|
di Vittorio Arrigoni
REPORTAGE DA GAZA |
Non si uccidono così neanche i gattini
«Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola»
mi dice Jamal, chirurgo dell'ospedale Al Shifa, il principale di Gaza,
mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di
scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue.
«Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza
saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e
l'ultimo miagolio soffocato». Fisso gli scatoloni attonito, il dottore
continua. «Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la
diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata
dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni
animaliste...». Jamal continua il suo racconto e io non riesco a
spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai
miei piedi. «Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola
come in una scatola, decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con
tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel
mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che
palestinesi, saremmo stati più tutelati».
A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la
scoperchia davanti. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe,
dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti
dalla scuola delle Nazioni unite Al Fakhura di Jabalia, più di
cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo
da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in
due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il
dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che
da giorni circolano lungo tutta la Striscia, secondo le quali
l'esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi
non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs
e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l'esercito di
Tsahal utilizzò nell'ultima guerra in Libano, e l'aviazione
statunitense a Falluja, in violazione delle le norme internazionali.
Dinnanzi all'ospedale Al Auda siamo stati testimoni, e l'abbiamo
filmato, dell'utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento
metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto
gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente
vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo
bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle
aree civili, ma solo come fumogeno o per l'illuminazione. Non c'è
dubbio che utilizzare quest'arma sopra Gaza, una striscia di terra
dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un
crimine a priori.
Il dottor Abdel mi ha spiegato che all'ospedale Al Shifa non hanno la
competenza militare e medica per comprendere se alcune delle ferite di
cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da
proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di
mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli verificatisi
all'ospedale nelle ultime ore. Mi ha raccontato di traumi al cranio,
con fratture a vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale,
osso nasale e osso palatino che indicherebbero l'impatto di una forza
immensa con il volto della vittima. Quello che secondo lui è del tutto
inspiegabile è la totale assenza di globi oculari, che anche in
presenza di traumi di tale entità dovrebbero rimanere al loro posto,
almeno per tracce, all'interno del cranio. Invece stanno arrivando
negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno
li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner.
Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una
tregua dei suoi bombardamenti di 3 ore al giorno, dalle 13 alle 16.
Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese
dalla popolazione di Gaza con la stessa attendibilità riservata ai
leader di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati
nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli
stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra
al largo del porto di Gaza ha visto un nutrito gruppo di guerriglieri
della resistenza palestinese che si muoveva compatto intorno a Jabalia
e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3
soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti.
Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e
infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l'attacco degli elicotteri
israeliani, e a Jabalia l'ennesima strage di bambini: tre sorelline di
2, 4, e 6 anni della famiglia Abed Rabbu. Una mezz'ora prima sempre a
Jabilia ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto
attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell'Ism, erano sull'ambulanza,
e hanno videodocumentato l'accaduto, passando poi i video e le foto ai
maggiori media.
Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico
Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a
Gaza city. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo
agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina
di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito
alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l'ambulanza. Siamo arrivati
a quota 688 vittime, 3070 feriti, 158 i bambini uccisi, decine e
decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83
morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civile
israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4.
Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle
ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che
zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi
ad un angolo di strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti
rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano,
che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di
un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro
vite. La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questi tempi
e di questi luoghi. Restiamo umani.
8 gennaio 2009 |