L'accordo della rottura

Dino Greco
Quello che oggi vi proponiamo è un contributo ad una lettura critica dell'accordo separato con il quale Cisl, Uil (e Ugl) hanno sancito una cesura - non soltanto strategica, ma culturale - con la tradizione autonomista del sindacalismo italiano. Si tratta di un'autentica rottura, risultato di un processo trasformativo da tempo in incubazione, che sta progressivamente cambiando la natura stessa di una parte del sindacato confederale. Per farne un'organizzazione che inscrive la sua missione all'interno del perimetro tracciato dalla politica e dalle compatibilità di impresa, che declassa il conflitto a patologia delle relazioni sociali, che punta a riprodursi erogando servizi a domanda individuale, piuttosto che attraverso l'esercizio della contrattazione collettiva.
Ne discende un pervertimento del rapporto democratico e di rappresentanza dei lavoratori, via via sostituito dalla tessitura di relazioni consociative con l'impresa, alla quale si riconosce l'indiscussa giurisdizione su tutti i rapporti di fabbrica. Avendone in cambio, in subappalto, la gestione del sottogoverno aziendale. Si capisce come questo modello possa senz'altro assicurare la sopravvivenza burocratica del sindacato, finalmente affrancatosi da ogni velleità antagonistica e ormai privo di autonoma progettualità.
La proliferazione degli enti bilaterali, fortissimamente voluta dalla Cisl, può infatti munificare il sindacato con generose quote di servizio obbligatorie destinate a rendere sempre meno necessario il tesseramento volontario. E si sa che chi paga non paga mai per niente. L'accordo sul modello contrattuale è organico a questo disegno. Nelle parti e nell'insieme. Esso ridefinisce i lineamenti del modello contrattuale, sancisce la totale subalternità del sindacato, ingessa la contrattazione, affidando alle confederazioni il ruolo di "gendarmi" delle Rsu. Il Contratto nazionale, vale a dire il principale strumento solidaristico di cui il sindacato e i lavoratori dispongono, viene svuotato e ridotto ad un simulacro.
Il suo strutturale ridimensionamento servirà a contenere gli aumenti retributivi al di sotto dell'inflazione, programmando un'ulteriore, sistematica riduzione del salario. Per nulla compensata (come si dà invece ad intendere) dal secondo livello di contrattazione che, come tutti sanno, copre non più del 15 per cento dei lavoratori. Gli altri, fischiano. E non vi sarà nessun provvedimento di detassazione del salario aziendale che potrà mai incentivare la contrattazione là dove il sindacato non è insediato. A meno che non si pensi - senza senso del ridicolo - che siano proprio i padroni ad avere qualche interesse ad alimentarla.
La sola, vera contrattazione decentrata che l'accordo autorizza è quella che prevede il salario interamente variabile e vincolato ad incontrollabili indici di redditività aziendale. Aumenti di salario stabile sono semplicemente banditi dalle nuove regole. Ne deriva che per guadagnare qualche denaro in più occorrerà lavorare per più tempo, più intensamente e con meno diritti. A dire il vero, una novità - e che novità - è prevista dall'intesa: nelle aziende coinvolte da situazioni di crisi sarà possibile derogare (in tutto o in parte!) dall'applicazione del Contratto nazionale. Basterà il consenso dei sindacati firmatari di questa intesa purché competenti per territorio.
L'indisponibilità della norma contrattuale, conquistata dal diritto del lavoro per proteggere i lavoratori e le lavoratrici dalla propria stessa debolezza che può spingerli a soggiacere al ricatto, viene travolta da una norma jugulatoria che costituisce, sotto ogni aspetto, un vero esproprio, un ulteriore colpo di maglio al contratto nazionale di lavoro. Non sorprende davvero che, a coronamento di questo compendio di nequizie, compaia - per ora limitata al pubblico impiego - una norma palesemente incostituzionale, tesa a limitare il diritto di sciopero. Come? Facendone, d'ora in avanti, una prerogativa esclusiva di sindacati che - anche coalizzati fra loro - rappresentino la maggioranza dei lavoratori. Ora, immaginare che si possa confezionare un simile pacco contro il maggior sindacato italiano, senza alcun mandato dei lavoratori e in spregio del loro diritto di esprimere sull'argomento la propria decisiva parola, è un atto di protervia che non sarà digerito. Illudersi inoltre che la Cgil si penta e vada, prima o poi, a Canossa, è speranza verosimilmente destinata ad essere frustrata.
Vi rifletta tutta la compagnia. Ed in particolare, vi riflettano i padroni. Perché dovranno mettere nel conto mesi/anni di conflitto sociale senza quartiere. Bisogna sapere che regole non condivise non sono regole, ma un atto ostile contro chi dissente. E' pronto il nostro malandato sistema di impresa a reggere un urto di queste proporzioni? In ogni caso merita prepararvisi. Oggi Piergiovanni Alleva propone qualche interessante e giuridicamente fondato strumento di autodifesa. Poi toccherà alla mobilitazione, alla lotta, che è già alle porte, dimostrare che la strada intrapresa è la peggiore possibile.


01/02/2009