Il danno e la
beffa. Danno rilevante per i lavoratori che vedranno
ridursi le loro retribuzioni già bloccate da mesi e
beffa per l’intero paese che non potrà beneficiare
di un vero stop all’inflazione. Nello stesso tempo
l’Italia – come concordano tutte le analisi - vedrà
di diminuire il prodotto interno lordo. È questo il
quadro preoccupante che emerge dalle simulazioni
economiche basate sull’applicazione del modello
imposto dalla Confindustria e dal governo
Berlusconi. I dati previsionali e storici sono stati
chiariti con esattezza da uno studio dell’Ires Cgil
di cui ha parlato subito dopo l’accordo separato il
segretario confederale Agostino Megale, il quale
nelle ultime ore si è detto disponibile a
confrontare i calcoli della Cgil con quelli di
Confindustria.
Ecco alcuni dei risultati più eclatanti.
Se nel periodo 2004-2008 si fosse applicato il
modello varato a palazzo Chigi con l’accordo
separato del 22 gennaio, i lavoratori avrebbero
perso in media 1.357 euro dalle loro buste paga. Se
si dovesse applicare da qui al 2011 lo stesso
modello si registrerebbe una perdita ulteriore di
854 euro, di cui 453 direttamente sulle retribuzioni
dei contratti nazionali. La differenza è davvero
rilevante e riguarda milioni di lavoratori. Anche se
infatti la Confindustria sostiene che i salari
nominali dovrebbero crescere da qui al 2011 di 2.503
euro, secondo le stime del centro studi della Cgil
(Ires) con il sistema vigente dovrebbero in realtà
crescere di 3.357 euro, con una differenza appunto
di 854 euro. Quindi, considerato il mancato
guadagno, la perdita complessiva sarebbe pari a
1.117 euro.
Visto che le previsioni basate sul futuro
sono spesso aleatorie (come dimostra la
stessa crisi attuale che non era stata prevista,
seppure ampiamente annunciata), l’Ires ha preferito
costruire le sue analisi sul recente passato. Si è
cioè applicato alla dinamica retributiva degli
ultimi quattro anni lo schema di Confindustria. E il
professor Ichino non può fare riferimento a
fantomatici elementi retributivi di garanzia per la
contrattazione di secondo livello, non definiti
nell’accordo e quindi assolutamente fuori da ogni
calcolo serio.
Intanto si parte dalla diminuzione del nuovo
valore punto, (ovvero il valore economico
attribuito a ogni punto di inflazione per calcolare
le retribuzioni) basato sui minimi tabellari
(mediamente 15,74 euro) che risulta molto inferiore
(tra il 10% e il 30% più basso) del valore punto
attualmente adottato dalle categorie (mediamente 18
euro). L’inflazione dell’ultimo periodo (2004-2008)
mediamente si è attestata al 2,5%. Moltiplicando 18
euro per 2,5 punti di inflazione media annua per 12
mesi per 4 anni - spiegano i ricercatori dell’Ires -
si ottiene un incremento di 2.160 euro.
Moltiplicando, invece, 15,74 euro per il 2,5 punti
d’inflazione media annua per 12 mesi per 4 anni la
cifra si riduce a 1.889 euro (–271 euro). Per
effetto del cumulo della perdita di potere
d’acquisto generata dal primo anno e trascinata nei
successivi, la perdita cumulata esclusivamente
attribuibile alla riduzione del valore punto è di
circa 951 euro.
L’altro taglio alle retribuzioni –
sempre nella simulazione dell’Ires – deriva
direttamente dall’applicazione dell’indicatore di
inflazione IPCA, (l’inflazione armonizzata della Ue)
depurata della componente energia. Nel quinquennio
2004-2008 l’indice generale registra una crescita
media annua del 2,5% e quello depurato dell’energia
del 2,1%. Questo significa un’ulteriore perdita di
406 euro. Confindustria ha previsto un recupero di
uno “scostamento significativo”.
Tutto questo in un quadro di
probabile (quasi certa) ripresa della dinamica
inflazionistica legata ai prezzi e in particolare
all’energia. In questo caso le previsioni non sono
della Cgil. Tra il 2 e il 22 settembre 2008 si sono
svolte le interviste dell’indagine trimestrale Banca
d’Italia/Sole 24 ore sulle aspettative di inflazione
e crescita a cui hanno partecipato 480 imprese con
almeno 50 addetti. L’inflazione attesa è stata pari
al 3,7 per cento, in aumento rispetto al 3,5 per
cento registrato l’anno precedente. Nel mese di
settembre 2008 il tasso di inflazione al consumo è
stato del 3,7 per cento, 1,6 punti percentuali al di
sopra delle attese espresse dalle imprese nel
settembre 2007. Se ne era accorto perfino Tremonti
che nel Dpf 2009/2013 aveva fatto indicare un tasso
di inflazione medio annuo nel quinquennio di ben il
+3,4%.
Si tratta del doppio del tasso di inflazione
previsto un anno prima, nel precedente Dpef
2008/2011. Anche Eurostat (2008) aveva diffuso i
dati sull’inflazione in Europa: nell’area Euro,
marzo 2008 su marzo 2007, l’indice armonizzato dei
prezzi al consumo è aumentato del 3,6, contro l’1,9
fatto registrare tra marzo 2007 e marzo 2006.
L’inflazione si posiziona significativamente al di
sopra di quel 2% convenuto con il Trattato di
Maastricht.