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Uno dei "cuori"
dell'accordo del 22 gennaio è sicuramente il salario. E lo
si capisce già dalla premessa. L'aumento retributivo,
infatti, non è tra gli obiettivi del "presente accordo". C'è
al contrario una programmata riduzione dei redditi da lavoro
attraverso lo sfilacciamento di quei pochi strumenti
adottati in quindici anni di concertazione e attraverso
l'introduzione di altri la cui dinamica è già abbastanza
prefigurabile.
La Fiom di Torino ha compilato, e distribuito, un volantone
in cui viene fornita una prima lettura guidata dei punti che
porteranno ad un taglio netto delle buste paga.
Il primo di questi è il famigerato Ipca, un bruttissimo
acronimo che sta per indice aromnizzato dei prezzi al
consumo, che sostituirà il tasso di inflazione programmata.
Una garanzia? Per niente, perché l'inflazione europea, come
dimostrano le serie storiche, è sempre più bassa di quella
italiana. Nel 2008, poi, il differenziale ha toccato il
massimo, che non registrata da circa tredici anni. In più,
questo indice verrà "depurato" dalla dinamica dei prezzi dei
beni energetici importati, cioè tutti. Nel
quinquennio 2004-2008 l'indice generale ha registrato una
crescita media annua del 2,5% e quello depurato dell'energia
del 2,1%. Questo significa un'ulteriore perdita cumulata di
406 euro.
Quindi, si ripresenterà la classica situazione in cui i
salari dovranno rincorrere l'inflazione. Non essendo
previsti meccanismi di riadeguamento automatico e con un
allungamento della vigenza contrattuale a tre anni, poi, la
crescita del divario sarà più veloce. In breve, molto prima
che finisca la cosiddetta sperimentazione di quattro anni
potrebbero prodursi forti diseguaglianze sociali nelle varie
categorie di reddito. Perché la torta del reddito nazionale
si può tagliare a fette. E se c'è qualcuno che vede ridursi
la sua a qualcun' altro diventerà sempre più grande.
Secondo Agostino Megale, della segreteria nazionale della
Cgil, «applicando l'indice di inflazione armonizzata europea
depurata delle componente energia, nonché la riduzione del
valore punto (da 18 a 15 euro circa, ndr) e il mancato
recupero dello scostamento dall'inflazione effettiva -
secondo quanto previsto nel modello Confindustria - con
un'inflazione media annua effettiva al 2,8% (stima Ires-Cgil,
ndr) la perdita cumulata (triennio, ndr) sarebbe di 1.422
euro». L'inflazione dell'ultimo periodo (2004-2008)
mediamente si è attestata al 2,5%. Moltiplicando, infatti,
18,00 euro (vecchio valore punto) per 2,5 punti di
inflazione media annua per 12 mesi per 4 anni si ottiene un
incremento di 2.160 euro. Moltiplicando, invece, 15,74 euro
(nuovo valore punto) per il 2,5 punti d'inflazione media
annua per 12 mesi per 4 anni la cifra si riduce a 1.889 euro
(-271 euro). Per effetto del cumulo della perdita di potere
d'acquisto generata dal primo anno e trascinata nei
successivi, la perdita cumulata esclusivamente attribuibile
ala riduzione del valore punto è di circa 951 euro.
Nel settore pubblico la somma di tutte queste penalizzazione
dà come risultato un taglio comparabilmente maggiore perché
la base di calcolo per i cosiddetti incrementi viene presa
dai minimi tabellari e il recupero dello scostamento, non
automatico, può avvenire solo dopo sei anni e non dopo tre
come per le altre categorie. Secondo i calcoli fatti da Toto
Chiaromonte, segretario generale della Funzione pubblica del
Piemonte, in sette anni i lavoratori della Sanità se
avessero dovuto applicare il modello dell'accordo separato
avrebbero perso circa 3.500 euro, e quelli degli Enti
locali, 3.000. Come si vede si tratta di cifre abbastanza
omologhe a quelle calcolate da Megale.
Infine, c'è la grande incognita del contratto aziendale,
ovvero, valutato dal punto di vista della busta paga, del
trasferimento nelle tasche dei lavoratori degli incrementi
di produttività. «La contrattazione aziendale - si legge nel
volantone della Fiom - viene di fatto sempre più legata alla
redditività dell'impresa, e vincolata esclusivamente agli
sgravi fiscali e contributivi previsti dalla legge. Ciò
significa impedire aumenti salariali strutturalmente a
carico delle imprese». Questo, naturalmente, solo nei posti
di lavoro dove la contrattazione aziendale è esigibile. E in
tutto il resto del Paese? La cosa assurda è che l'accordo
separato pur essendo fondato come filosofia sul secondo
livello non prevede alcun meccanismo che ne estenda la
pratica.
«Confindustria parla di un vantaggio fiscale di circa 230
euro annui riferendosi alla detassazione del premio di
produttività - osserva Megale - tuttavia tale vantaggio
riguarda solo il 10% dei lavoratori e non compensa
certamente la perdita derivante dalla mancata restituzione
del drenaggio fiscale, che grava su tutti i lavoratori, pari
mediamente a 362 euro solo nel 2008».
Fa.Seba.
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