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Con il capitolo delle deroghe perviste dall'accordo quadro
separato sugli assetti contrattuali i lavoratori corrono il
rischio di finire nelle gabbie... mobili. Mi spiego.
Rispetto al periodo delle gabbie salariali fisse ora non ci
sarebbe una differenziazione retributiva rigida e
centralmente predeterminata, ma un continuo affondare dei
diritti, uno sprofondare di condizioni salariali e normative
diseguali tra le aziende e tra i territori. E, come nelle
sabbie mobili, il fondo non sai dov'è.
Il testo afferma, infatti, un principio tanto chiaro quanto
pericoloso: il contesto o la circostanza possono essere di
crisi oppure di sviluppo, comunque sarà possibile derogare
in parte o in tutto gli istituti contrattuali nazionali.
L'operazione, che potrà essere «anche», dunque non solo,
sperimentale e temporanea, viene affidata alle specifiche
intese che ne definiranno procedure e modalità.
L'intento di stravolgere l'intero sistema contrattuale e di
abbassare il lavoro a mero fattore produttivo dentro il
mercato non viene questa volta nemmeno mascherato da una
qualche prudenza semantica, tale da consentire agli
stupefacenti sindacalisti firmatari della "riforma" di poter
parlare almeno di uso straordinario, se non eccezionale,
della pratica derogatoria. La quale diventerebbe invece
normale amministrazione delle relazioni sindacali.
Del tutto ovvio il risultato conseguente: un colpo davvero
definitivo inflitto a quello strumento di solidarietà,
uguaglianza e unità dei lavoratori di una categoria, che è
il Contratto nazionale, già vanificato del resto nel suo
ruolo non solo redistributivo, ma anche di semplice tutela
del potere di acquisto, da quella parte dell'accordo
separato che programma adeguamenti salariali inferiori
all'inflazione reale.
Le imprese potrebbero così ricorrere al ricatto nei
confronti del sindacato sia per scaricare, più pesantemente
di quanto già non accada, i costi delle crisi aziendali sui
lavoratori, sia per chiedere e far pagare ad essi anche il
conto, con la rinuncia ad alcuni diritti contrattuali, di
eventuali programmi di investimento. Ci sarebbe sempre una
fabbrica, laggiù o lì accanto, dove per l'orario di lavoro è
stata trovata una soluzione senz'altro più flessibile, per
il salario è stata ridotta la parte di diritto e aumentata
quella variabile e via di questo passo per gli altri
istituti contrattuali, con la produttività dei concorrenti
sempre più elevata ed il costo del lavoro, guarda caso,
sempre più basso.
Del resto è proprio in questo modo, cioè con l'obiettivo di
vincolare la forza-lavoro, la sua resa ed il suo costo, ad
ogni particolare esigenza competitiva delle imprese, che i
vari teorici della derogazione hanno sempre motivato la loro
proposta. Uno tra tutti il giuslavorista Pietro Ichino, per
il quale il contenuto assicurativo del rapporto di lavoro va
modulato in rapporto ai risultati di impresa, di gruppo o
individuali. Scompare completamente ogni idea di tutela
giuridica egualitaria della condizione lavorativa: il lavoro
di una persona può essere esattamente uguale al lavoro di
un'altra, ma può essere diversamente trattato a seconda di
condizioni aziendali che nella realtà dei fatti vengono
esclusivamente create dal concreto agire dell'imprenditore.
Non mancherà anche in campo sindacale chi spaccerà
l'ammissibilità delle deroghe come una opportunità di
partecipazione dei lavoratori all'impresa: già in occasione
delle più limitate, ma pur sempre sbagliate, deroghe
dell'ultimo Contratto nazionale dei chimici si erano sentite
campane cisline con questo suono. A costoro non era
evidentemente bastata l'affermazione liquidatoria della
presidente di Confindustria, secondo la quale di
partecipazione si potrà forse parlare tra quarant'anni.
Una considerazione di fondo a questo punto si impone. E'
noto che anche sulla questione delle deroghe è stato
respinto un (discutibile) tentativo di mediazione della Cgil
teso a limitarne l'impiego alle situazioni di crisi: le
deroghe debbono valere ovunque. Più in generale occorre
prendere atto che Confindustria, governo ed altri,
escludendo il maggiore sindacato dall'accordo (sulle
regole!) hanno persino sbarrato la strada ad una versione
della concertazione che comunque, sulla base della
piattaforma unitaria Cgil, Cisl, Uil, sarebbe stata
oggettivamente più vicina agli interessi delle imprese
rispetto all'accordo del luglio '93.
Chi nella Confindustria e nel governo ha puntato con
determinazione su questo accordo quadro ha messo lucidamente
nel conto che il nuovo sistema contrattuale è uno strumento
utile per far pagare questa crisi ai lavoratori.
A questo siamo chiamati a rispondere. Sapendo che
all'esplicita volontà di destrutturare il Contratto
nazionale non arriviamo a freddo, ma dopo un lungo processo
di esclusione dai Contratti nazionali e dalla contrattazione
collettiva di un numero crescente di lavoratori (precariato,
esternalizzazioni, appalti, nanismo d'impresa
artificialmente alimentato per ottenere l'elusione dei
diritti, lavoro nero, ecc.). E che il conflitto politico,
certamente di non breve durata da mettere in campo, dovrà
inevitabilmente misurarsi dal basso ed in ogni categoria con
questa realtà frammentata, con proposte sindacali e pratiche
democratiche di riunificazione del mondo del lavoro. Verso
l'effettivo universalismo dei diritti.
01/02/2009
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