Fausto Beltrami - Segreteria Camera del Lavoro di Brescia


Con il capitolo delle deroghe previste dall'accordo quadro separato sugli assetti contrattuali i lavoratori corrono il rischio di finire nelle gabbie


Con il capitolo delle deroghe perviste dall'accordo quadro separato sugli assetti contrattuali i lavoratori corrono il rischio di finire nelle gabbie... mobili. Mi spiego. Rispetto al periodo delle gabbie salariali fisse ora non ci sarebbe una differenziazione retributiva rigida e centralmente predeterminata, ma un continuo affondare dei diritti, uno sprofondare di condizioni salariali e normative diseguali tra le aziende e tra i territori. E, come nelle sabbie mobili, il fondo non sai dov'è.
Il testo afferma, infatti, un principio tanto chiaro quanto pericoloso: il contesto o la circostanza possono essere di crisi oppure di sviluppo, comunque sarà possibile derogare in parte o in tutto gli istituti contrattuali nazionali. L'operazione, che potrà essere «anche», dunque non solo, sperimentale e temporanea, viene affidata alle specifiche intese che ne definiranno procedure e modalità.
L'intento di stravolgere l'intero sistema contrattuale e di abbassare il lavoro a mero fattore produttivo dentro il mercato non viene questa volta nemmeno mascherato da una qualche prudenza semantica, tale da consentire agli stupefacenti sindacalisti firmatari della "riforma" di poter parlare almeno di uso straordinario, se non eccezionale, della pratica derogatoria. La quale diventerebbe invece normale amministrazione delle relazioni sindacali.
Del tutto ovvio il risultato conseguente: un colpo davvero definitivo inflitto a quello strumento di solidarietà, uguaglianza e unità dei lavoratori di una categoria, che è il Contratto nazionale, già vanificato del resto nel suo ruolo non solo redistributivo, ma anche di semplice tutela del potere di acquisto, da quella parte dell'accordo separato che programma adeguamenti salariali inferiori all'inflazione reale.
Le imprese potrebbero così ricorrere al ricatto nei confronti del sindacato sia per scaricare, più pesantemente di quanto già non accada, i costi delle crisi aziendali sui lavoratori, sia per chiedere e far pagare ad essi anche il conto, con la rinuncia ad alcuni diritti contrattuali, di eventuali programmi di investimento. Ci sarebbe sempre una fabbrica, laggiù o lì accanto, dove per l'orario di lavoro è stata trovata una soluzione senz'altro più flessibile, per il salario è stata ridotta la parte di diritto e aumentata quella variabile e via di questo passo per gli altri istituti contrattuali, con la produttività dei concorrenti sempre più elevata ed il costo del lavoro, guarda caso, sempre più basso.
Del resto è proprio in questo modo, cioè con l'obiettivo di vincolare la forza-lavoro, la sua resa ed il suo costo, ad ogni particolare esigenza competitiva delle imprese, che i vari teorici della derogazione hanno sempre motivato la loro proposta. Uno tra tutti il giuslavorista Pietro Ichino, per il quale il contenuto assicurativo del rapporto di lavoro va modulato in rapporto ai risultati di impresa, di gruppo o individuali. Scompare completamente ogni idea di tutela giuridica egualitaria della condizione lavorativa: il lavoro di una persona può essere esattamente uguale al lavoro di un'altra, ma può essere diversamente trattato a seconda di condizioni aziendali che nella realtà dei fatti vengono esclusivamente create dal concreto agire dell'imprenditore. Non mancherà anche in campo sindacale chi spaccerà l'ammissibilità delle deroghe come una opportunità di partecipazione dei lavoratori all'impresa: già in occasione delle più limitate, ma pur sempre sbagliate, deroghe dell'ultimo Contratto nazionale dei chimici si erano sentite campane cisline con questo suono. A costoro non era evidentemente bastata l'affermazione liquidatoria della presidente di Confindustria, secondo la quale di partecipazione si potrà forse parlare tra quarant'anni.
Una considerazione di fondo a questo punto si impone. E' noto che anche sulla questione delle deroghe è stato respinto un (discutibile) tentativo di mediazione della Cgil teso a limitarne l'impiego alle situazioni di crisi: le deroghe debbono valere ovunque. Più in generale occorre prendere atto che Confindustria, governo ed altri, escludendo il maggiore sindacato dall'accordo (sulle regole!) hanno persino sbarrato la strada ad una versione della concertazione che comunque, sulla base della piattaforma unitaria Cgil, Cisl, Uil, sarebbe stata oggettivamente più vicina agli interessi delle imprese rispetto all'accordo del luglio '93.
Chi nella Confindustria e nel governo ha puntato con determinazione su questo accordo quadro ha messo lucidamente nel conto che il nuovo sistema contrattuale è uno strumento utile per far pagare questa crisi ai lavoratori.
A questo siamo chiamati a rispondere. Sapendo che all'esplicita volontà di destrutturare il Contratto nazionale non arriviamo a freddo, ma dopo un lungo processo di esclusione dai Contratti nazionali e dalla contrattazione collettiva di un numero crescente di lavoratori (precariato, esternalizzazioni, appalti, nanismo d'impresa artificialmente alimentato per ottenere l'elusione dei diritti, lavoro nero, ecc.). E che il conflitto politico, certamente di non breve durata da mettere in campo, dovrà inevitabilmente misurarsi dal basso ed in ogni categoria con questa realtà frammentata, con proposte sindacali e pratiche democratiche di riunificazione del mondo del lavoro. Verso l'effettivo universalismo dei diritti.



01/02/2009