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Fabio Sebastiani
Sul salario siamo alla guerra di cifre tra Cgil e
Confindustria. Dove sta l'inghippo?
Il fatto che la Confindustria imbrogli così clamorosamente
sui soldi indica che ha paura. Non c'è un lavoratore in
Italia che creda davvero che avrà più salario. Il centro
studi della Confindustria è gente poco seria. Mescolano
statistiche con promesse. Le stesse dell'abolizione della
scala mobile. Questo accordo separato taglia i salari e
distrugge il contratto nazionale.
Nel merito?
Taglia i salari perché assume come riferimento rigido e
obbligatorio un indice di inflazione dato da un ente esterno
e depurato dai costi dell'energia. Questa è matematicamente
la riduzione del salario. E' bene ricordare che l'inflazione
programmata del Governo era più o meno la stessa cosa, solo
che allora c'era la possibilità di non tenerne conto quando
non fosse stata concordata. Così invece avremmo una
inflazione programmata che diventa obbligatoria. Per fare un
esempio sul contratto dei metalmeccanici, l'ultimo accordo
ha dato 127 euro su due anni e mezzo. Se avessimo dovuto
applicare il nuovo accordo, dove tra l'altro si dovranno
prendere a riferimento per gli aumenti paghe più basse di
quelle che abbiamo preso a riferimento noi, avremmo avuto un
aumento tra i 70 e gli 80 euro su tre anni.
Confindustria trucca le carte?
Sono degli imbroglioni. E l'imbroglio purtroppo verrà fuori
alla prima trattativa contrattuale perché loro calcolano
come se tutti i lavoratori lavorando di più guadagnassero di
più. Nella sostanza, tagliano i soldi del contratto
nazionale promettendo che azienda per azienda lavorando di
più prenderanno di più. E' tutto finto. Mentono sapendo di
mentire.
E comunque hanno un'arma in più, la deroga. Giusto?
Il principio della deroga al contratto nazionale è
incostituzionale. Mi vergogno per quei sindacalisti che
l'hanno firmato. Sottoscrivere che a livello aziendale e
territoriale si possono fare accordi, nel nome
dell'occupazione, che non applicano più i minimi salariali,
gli orari, i diritti previsti del contratto nazionale,
significa distruggere l'essenza stessa del contratto
nazionale e cioè che esso vale sempre e comunque e per tutti
e tutte. D'altra parte il senso dell'accordo è quello di
cambiare la Costituzione del sistema sindacale, dagli enti
bilaterali all'arbitrato alla centralizzazione burocratica
delle relazioni sindacali si scrive un nuovo modello
autoritario. Autoritario anche nella forma, visto che viene
concordato escludendo la Cgil e negando il diritto dei
lavoratori a decidere.
Questo sembra essere un accordo senz'anima. E se ce l'ha è
nera. Almeno nel '93 c'erano degli obiettivi.
Quest'accordo è solo peggiorativo del '93. Quello del '93
andava migliorato. Qui si risolvono in peggio i punti
critici. A livello aziendale non si estende di un centimetro
quadrato l'area della contrattazione aziendale che resta
esattamente quella di prima, ma in più si vincola il salario
alla produttività. E' una vittoria su tutta la linea degli
industriali più aggressivi cioè, per essere chiari è un
disegno sociale che dice che la crisi la pagano i lavoratori
con il loro costo della lavoro e che la competitività si fa
tagliando i salari e aumentando lo sfruttamento.
Se si esce dalla crisi si esce dalla porta di servizio?
Questo è l'accordo della complicità. Si punta all'idea che
imprese e lavoratori azienda per azienda devono essere
complici dimenticando qualsiasi diritto universale. Nella
sostanza questo accordo è il proseguimento delle politiche
liberiste che stanno fallendo in tutto il mondo. E' come se
alla borsa di New York non fosse successo nulla.
Evidentemente, in Italia le notizie di New York non
arrivano...
In Italia è stato possibile per l'arroganza e l'arretratezza
del padronato, perché abbiamo al governo una destra che per
sua natura nega la crisi e, soprattutto, le sue cause; e
perché una parte del sindacato e gran parte dell'opposizione
politica sono ancora totalmente subalterni all'ideologia
liberista che ci ha portato al disastro.
La politica sembra volersi tenere distante dal merito di
questo accordo separato...
Mi ha colpito l'intervista di Veltroni sul Sole 24 ore dove
sostiene che per pagare la cassa integrazione ai precari
bisogna tagliare i rendimenti delle pensioni. Se il
segretario dell'opposizione è più berlscuoniano di
Berlusconi è chiaro perché si finisce in questi accordi.
L'Italia è un paese dove l'unico conflitto che si vuole
impedire ed esorcizzare è quello dei lavoratori contro le
imprese; mentre si alimentano tutti gli altri conflitti. Un
accordo così ridicolo e pericoloso è possibile solo perché
la politica e una parte del sindacato italiano sembrano
ancora la succursale di propaganda della Lehman Brothers.
Succederà come con l'Alitalia, per la Cgil ci sarà un
secondo tempo?
E' su questo che sta provando Veltroni. Dio ce ne scampi e
liberi. La verità è che la Cgil si è trovata nella posizione
di interpretare un ruolo molto più ampio, quello di
rispondere a tutta quella parte dell'Italia, che non è solo
nel mondo del lavoro, che non crede più alle ricette
berlusconiane e che è molto più ampia di quello che appare
nelle istituzioni. Proprio per questo la tenuta della Cgil è
ciò che può scardinare il disegno liberista. Che può
funzionare solo con la complicità di tutti, altrimenti
salta. Ripeto, le imprese hanno paura che l'accordo non
funzioni e per questo sperano che nel giro di qualche mese
la Cgil torni all'ovile sottoscrivendo domani quello che
oggi respinge.
Però in Cgil c'è molto dibattito proprio su questo.
E' chiaro che c'è stata una evoluzione nelle posizioni della
Cgil, che è sciocco negare. Così come è sbagliato
dimenticare gli errori anche gravi fatti. Insomma, la Cgil è
entrata dentro questa trattativa con una linea di prudente
concertazione che è stata travolta dai fatti, e che ora la
pone di fronte a un bivio. O fare un po' di chiasso e poi
andare a Canossa, oppure costruire una linea di conflitto
sociale duratura che facendo saltare l'accordo della
complicità apra la via a un diverso modo di affrontare la
crisi. E' chiaro allora che la lotta contro l'accordo è
assolutamente parallela a quella contro i licenziamenti, il
precariato, la chiusura delle aziende, le privatizzazioni.
Su entrambi i fronti, quello del salario e dell'occupazione
ci battiamo contro lo stesso disegno liberista di politica
economica e sociale.
Questo accordo con la Fp/Cgil che prospettive apre?
Fiom e Funzione pubblica hanno il merito di aver detto basta
per primi, credo che un po' alla volta lo faranno anche
altri. Sotto questo aspetto il 13 febbraio va considerato
non solo come, giustamente, il primo appuntamento del no
all'accordo della complicità, ma anche l'avvio di un
processo più ampio di ricostruzione del conflitto e della
solidarietà nel mondo del lavoro.
28/01/2009
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