto semplice, incentrato sulla fissazione
di a) una soglia minima di «rappresentatività» sindacale pari al 50%
dei lavoratori, b) la dichiarazione anticipata di adesione
individuale, c) l'obbligatorietà dello «sciopero virtuale» in alcuni
comparti, d) l'«effettività» delle sanzioni per chi viola questa
regole mediante intervento dell'Agenzia delle entrate.
La proposta sarà portata in parlamento tra 15 giorni, è stato detto
nel corso di un incontro con le parti sociali. Berlusconi e Sacconi
possono contare sul consenso entusiastico di Cisl e Uil (perplesse
soltanto sull'«adesione preventiva»), ormai completamente a loro
agio nel ruolo di sindacati «filogovernativi». Sono sostenuti dal
rilancio di Confindustria, che chiede si proceda analogamente «anche
per il settore privato». Le resistenze vengono curiosamente dall'Ugl
(l'ex Cisnal missina), che teme evidentemente di fare la cenerentola
sul carro confederale (pare che le cifre di iscritti dichiarate
siano un tantinello «gonfiate»); e ovviamente dalla Cgil. Il
segretario confederale presente all'incontro, Fabrizio Solari, ha
colto immediatamente i problemi di costituzionalità del testo («si
costituirebbe una soglia di accesso a un diritto, il che non ha
senso»), ma non ha affatto sbarrato la porta alla «necessità di
regolamentazione». Certo, «è stata una consultazione frettolosa»
(«ci è stato detto che, se volevamo, entro dieci giorni potevamo
scrivere qualcosa»), e in fondo «non c'è bisogno che le regole
travalichino i servizi pubblici essenziali», perché «scioperi
devastanti sono stati solo quelli di taxisti e autotrasportatori».
Ma resta la «disponibilità» a discutere di regole più stringenti, in
un settore - trasporti pubblici, sanità, ecc - dove il diritto di
sciopero è già quasi stritolato da «procedure di raffreddamento»,
servizi minimi garantiti, fasce orarie vietate, periodi di
franchigia, tentativi di conciliazione, differimenti d'autorità dei
ministri competenti, interventi limitativi della cosiddetta
Commissione di garanzia (presieduta da un docente della Luiss,
l'università di Confindustria), ecc.
Insomma, la posizione della Cgil - su questo delicato punto - non
appare un «diga» sufficientemente robusta davanti all'incedere
burbanzoso di questo governo contro ogni forma di opposizione:
sociale, politica, culturale o satirica che sia.
Il punto d'attacco fondamentale riguarda non a caso la titolarità a
proclamare un'astensione dal lavoro. La «soglia del 50%» è già da
sola un ostacolo insormontabile. Rigidamente intesa, nemmeno la
coalizione di tutti i sindacati di un comparto potrebbe - in molti
casi - raggiungerla. Non c'è infatti (e giustamente!) alcun obbligo
di iscrizione ai sindacati, anche se alcuni di essi - specie Cisl e
Uil - si stanno trasformando in «uffici di collocamento» sussidiari
(l'iscrizione come presupposto dell'assunzione, non viceversa).
Affidare all'Agenzia delle entrate il compito di rivalersi sul
salario dei lavoratori o sulla liquidità di un sindacato «colpevole»
di aver violato «regole» che non ha sottoscritto e che magari sono
state pensate per eliminarlo, è qualcosa di più di una minaccia.
La «comunicazione anticipata di adesione», nel 99% delle imprese,
significa esporre il singolo lavoratore a qualsiasi pressione
contraria da parte dell'azienda. Una «dissuasione preventiva», la si
dovrebbe più correttamente definire.
Sullo «sciopero virtuale» siamo invece alla farsa. L'astensione dal
lavoro è una forma di lotta che accetta una perdita di salario da
parte del lavoratore solo perché «compensata» da una - sperabilmente
- più grande perdita di ricavi da parte dell'azienda (che resta
sempre l'unica responsabile della mandata produzione o, in certi
settori, del «disservizio» al pubblico). Se non c'è più la
reciprocità del «danno» (nel «virtuale» solo il lavoratore perde
qualcosa, in attesa di un'improbabile «sanzione» per l'impresa), lo
sciopero non ha più senso. Ed è questo l'unico obiettivo di mr.
Sacconi & Co. |